Storia di una metamorfosi

Pensieri e autocritica di una insegnante prestata per qualche tempo alla comunicazione pubblicitaria, fino a che il target a cui puntare non diventa quello dei bambini.

Storia-di-una-metamorfosi.png

Appena laureata trovai delle supplenze in un liceo di scienze umane. Insegnavo psicologia e pedagogia. Una volta, dovendo sostituire una collega che aveva avuto una coppia di gemelli, rimasi sette mesi nella stessa scuola. Mi affezionai a quegli alunni e a giugno mi dispiacque che l’anno fosse terminato così in fretta. Mi proposi di riprendere a settembre e promisi ai miei alunni di tornare. In estate, però, ebbi l’incredibile fortuna di trovare un lavoro molto più remunerativo in un’agenzia di pubblicità. Era una ditta prestigiosa. I colleghi, della mia età o poco più, erano simpatici e spiritosi. Il clima di lavoro, vario e creativo. C’erano sempre delle novità. Le commesse che arrivavano erano le più varie: pubblicità di automobili, di prodotti per la casa, di giocattoli, di prodotti di bellezza e anche campagne elettorali per i candidati di turno. I colleghi che realizzavano spot per la televisione e dei videoclip erano dei geni: riuscivano a far volare le automobili, a polverizzare grattacieli, creavano mostri che per le strade di una metropoli attaccavano gruppi di extra­terrestri per poi trasformarsi in lavatrici e frigoriferi.

Premium

Vuoi leggere la versione completa dell’articolo?

Accedi al sito se hai già un abbonamento alla rivista oppure personalizza il tuo piano e abbonati subito.

Accedi

Questo articolo è di Anna Oliverio Ferraris ed è presente nel numero 279 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto