Contagio emotivo sul luogo di lavoro

Anche nell’ambito professionale ci si condiziona a livello di umore. Dunque, meglio avere intorno “influencer emotivi” positivi.

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I dipendenti di un’azienda americana operante nel campo della previdenza sociale timbrano l’uscita lavorativa in un modo un po’ speciale: premono un pulsante per segnalare le loro emozioni scegliendo una delle “faccine” proposte, corrispondenti alla soddisfazione per la giornata, all’insoddisfazione, alla tristezza, alla delusione o all’irritazione. È solo un espediente per migliorare l’immagine dell’organizzazione? Cos’altro potrebbe motivare tale monitoraggio degli stati d’animo predominanti e delle loro variazioni nell’arco della settimana o del mese?

È probabile che ci si sia resi conto che per ottenere buoni risultati non è sufficiente preoccuparsi dei “tratti cognitivi” dell’organizzazione (per esempio, la presenza di una cultura basata su idee e opinioni condivise; la trasmissione di obiettivi chiari; regole comuni e stili di comportamento da introiettare e premiare), ma occorre esplorare anche il suo “volto emotivo”. Ciò significa chiedersi se prevalgono l’empatia e l’ascolto o l’indifferenza e il cinismo; se c’è entusiasmo o se predominano il distacco e la freddezza; se ci si “sente bene” alla fine del lavoro o si è delusi o insofferenti; se vi è accordo sulle emozioni facilitanti (od ostacolanti) gli scambi informativi, sui sentimenti esprimibili liberamente e su quelli che dovrebbero essere autoregolati con attenzione, perché più pericolosi (la paura o la rabbia).

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Questo articolo è di Guido Sarchielli ed è presente nel numero 279 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto