Menzogne, fake news, post-verità

In un mondo che non risulta sempre interessato ad accertare e diffondere la verità su un tema, ci sono tecniche per leggere i segnali corporei di chi mente.

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Per molto tempo abbiamo creduto che le bugie avessero le “gambe corte” e che, per questa ragione, faticassero ad andare lontano. Almeno così c’insegnavano i nostri genitori. La verità, magari lentamente, arrivava sempre. Era una morale chiara, capace d’indicare ciò che era giusto, legata a un’antica novella di Fedro di cui forse si era persa l’origine. A tutti invece era familiare il nome di Collodi e del suo Pinocchio: quel naso che si allungava quando diceva le bugie ci trasmetteva infatti la stessa morale.

Questa visione non rappresentava, però, tutta la verità. Qualche anno dopo, ancora sui banchi di scuola, un altro straordinario racconto ci avrebbe fatto conoscere l’uso astuto e strategico della menzogna. L’Odissea, il viaggio di Ulisse di ritorno dalla guerra di Troia, è costellata infatti di innumerevoli situazioni di questo tipo, a partire dallo stratagemma del cavallo di Troia, sino alla fuga dalla dimora di Polifemo. Ma in un caso il tema della menzogna viene affrontato in modo esplicito, quando Ulisse, finalmente rientrato ad Itaca, mente sulle proprie origini raccontando a un pastorello di essere un cretese in fuga. Sotto le spoglie del giovane ascoltatore si cela in realtà la dea Atena, sua protettrice, la quale, dopo aver ascoltato il racconto, gli dice: «Sei un meraviglioso bugiardo, se non conoscessi la verità, ti avrei creduto».

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Questo articolo è di Diego Ingrassia, Massimo Berlingozzi ed è presente nel numero 282 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto