La paura del Coronavirus: come difenderci e affrontarla

Oltre 51000 contagiati, di cui la stragrande maggioranza in Cina, più di 1660 morti: il Coronavirus fa, giustamente, paura. Giustamente perché si tratta di un virus, di un patogeno invisibile che può provocare la morte e sul quale non abbiamo alcun controllo. Ma la diffusione del Coronavirus sta portando con sé una minaccia ben maggiore del reale contagio al di fuori della Cina: un’epidemia di paura e il rischio psicosi.

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In Italia i casi accertati a oggi (17/02/2020) sono 3, la coppia di cinesi in vacanza a Roma e un giovane rientrato da Wuhan che si trovava in quarantena nella struttura militare di Cecchignola, eppure la paura che si è diffusa è sproporzionata rispetto ai rischi reali. I voli da e verso la Cina sono stati bloccati, i festeggiamenti del Capodanno cinese annullati in tutte le città italiane, in segno di rispetto per la sofferenza dei connazionali, ma probabilmente anche per il timore di un contagio di massa, i locali gestiti da cinesi vengono evitati, gli studenti cinesi vengono invitati a non andare a scuola… Gli episodi di discriminazione e razzismo stanno aumentando in modo considerevole. Insomma, il rischio di una psicosi è concreto, oltre al fatto che il Coronavirus sembra dare una scusa a chi diffonde paura e odio verso gli “stranieri”, che magari stranieri non sono.

 

Paura e percezione del rischio
Ma andiamo per ordine. Iniziamo dalla paura e da come percepiamo il rischio del pericolo che la genera.

La paura è una delle emozioni di base, è evolutivamente funzionale alla sopravvivenza della specie, infatti senza tale emozione l’uomo si sarebbe estinto da secoli. È un campanello d’allarme che ci avvisa quando si manifesta una minaccia, ci mette in allerta e nella condizione di “attacco o fuga” attivando il corpo a reagire prontamente e focalizzando la nostra attenzione per rispondere in modo rapido ed efficace al pericolo. Quindi la paura è adattiva, è funzionale alla sopravvivenza. Tuttavia la risposta alla minaccia può essere sproporzionata alla sua reale pericolosità: può accadere che si reagisca in maniera eccessiva a un evento che non è poi così pericoloso. Questo dipende da come percepiamo quella minaccia, cioè dalla valutazione del rischio che ne facciamo.

La percezione del rischio non è monolitica e stabile, né obiettiva e bastata su dati statistici e oggettivi: è influenzata da una serie di variabili soggettive, che dipendono da come percepiamo la realtà e da come giudichiamo le cose, e che, proprio perché aspetti personali, possono essere distorti, alterati e fallaci. Se pensiamo alla minaccia di un virus, invisibile e potenzialmente mortale, la nostra percezione del rischio sarà quindi maggiore rispetto a quella di bruciarci togliendo una teglia dal forno o di un essere coinvolti in un incidente stradale. Un virus che contagia migliaia di persone, anche se molto lontano da noi, e che si diffonde come una normale influenza può perciò darci un’alta percezione di rischio e generare un elevato livello di ansia e paura. Inoltre, la letteratura sull’argomento ha dimostrato che i rischi “nuovi” sono avvertiti come più pericolosi rispetto a quelli noti, e il Coronavirus è una nuova minaccia sullo scenario internazionale, tanto da spaventare di più dell’HIV, per esempio, che conosciamo ormai da tempo, o dei virus influenzali stagionali che siamo abituati ad affrontare ogni anno.

Inoltre, la percezione di rischio è maggiore quando riguarda noi stessi, quando la minaccia entra nel nostro “orticello”, mentre è minore quando la viviamo come lontana: il virus Ebola è percepito come meno pericoloso perché “lontano da noi”, anche se ha una mortalità del 50% e sta facendo vittime ancora oggi in Congo, invece, nonostante la maggior parte di contagi e decessi  si verifichi in punti geograficamente molto lontani dall’Italia, la nostra percezione è più elevata per il Coronavirus in virtù della globalizzazione, dei numerosi immigrati presenti sul nostro territorio e dei frequenti contatti turistico-commerciali con la Cina.

Un altro aspetto che aumenta la percezione del rischio è il fatto di non avere controllo sulla minaccia; un virus invisibile è più pericoloso di un incidente stradale, perché sul secondo pensiamo di poter avere un controllo maggiore: siamo noi a guidare, noi a controllare le altre auto e la strada ecc. Allo stesso modo, viene avvertito come meno probabile un attacco cardiaco anche se il nostro stile di vita ci predispone e ci rende potenzialmente a rischio, rispetto ad essere contagiati da questo nuovo virus. Che, stando agli attuali dati ufficiali, è veramente una probabilità molto remota.

Anche la diffusione delle notizie su un pericolo può modificare la nostra percezione del rischio, aumentandola: più se ne parla, più la minaccia sembra concreta, e del Coronavirus se ne sta parlando moltissimo, con bollettini quotidiani e notizie talvolta allarmistiche. Teniamo presente, infatti, che anche il linguaggio e il tono pessimistico e allarmante utilizzato da alcuni commenti incrementa notevolmente la nostra apprensione, alterando le nostre percezioni e portandoci erroneamente a pensare che, se molte persone ne parlano in modo catastrofico, allora sarà vero. Questo, insieme al contagio emotivo, può ingenerare reazioni esagerate a situazioni in quel momento non pericolose. Pensiamo al panico che si genera in un locale al chiuso quando qualcuno inizia a urlare e a correre. Pur senza sapere cosa stia accadendo, d’istinto, tutti iniziano a urlare e a fuggire, con il rischio di travolgere le persone e di bloccare le uscite di emergenza, creando una reale situazione di pericolo.

Quindi, in sintesi, sono questi fattori (novità, prossimità, mancanza di controllo e numero e tenore delle notizie) ad alzare il nostro livello di allarme.

Ovviamente questo non vuole ridurre la portata di un virus potenzialmente letale, né banalizzare la paura che genera in ognuno di noi o affermare che le notizie in merito non dovrebbero essere date dagli organi di comunicazione, né tantomeno che dovremmo ignorare ogni informazione al riguardo, mettendo “la testa sotto la sabbia”. Tutt’altro. Questo nuovo virus scatena paure profonde, proprio perché è qualcosa su cui non abbiamo alcun controllo, di cui al momento non esiste cura, che evoca angosce ancestrali e ci costringe a confrontarci con il nostro timore della morte. Fa emergere ansie e preoccupazioni del tutto normali. Ma è necessario difenderci dall’eccesso di paura e non lasciare che ci controlli e si trasformi in una psicosi, prima individuale e poi collettiva, che porti a identificare, per estensione e come meccanismo di difesa, il “nemico” nella popolazione cinese e non nel Covid-19, il Coronavirus.

Come possiamo evitare che la paura diventi pervasiva?
Innanzitutto, informandosi bene e facendo affidamento ai dati reali. Leggendo notizie da fonti affidabili, senza fermarsi solo ai titoli o alle prime informazioni, cercando di leggere con attenzione e di approfondire, se necessario, e diffidando delle notizie troppo allarmistiche. Conoscere i dati reali aiuta a contenere la paura: il Ministero della Salute e l’Organizzazione Mondiale della Sanità aggiornano quotidianamente le relative pagine sul Coronavirus.

Il rischio che diventi una pandemia c’è, ma al momento non è ancora definibile né se accadrà, né quando. Sappiamo che la quasi totalità dei casi si trova in Cina, che si è attrezzata per ridurre il più possibile i contagi, e che, dai dati dell’OMS, sembra che la velocità di diffusione si stia stabilizzando. Sappiamo anche che si tratta di un virus contagioso, più della nota SARS, ma che ha un tasso di mortalità inferiore (cioè il numero di decessi in rapporto al numero di contagiati): il Coronavirus è attualmente circa al 2,3%, la SARS era al 9,6%. Inoltre la rete di sorveglianza in Italia è stata attivata tempestivamente, l’attenzione degli organi preposti al controllo della nostra sicurezza è elevata: i casi accertati in Italia sono “solo” 3, tutti i casi a rischio sono esaminati, tenuti sotto controllo, posti in quarantena preventiva. L’OMS ha stabilito l’“Emergenza di sanità pubblica di interesse internazionale”, aumentando quindi le risorse per controllare la diffusione del virus e trovare terapie efficaci, mentre si fanno ricerche per individuare un vaccino. È vero, i dati sono in continua evoluzione, ma ci mostrano che la situazione, sicuramente in Italia, è sotto controllo e non si tratta di emergenza nazionale.

Eppure la paura del contagio sta dilagando più del virus stesso. Avere paura, come abbiamo detto, è normale. Per imparare a gestirla, oltre a razionalizzare e a informarci adeguatamente, dobbiamo anche accettarla.

Possiamo avere paura e dobbiamo permetterci di provarla. Evitarla, scacciarla, fingere non ci sia, rifiutarla non serve; anzi, può persino rafforzarla. Quindi permettiamo a noi stessi di sentirla, senza però darle eccessivo spazio, sperimentandola in quel momento e poi lasciandola scivolare via, ricordandoci che, in parte, si tratta di una reazione irrazionale e influenzata da fattori non oggettivi.

Possiamo anche attuare le misure precauzionali diffuse dall’OMS e dall’Istituto Superiore di Sanità, come lavarci spesso le mani e starnutire o tossire nell’incavo del braccio. Non serve fare incetta di mascherine, né evitare ogni persona con tratti somatici asiatici. Come non serve evitare di entrare nei negozi gestiti da cinesi: se non sono stati in Cina nelle ultime 2 settimane, la probabilità che abbiano contratto il virus è quasi inesistente. Esattamente come il bambino cinese che va a scuola con nostro figlio, e che magari non è neanche mai stato in Cina perché nato in Italia o adottato, che ha le stesse probabilità di avere il Coronavirus di quante ne abbiamo tutti noi.

Diventa perciò essenziale riuscire a lasciare uno spazio minimo alla paura, senza farcene invadere, senza farci condizionare nella nostra vita quotidiana, senza farci paralizzare: se ci lasciamo controllare, la paura diventa totalizzante e ci spinge a mettere in atto comportamenti di difesa non funzionali. Questo meccanismo si innesca in modo involontario, quindi è importante cercare di diventare consapevoli delle nostre reazioni: percepire la paura, comprendere perché la proviamo, sapere che è normale, concentrarsi sui dati reali e oggettivi per razionalizzarla e arginarla. In questo modo eviteremo di trovarci in uno stato di allarme costante che può compromettere il nostro benessere e il nostro stato di salute generale, aumentando il livello di ansia e stress. Questi infatti abbassano le nostre difese immunitarie e ci rendono più vulnerabili alle malattie, in questo caso, più che al Coronavirus, all’influenza stagionale, che ha il suo picco in questo periodo, e ai disturbi cardiovascolari o ischemici che sono maggiori in chi vive elevati e prolungati livelli di stress.

Inoltre, evitare che la paura ci governi impedisce il diffondersi di una pandemia ben più grave: la psicosi da contagio, che può avere effetti potenzialmente ben più pericolosi, episodi di razzismo e discriminazione, la diffusione di odio e paura verso i cinesi. Il “nemico” diventa “generale”, passando dal virus a ogni persona con tratti somatici asiatici, generalizzando quindi il luogo in cui si è sviluppato con tutta la popolazione cinese. Il meccanismo della generalizzazione è tipico dell’essere umano, perché permette l’applicazione di un apprendimento in un determinato contesto a un insieme di altre situazioni simili, è alla base dell’apprendimento dei concetti nei normali processi di pensiero e consente di interpretare la realtà in modo rapido e cognitivamente meno dispendioso. Tuttavia, in questi casi rischia di determinare effetti drammatici: sia danni economici, ancora non valutabili, sia danni ai cittadini cinesi che si trovano sul nostro territorio, che, additati quali untori di un virus spaventoso, per timore di aggressioni e reazioni d’odio, non escono di casa, imponendosi una (inutile) quarantena preventiva.

 

Ministero della Salute, Situazione in Italia e nel mondo Covid-19, http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioContenutiNuovoCoronavirus.jsp?lingua=italiano&id=5338&area=nuovoCoronavirus&menu=vuoto

World Health Organization, Novel Coronavirus (2019-nCoV) situation reports, https://www.who.int/emergencies/diseases/novel-coronavirus-2019/situation-reports