Smart working: una difesa contro il Coronavirus

L’Italia e gran parte del mondo stanno affrontando un’emergenza sanitaria drammatica e fino a poco tempo fa inimmaginabile. In tale scenario lo smart working diventa una sorta di contro-virus, in grado di permetterci di proseguire le nostre attività di lavoro da casa e in sicurezza.

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 “Scordatevi i vecchi modelli di lavoro flessibile degli anni scorsi, dal telelavoro al part time” lo smart working è tutta un’altra cosa, “oggi in Italia riguarda solo 305 mila lavoratori” ma può valere “13,7 miliardi di euro di valore aggiunto”.  Così Mariano Corso, docente del Politecnico di Milano e responsabile dell’Osservatorio Smart Working – rispondeva nel 2017 in una intervista di Firstonline. E nel 2019 i numeri crescevano: 570.000 smart workers, ben il 20% in più del 2018.

Centinaia di studi, ricerche, convegni non sono riusciti dove paradossalmente oggi è riuscito un virus pericoloso e sconosciuto! E contro il rischio di contagio non ci sono barriere o muri ma prevenzione, e diluizione dei rapporti umani fino al tenersi a distanza di sicurezza con partner, parenti, amici, colleghi, sconosciuti in fila fuori dai negozi di prima necessità.

In questa drammatica situazione in cui l’Italia e gran parte del mondo si sta trovando, il nostro Paese, nello sforzo straordinario rispetto all’emergenza che ci accomuna, vive in una dimensione che poteva sembrare irreale se qualcuno l’avesse descritta anche solo due mesi fa e che invece è realtà da film di fantascienza con cui ognuno di noi, in differente modo e vissuto, sta facendo i conti.

In tale scenario lo smart working, per molti finora ignoto, da altri osteggiato, da altri ancora guardato a distanza con diffidenza e perplessità come può accadere verso ogni cambiamento diventa una sorta di contro-virus positivo e protagonista nelle cronache.

Si diffonde nel linguaggio di tutti, e soprattutto nella ricerca concreta delle aziende private e della pubblica amministrazione per adottare modalità tempestive di riorganizzazione del lavoro al fine di mantenere attive e aperte le imprese e i servizi per l’erogazione delle forniture. Ciò nel rispetto di distanze fisiche, blocchi, chiusure di città e provincie, garantendo contemporaneamente alle persone che lavorano la possibilità di continuare le attività in una dimensione “nuova”: a casa o comunque in un’area del proprio privato.

Questa nuova forma di lavoro non è semplicemente lavorare da casa con un pc, anche se in questa emergenza può essere percepito solo questo. Infatti, va tenuto presente, soprattutto quando usciremo da questa condizione di allarme nazionale, che lo smart working, o lavoro agile, implica adottare, una nuova visione del lavoro, della responsabilità con cui si lavora, del senso degli obiettivi da raggiungere rispetto alla propria prestazione professionale messa in atto “a distanza”. Implica, da parte dei manager, rivedere la cultura e i parametri del controllo e della delega. Implica una riorganizzazione culturale e operativa di quello che per ognuno, e per ogni impresa, è l’idea di lavoro. Implica nuove competenze soft e lo sviluppo di un elemento straordinario e potente nelle relazioni umano-professionali e gerarchiche: la fiducia.

Lo smart working è un approccio al lavoro di benessere organizzativo e individuale, sostiene la motivazione e il coinvolgimento delle persone, può aiutare a conciliare meglio vita privata e vita lavorativa, spinge ad una gestione oculata del tempo, favorisce ad esempio la diminuzione dell’inquinamento perché diminuisce il traffico, con il calo dei relativi costi sociali. Tutto ciò conduce a dimostrati risultati economici per le aziende che lo adottano, a miglioramenti della qualità della vita di persone e collettività.

Ma…c’è sempre un ma! Attenzione ai rischi che potrebbero essere nascosti dietro questa forma di lavoro a misura di comfort! Eccone qualcuno: farsi divorare da email, ore e ore al pc senza interrompere mai, oppure essere interrotti spesso se si è in casa dai familiari che - non abituati alla presenza di mamma o papà in smart working – chiedono aiuto, intervento, come se chi sta lavorando stesse “giocando” o facendo altro che, comunque, può essere sospeso a piacere. Quindi ecco il rischio di non concentrarsi o, all’opposto, di mirare alla rincorsa della perfezione sui vari fronti delle aspettative altrui, per cui si cerca di fare tutto contemporaneamente, arrivando ad annaspare in lotta ancora una volta contro il tempo e le mille cose di lavoro da fare: documenti, telefonate, call conference, skype, email, ecc. Insomma ciò che può essere un modo di lavorare sano e agile, può diventare un incubo che porta a desiderare di fuggire in ufficio il prima possibile!

Allora in questi giorni di lavoro a distanza e a casa, ecco qualche consiglio:

  • Rispettare i normali orari di lavoro;
  • Concedersi delle pause;
  • Delimitare in qualche modo una zona, anche piccola, della casa come un temporaneo “angolo ufficio/studio personale” (basta un tavolo piccolo anche in camera dove sia possibile isolarsi per il tempo di lavoro necessario);
  • Utilizzare questa occasione per parlare ogni tanto del proprio lavoro, coinvolgendo partner e eventuali figli su racconti che possono far loro cogliere il valore di ciò che state facendo e del perché non si può andare in vacanza o uscire;
  • Fare di questa condizione forzata un’occasione nuova di condivisione simbolica che, in prospettiva, aiuterà anche una rivisitazione dei ruoli in famiglia, la percezione del valore del lavoro che impegna gli adulti, un uso del tempo più organizzato che ponga un confine flessibile tra vita di lavoro e vita privata senza cadere in un uso auto-fagocitante del tempo, quasi a prescindere!
  • In sintesi: porre dei limiti sani a se stessi e agli altri. In pratica serve autodisciplina. Un ottimo investimento per la qualità del lavoro, delle relazioni e della vita di ognuno.

Quindi buon lavoro in forma smart o tradizionale e grazie a tutti coloro che, con responsabilità e sforzi di ogni tipo, si impegnano per far andare avanti il nostro Paese in una condizione di estrema difficoltà. C’è molto da imparare da questa esperienza: anche su come sviluppare lo smart working in Italia.

 

Articolo di Luciana d’Ambrosio Marri Sociologa del lavoro, Selezione, Formazione, Diversity management, Sviluppo delle Persone e Benessere Organizzativo.
www.lucianadambrosiomarri.it

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