Violenza sulle donne: basta buon viso a cattivo gioco

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La violenza vissuta all’interno delle mura familiari è oggetto di speciale attenzione da parte di psicologi e psichiatri. Atti di violenza sulle persone deboli – bambini, anziani, portatori di handicap, donne – o climi violenti e oppressivi in nuclei familiari che dall’esterno sono percepiti come “normali” generano costante preoccupazione, e in tempi di Covid-19 è emerso il problema della violenza in famiglie che si trovavano in condizione di convivenza forzata. La presenza costante del soggetto aggressore tende a bloccare la denuncia della vittima. I centri antiviolenza hanno ripetutamente segnalato il netto calo delle denunce delle donne – infatti, emergono alla luce solo i fatti gravissimi, il resto rimane oscurato. Ci si può allora domandare se le donne forti, che hanno un atteggiamento “positivo” nei confronti della vita, sono avvantaggiate in questi tempi difficili.

Una rassegna pubblicata sull’International Journal of Wellbeing mostra che l’atteggiamento costantemente positivo della donna vittima di abusi domestici si collega fin troppo spesso al diniego degli stessi e alla loro sottovalutazione. Nella ricerca, il concetto di “positività” è stato così specificato: la presenza di un atteggiamento o di una prospettiva considerati utili nel promuovere il benessere e nel migliorare le relazioni interpersonali, che si manifestano come ottimismo, speranza, accettazione, perdono, resilienza, autoregolazione, gratitudine ed empatia.

La rassegna è stata condotta sulla base delle evidenze di 29 studi diversi. Ciò che emerge è che un atteggiamento positivo generico e/o non correttamente bilanciato, e legato alla realtà, è un fattore di aggravamento del danno e può contribuire al perpetuarsi degli abusi. Perdonare un partner aggressivo, o dimenticare facilmente le violenze subite, aumenta la probabilità che l’aggressore trasgredisca di nuovo le regole di civile convivenza. Mantenere ad ogni costo e quasi in modo pregiudiziale un atteggiamento ottimistico in presenza di gravi e/o ripetuti episodi in cui la donna è vittima di abuso e violenza può mettere ancora più in pericolo la persona. In particolare, alcune qualità del mondo emotivo della donna che in tempi e condizioni normali hanno un riscontro positivo – come empatia, speranza, resilienza, tendenza ad essere accogliente e comprensiva – risultano fortemente associate al permanere nella situazione, cioè al non sottrarsi alla condizione di violenza subita.

La pressione sociale orientata ad essere positive può causare notevoli danni in contesti particolari come quello della violenza familiare in quanto può scoraggiare le persone dall’affrontare la realtà della loro situazione, inducendo il meccanismo psicologico della negazione. Il diniego sia della realtà della situazione traumatica sia delle emozioni che la accompagnano comporta una codificazione della situazione centrata sulla relatività della percezione della donna, la quale mette in discussione sé stessa ed entra in confusione. Se il perdono e il farsi forza aumentano la probabilità di ulteriori aggressioni da parte del soggetto abusante, l’atteggiamento positivo della donna costantemente e indiscriminatamente applicato in un ambiente familiare perverso e/o tossico diviene fortemente controproducente. Da ciò si sottolinea la necessità che il movimento della psicologia positiva – già da alcuni accusato di mutarsi in una sorta di “happiology” – contribuisca a infondere un migliore senso di realtà e una più forte assunzione di responsabilità nelle persone, tenendo bene in conto il contesto in cui le persone vivono, prima di esaltare e sollecitare l’approccio positivo alla vita (si veda anche il mio articolo «Psicologia positiva» su Psicologia contemporanea, 254, 2016, 62-63).   

di Andrea Castiello d'Antonio

Sinclair E., Hart R., Lomas T. (2020), «Can positivity be counterproductive when suffering domestic abuse? A narrative review», International Journal of Wellbeing, 10 (1), 26-53, DOI:10.5502/ijw.v10i1.754

Questo articolo è di Andrea Castiello D'Antonio ed è presente nel numero 280 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto