La solitudine al tempo del coronavirus: riflessioni

La solitudine può farci ammalare, ma può anche rappresentare un’opportunità di rivedere e migliorare il proprio rapporto con sé stessi e con gli altri.

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La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o qualcosa che sta dentro di noi.
Josè Saramango

Un evento critico di così grande rilievo come quello che abbiamo vissuto durante la quarantena e stiamo vivendo tuttora, oltre agli imponenti aspetti clinici ed epidemiologici (tanto che l’OMS ha proclamato lo stato di pandemia) induce uno straordinario coinvolgimento psichico di alta risonanza emotiva. Predomina la paura in tutte le sue connotazioni, ma sono anche altre le emozioni e gli stati d’animo con cui ci confrontiamo. Uno di questi, certamente correlabile agli effetti della pandemia e alle rigorose misure tese a contenere la propagazione del virus, è la solitudine. La solitudine di chi si trova ad affrontare la malattia, dei familiari, di chi è in quarantena, quella degli operatori sanitari e dei soccorritori, dell’intera collettività, che deve attenersi alle recenti norme restrittive rimodulando la propria quotidianità, i propri tempi e i propri spazi.

Lo scenario

Il COVID-19, sigla con la quale abbiamo, purtroppo, familiarizzato, sta mettendo a dura prova la resilienza collettiva e individuale. C’è chi ha paragonato questa pandemia a una guerra (analogia che non mi sento di condividere pienamente, ma che rende l’idea della sua complessità e gravità) e quindi ha invocato strategie e tattiche tese non tanto a vincere, ma a limitare le perdite. Certo, se vogliamo mantenere l’analogia bellica, ci siamo trovati di fronte a un nemico tanto microscopico e invisibile, quanto potente e pericoloso, perché non lo conosciamo. Ha agito in modo imprevedibile e ci ha trovati impreparati, privi di tutte le possibili contromisure scientificamente validate per contrastarlo, perché è insidioso e particolarmente virulento e, in non pochi casi, comporta un serio rischio per la salute. Purtroppo, ha fatto anche tante vittime, specie tra le persone con salute più debole e compromessa. Pertanto, se non si fossero adottate strategie “difensive” drastiche, gli effetti, specie per le fasce di popolazione più a rischio (per esempio gli anziani) avrebbero potuto essere davvero devastanti.

I Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, emanati a tal fine, sono stati provvedimenti molto rigorosi che, per la prima volta dopo tanti anni, hanno toccato veramente da vicino tutti noi, indistintamente, in aspetti essenziali della nostra vita, limitando fortemente la libertà di ognuno, coinvolgendoci tutti nelle consuetudini e stili di vita, e chiamandoci tutti all’assunzione di precise responsabilità per fronteggiare la crisi.

Tutti siamo stati “consegnati e isolati” presso le nostre case con una forte e reiterata raccomandazione a non uscire, fatto salvo casi di assoluta necessità, documentabili, pena delle sanzioni pesanti e con ripercussioni anche penali.

Il Paese è stato isolato, i malati sono stati isolati, il personale che se ne prende cura ha operato e opera in isolamento, ognuno di noi è stato, di fatto, semi isolato nella propria casa.

Lo stato di isolamento e il “distanziamento interpersonale” cui siamo stati sottoposti, la difficoltà di prevedere lo sviluppo degli eventi e la paura dei contagi, con tutte le attivazioni ansiose, fobiche e di evitamento, ci hanno costretto a una rimodulazione repentina di abitudini e stili di vita oltre che a una diversa gestione della nostra “confort zone”. Siamo portati quindi a significative rinunce, ad attribuire una diversa priorità ai propri bisogni e a un forzato distanziamento sul piano sociale, che favorisce condizioni di isolamento e solitudine, tutto questo per un’emergenza sanitaria. Mai lo avremmo immaginato.

Nell’epoca in cui, grazie ai grandi progressi della medicina possiamo contare su un controllo pressoché assoluto di tante malattie, su apparecchiature diagnostiche sofisticatissime che consentono diagnosi precoci e terapie mirate, è cambiato anche il nostro approccio con la malattia. Magari continuiamo ad avere paura del tumore, nemico sordo e silenzioso, delle malattie rare, ma di certo, almeno noi occidentali, non temevamo un’infezione, almeno fino ad ora, perché forse siamo stati abituati a viverla come il malanno che dura una settimana e che passa senza lasciare conseguenze. 

Non ci aspettavamo un’invasività e virulenza tali da isolare tutto e tutti, da “isolarci” nelle nostre case, magari superconnessi con il mondo, ma pur sempre rinchiusi nel nostro forzato “isolamento”. Una condizione, questa, che a noi persone del XXI secolo, ci va davvero stretta, perché non solo ci priva della nostra libertà di fare, di muoversi, di relazionare, di incontrare e anche di oziare, ma ci ricorda in ogni momento il motivo per cui tutto ciò sta accadendo, alimentando continuamente le nostre paure, perché è a rischio il nostro bene più prezioso: la salute, la vita, ma anche il futuro della nostra Nazione.

Questa crisi che stiamo vivendo avviene in una società in cui le relazioni e il ruolo che ricopriamo condizionano fortemente l’impostazione dei nostri ritmi e stili di vita e, soprattutto, il nostro senso di identità. La forte evoluzione tecnologica e la necessità di essere efficienti e produttivi fanno sì che non siamo più padroni del nostro tempo. La velocità viene vista come un valore in sé, dove chi rallenta potrebbe diventare un’interferenza, un disturbo. Il cervello si abitua alla velocità, e la lentezza produce disagio, disappunto da parte degli altri, esclusione e solitudine. Figuriamoci il doversi fermare! La nostra cultura apprezza e promuove la velocità e la prontezza. Questo rincorrere il tempo, non ci fa avere più spazi interiori da dedicare agli altri e a noi stessi; c’è sempre qualcosa da fare, un impegno di lavoro, un telefono che squilla, un sms che richiama la nostra attenzione, il dopo cena da vivere e il fine settimana da organizzare. Sottoposti a un continuo ritmo frenetico non abbiamo più la pazienza di aspettare, come se viaggiassimo costantemente con gli abbaglianti accesi per vedere lontano, ma perdendo di vista ciò che è vicino, immanente, presente.

Aspettare e avere pazienza è proprio quello che è stato richiesto in queste settimane, così ci siamo accorti di quanto sia difficile avere pazienza, ci siamo sentiti, anche per questo, ancora più persi e ancora più soli.

Senza dubbio a una persona che manifesta una condizione di solitudine si possono fornire dei consigli utili a modificare il proprio atteggiamento per esempio prospettando che, malgrado la situazione e le norme restrittive e di distanziamento sociale, si possono comunque ricercare le opportunità di poter contare su una rete di supporto sociale attraverso l’utilizzo sano e ponderato dei social che, in questo caso, possono rappresentare un valido ausilio.

In tal senso anche quelle iniziative di solidarietà come concerti online, striscioni sui balconi, iniziative che stimolino il sentimento di appartenenza, possono aiutare a sentirsi parte di una comunità, a condividere lo stesso problema, ad alleviare la solitudine.

È importante dare un senso alle rinunce e ai sacrifici che ci vengono richiesti, perché dare un senso a ciò che dobbiamo fare ci fa sentire protagonisti partecipi e più responsabili. Fa sopportare meglio il sacrificio che la situazione richiede e, se tutto andrà bene, dipenderà anche da noi.

Il regista Ferzan Ozpetek offre al riguardo una considerazione estremamente calzante che contribuisce a dare un senso a questa particolare situazione:

"Impariamo a capire che questa è una lotta contro le nostre abitudini e non contro un virus. Questa è un’occasione per trasformare un’emergenza in una gara di solidarietà. Cambiamo il modo di vedere e di pensare. Non sono più "io ho paura del contagio" oppure "io me ne frego del contagio", ma sono IO che preservo l’ALTRO. Io mi preoccupo per te. Io mi tengo a distanza per te. Io mi lavo le mani per te. Io rinuncio a quel viaggio per te. Io non vado al concerto per te. Io non vado al centro commerciale per te. Per te. Per te che sei dentro una sala di terapia intensiva. Per te che sei anziano e fragile, ma la cui vita ha valore tanto quanto la mia. Per te che stai lottando con un cancro e non puoi lottare anche con questo. Vi prego, alziamo lo sguardo. Io spero che in #ItaliaNonSiFerma la solidarietà. Tutto il resto non ha importanza".

Questo appello di solidarietà ci porta a considerare il ruolo fondamentale dei media che è un aspetto da considerare con attenzione.

Un’informazione confusa non è mai utile e funzionale e alimenta il senso di solitudine.  

Siamo bombardati da informazioni tutti i giorni, a tutte le ore, la maggior parte drammatiche, attraverso i notiziari e servizi speciali da parte di tutte le reti radiotelevisive. Questi ultimi poi, non sempre offrono un valore aggiunto ai notiziari, spesso diventano un mero palcoscenico non solo di autorevoli scienziati ed esperti (che sono quelli che dovremmo ascoltare) ma anche di liberi opinionisti e giocolieri della parola che dichiarano tutto ed il contrario di tutto senza averne sempre le competenze. Pertanto, un atteggiamento sano e protettivo è quello di limitarsi ad ascoltare le informazioni dei canali ufficiali e il minimo indispensabile. Sarebbe poi salutare evitare di inoltrarsi nel ginepraio dei social in cui tutti si sentono legittimati a dire la propria, anche illustri sconosciuti, che magari, attraverso interpretazioni di informazioni ufficiali, ne stravolgono i contenuti o, peggio si pubblicano notizie che non hanno alcun fondamento.

I social, piuttosto, si rivelano utili quando divulgano messaggi di sostegno, carichi di sana positività, di prospettive rassicuranti (non illusorie), di informazioni pratiche, di intrattenimento e compagnia, che controbilancino la drammaticità della situazione.

Per quanto concerne noi professionisti, sarebbe necessario mantenere un rapporto di continuità con le persone che stanno seguendo un percorso di terapia. Purtroppo può essere difficile proporre un incontro diretto. A tal riguardo è ed è stato senza dubbio utile l’utilizzo della tecnologia, che, in un contesto di emergenza, può essere meglio proposto e accettato. Così si può senz’altro incentivare il ricorso al telefono, alle e-mail e agli altri strumenti digitali per poter condurre dei colloqui e ascoltare chi ci contatta. Ovviamente con tutti i dovuti accorgimenti e con la consapevolezza della diversità e dei limiti di questi ausili rispetto a un incontro diretto. È estremamente utile, in situazioni di criticità, poter disporre di opportunità di interazione e di ascolto alternative al colloquio diretto, perché consentono alle persone che maggiormente avvertono la solitudine, di poter contare su un contatto prezioso, su un interlocutore qualificato e disposto ad accogliere e dare un significato alla sua sofferenza o, per chi segue un percorso di terapia, anche a poter garantire un senso continuità terapeutica.

Il messaggio che deve passare è quello di stimolare la richiesta di aiuto perché, in questa emergenza, ognuno può avere bisogno di un sostegno, di una consulenza, di un semplice chiarimento circa un’emozione o un sentimento che non riesce a comprendere.

Chiedere aiuto non è mai un segno di debolezza quanto, piuttosto, un atto di responsabilità.

Comprendere e far comprendere che, in molti casi, si è persa di vista la parola solitudine e il suo vero significato, perché ci siamo identificati troppo nelle relazioni che intratteniamo e, quando queste sono compromesse ci ritroviamo in una specie di deserto.

Il compito del professionista è, allora, quello di far capire che forse, quel deserto, è anche un’opportunità ove trovare una percezione maestra che ci indica la via.

 

Filippo Di Pirro. Psichiatra, psicoterapeuta.


Riferimenti bibliografici

  • Arcidiocesi di Napoli, Consulta pastorale per la sanità (2020), La solitudine della morte e la morte in solitudine, Alfredo Giunta Editore, Napoli.
  • Bani A. (2016), “Aspetti psicologici della solitudine”, Toscana Medica, 07.
  • De Leo D., Trabucchi M. (2018), “La solitudine nei servizi sanitari”, Arco di Giano, 98.
  • Guggisberg Noalli P. (2017), La via della psicosintesi, Ibis Xenia, Como-Pavia.
  • MacKinnon R., Michels R., Buckley P.B. (2019), Il colloquio in psichiatria e psicologia clinica, Giunti Psychometrics, Firenze.
  • Pietrantoni L., Prati G. (2009), Psicologia dell’emergenza, Il Mulino, Bologna.               

Photo credits: Foto di Andrew Neel da Pexels