Narcisismo patologico o egocentrismo infantile?

Molti individui che oggi consideriamo narcisisti patologici corrispondono nei fatti più a egocentrici infantili, deboli e incerti,
e per ciò incapaci di empatia verso gli altri.

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Fra i termini di matrice psicologica entrati a far parte del linguaggio comune negli ultimi tempi, senza dubbio quello di “narcisista” è tra i più in voga. In particolare quando le donne parlano degli uomini da cui si sentono non abbastanza considerate, manipolate, se non maltrattate. Di rado questa etichetta si affibbia a una donna, forse perché nella mitologia Narciso è un giovane uomo, oppure perché certi comportamenti di quasi totale non considerazione dei bisogni del partner e degli altri vengono tradizionalmente attribuiti al maschio, e non alla femmina, che per natura dovrebbe essere più capace di empatizzare con l’altro e pertanto considerarne le necessità, invece di essere costantemente orientata ai propri desideri e bisogni. Tutto ciò può apparire ragionevole e antropologicamente fondato; si sottovaluta però che la vanità femminile estremizzata fa da specchio al maschile narcisismo: tanto che nella letteratura psichiatrica, al contrario del comune pensare, il disturbo narcisistico è un quadro nosografico sia maschile che femminile. Il problema è che la sua definizione non è così precisa e rigorosa e nemmeno operazionale come costrutto diagnostico ben differenziato da altri profili clinici.

Tutto ciò crea una marcata confusione e numerose dispute riguardo all’utilità di questa definizione, che affonda le sue radici nella tradizione psicoanalitica ma trova ben pochi corrispettivi al di fuori di tale paradigma teorico. Tuttavia, lo scopo della mia argomentazione non è lo smantellamento del costrutto di narcisismo patologico, bensì quello di chiarire come esso sia utilizzato nella maggioranza dei casi in maniera impropria e conduca a interpretazioni fallaci e a soluzioni fallimentari. Nel lessico psicologico non solo del largo pubblico ma anche di numerosi esimi colleghi, si incontra troppo spesso questa attribuzione riferita ai giovani per lo più autoriferiti e concentrati sui loro bisogni e desideri, o ai partner egoisti e incapaci di reale comunione di intenti, alle persone non in grado di coinvolgersi in progetti comuni con altri e perciò costantemente disimpegnate, o ancora a coloro che non sono in grado socialmente di assumersi responsabilità, ma pretendono sempre dagli altri.

Ora, se si esce dall’impalcatura teo­rica psicodinamica, queste caratteristiche appaiono chiaramente attribuibili a ciò che viene definito dalla psicologia egocentrismo infantile. È infatti l’essere naturalmente autoriferito ai propri bisogni e desideri del bambino, l’essere egoista e poco capace di cooperare con gli altri dell’infante, il non essere competente ad assumersi responsabilità del fanciullo in quanto non ancora abbastanza esperto e il delegare pertanto agli adulti, pretendendone l’intervento, tutto ciò che egli non può ottenere da solo.

Gli studi e le ricerche degli ultimi due decenni in relazione alla crescita personale e all’evoluzione psicologica dell’individuo mostrano chiaramente come nella società del benessere i giovani siano troppo protetti e non sospinti ad affrontare ostacoli, fatiche e sofferenze per sviluppare resilienza e motivazione all’impegno e allo sforzo per raggiungere risultati e migliorare sé stessi. L’adolescenza come fase della crescita si è dilatata ufficialmente sino ai 25 anni, ma si osservano anche ultraquarantenni mai divenuti adulti perché non autonomi e indipendenti a tutti gli effetti. L’iperprotezione famigliare e sociale, assieme a una permissività estremizzata nei confronti dei figli, ha tolto loro la possibilità di confrontarsi, faticando e soffrendo, con ostacoli e frustrazioni, inevitabili esperienze per divenire soggetti adulti autonomi e fiduciosi nelle proprie risorse. Non è un caso che le psicopatologie basate sulla paura e sull’insicurezza siano divenute una sorta di pandemia adolescenziale: i disturbi di ansia e panico raggiungono picchi del 30% della popolazione, le uscite psicotiche e i disturbi borderline sono in aumento esponenziale, l’anoressia giovanile come causa di morte è seconda solo agli incidenti stradali.

La fragilità psicologica dei giovani e di coloro che, malgrado l’età, non sono mai cresciuti non può dunque essere liquidata con l’espressione di “narcisismo patologico” poiché è una condizione ben più complessa, legata non solo alle caratteristiche dell’individuo, ma anche e pesantemente all’evoluzione delle società opulente, le quali, nell’elevare il benessere, paradossalmente riducono le capacità dell’individuo, handicappato dalla carenza di esperienze che lo fortifichino. Del resto, questo fenomeno venne già notato da Platone quando affermò che i giovani ateniesi erano divenuti pigri e indolenti a causa degli agi. Cicerone, in maniera non dissimile, vedeva nella gioventù romana un progressivo debosciamento, causato da una vita devota solo ai piaceri. Purtroppo, come afferma Benjamin Franklin, «È esperienza nota che gli uomini non imparano dall’esperienza» e continuano a perpetrare gli stessi storici errori.

Considerato tutto ciò, appare evidente che oggi più che con narcisisti patologici abbiamo a che fare con egocentrici infantili, fragili e insicuri, che per questo sono incapaci di assumersi responsabilità e di empatizzare con gli altri. Parafrasando proprio Freud, cioè colui che ha formulato il concetto di narcisismo, non si tratta di persone obnubilate da un’eccessiva stima di sé e compiacimento del proprio essere, bensì, al contrario, di soggetti vittime dei loro meccanismi di difesa, innescati dalle rispettive fragilità e insicurezze.

La via d’uscita non può essere il creare una definizione psicologica alla moda che poi non calza nemmeno alla realtà che pretende di descrivere, ma il modificare i modelli della dinamica famigliare e sociale affinché questi, invece di impedire, favoriscano l’acquisizione di fiducia nelle proprie risorse e stimolino allo sfidarsi per migliorarsi, piuttosto che invitare ad adagiarsi sulle comodità. A questo scopo, valgono le parole di Karl Marx: «Il mondo non va interpretato, va cambiato».

Giorgio Nardone, fondatore, insieme a Paul Watzlawick, del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, è internazionalmente riconosciuto sia per la sua creatività che per il suo rigore metodologico.

Questo articolo è di Giorgio Nardone ed è presente nel numero 283 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto