Philip Zimbardo, Piero Bocchiaro

La minaccia indotta dallo stereotipo

Ciascuno di noi può essere vittima della sua appartenenza sociale, legata al genere, all’età, al colore della pelle, alla professione ecc. Ebbene, basta percepire che i membri del proprio gruppo sono considerati avere abilità ridotte, per avvertire una sensazione di minaccia e accusare un calo nella prestazione.

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Sebbene appartenere a un gruppo sociale stigmatizzato offra dei chiari vantaggi all’individuo – si pensi, per esempio, alla possibilità di proteggere l’autostima attribuendo al pregiudizio altrui le valutazioni negative ricevute –, è innegabile che tale appartenenza porti con sé una serie di spiacevoli conseguenze psicologiche. Già vent’anni fa un gruppo di ricercatori americani iniziò a indagare in maniera sistematica le implicazioni del sentirsi addosso il peso di un’etichetta, mostrando che l’atto di rendere saliente uno stereotipo negativo di gruppo provoca, in chi ne fa parte, non solo il timore di confermare il contenuto dello stereotipo stesso, ma anche, nella maggioranza dei casi, il puntuale verificarsi di quanto paventato (Steele e Aronson, 1995).

Con “rendere saliente uno stereotipo” intendiamo l’atto di richiamare, in una data situazione, l’esistenza di un certo stereotipo. Essere a conoscenza dello stereotipo, per esempio, secondo cui i genovesi sono avari non avrà, su di loro, particolare influenza a meno che in un preciso contesto questo stereotipo non venga chiamato in causa – non necessariamente in maniera esplicita. Insomma, un autentico fardello, potremmo dire, che è costretto a portare persino chi dovesse considerare poco veritiera o del tutto infondata quella credenza sociale.

«Quando mi reco al bancomat e una donna sta facendo un’operazione», scrive lo psicologo afro-americano James Jones, «mi chiedo se ha paura che io possa derubarla. Non avendo alcuna intenzione di farlo, come posso metterla a suo agio? Forse non posso… e forse lei non ha alcuna paura. Ciò nonostante, è un pensiero che mi attraversa la mente» (Jones, 19972, p. 262). Jones ci ricorda che non possiamo disfarci di quei contenuti mentali che sappiamo essere ampiamente condivisi all’interno della nostra collettività, di tutte quelle identità che ci abitano e che inevitabilmente influenzano i nostri e gli altrui pensieri, vissuti emotivi e comportamenti. 

I risultati di molteplici studi di laboratorio, condotti anche in Italia, dimostrano che l’attivazione dello stereotipo negativo relativo a un certo gruppo produce degli immediati effetti su chi ne è compreso. Tipicamente, è stato osservato che introdurre un compito come diagnostico delle abilità intellettive determina un peggioramento della prestazione nei membri dei gruppi stigmatizzati in quel dominio, ossia anziani, neri o individui provenienti da background socio-economici svantaggiati. Risultati analoghi sono stati riscontrati su vari campioni di donne: in questi casi, il calo del rendimento viene registrato nelle prove di matematica ed è ascrivibile all’attivazione dello stereotipo che, in questa sfera, le vede svantaggiate rispetto agli uomini. 

A preoccupare di più, tuttavia, sono le conseguenze a lungo termine associate alle appartenenze sociali. Ciò è particolarmente vero per gli individui che più si identificano con l’ambito verso cui lo stereotipo di gruppo è indirizzato, quelli cioè che, in virtù di buone capacità e di fiducia nei propri mezzi, sono riusciti a identificarsi con quel dominio a dispetto dell’influenza dello stereotipo. Ciò che può facilmente accadere a queste persone è una progressiva modifica del concetto di sé in risposta alla sensazione di “minaccia” continuamente sperimentata. Si difendono, insomma, facendo ricorso al meccanismo di disidentificazione. Ma mentre provano a salvare l’autostima, perdono motivazione e interesse. Tornando al dato concernente le donne e l’ambito matematico, non si può escludere che la loro ad oggi scarsa presenza nei settori tecnico-scientifici sia imputabile, almeno in parte, a una diffusa credenza sociale che scoraggia in prima battuta lo sviluppo di competenze e di una solida autoefficacia in quell’ambito e, a seguire, i processi di identificazione. 

I rischi del calo prestazionale e della disidentificazione riguardano dunque ognuno di noi: la spiacevole sensazione di minaccia indotta dallo stereotipo, infatti, può colpire i membri di qualsiasi gruppo nei cui confronti sussista una credenza negativa – a mutare è semmai l’intensità della minaccia in funzione del contenuto dello stereotipo e della sua portata. In altre parole, tutti possiamo essere in ogni momento vittime della nostra appartenenza sociale (legata al genere, all’età o al colore della pelle, come abbiamo visto, ma anche alla professione, alla regione di provenienza, all’orientamento sessuale ecc.). Peggio: indipendentemente dal gruppo di appartenenza, è stato dimostrato che è sufficiente una condizione di pressione come il ricevere un falso feedback sulle ridotte abilità dei membri del proprio gruppo in un certo dominio, per determinare nelle persone una sensazione di minaccia e il conseguente calo della prestazione.

Posto che poco si può fare per impedire il sopraggiungere di pressioni esterne, e ancora meno per eliminare le credenze sui vari gruppi sociali, sarebbe certamente opportuno attrezzarsi sul piano psicologico così da attenuare le pesanti conseguenze finora tratteggiate. A tale riguardo ci vengono in aiuto le scoperte provenienti dai laboratori di psicologia sociale. Benché la conoscenza del fenomeno rappresenti già in sé un buon punto di partenza nel contrasto alla minaccia indotta dallo stereotipo, strategie difensive di provata efficacia consistono nel focalizzare l’attenzione sui punti in comune (anziché sulle differenze) tra i gruppi, nel fornire alle persone modelli di successo (figure del proprio gruppo che abbiano raggiunto obiettivi importanti finanche in ambiti diversi da quello colpito dallo stereotipo) o nel guardare al proprio gruppo come a un insieme variegato ed eterogeneo di individui, anziché come a un’entità unica formata da persone simili con mete comuni. Poter fare pronto ricorso ad almeno una di queste strategie significherebbe ridurre sia il peso psicologico derivante dal percepirsi costantemente sotto esame, sia la probabilità che il contenuto dello stereotipo di gruppo diventi una vera e propria profezia. 

Philip George Zimbardo, professore emerito all’Università di Stanford, è uno psicologo statunitense noto a livello internazionale. Tra i suoi ultimi libri tradotti in italiano, L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? (Raffaello Cortina Editore, 2008).

Piero Bocchiaro, psicologo e dottore di ricerca, è autore di articoli scientifici e dei volumi Psicologia del male (Laterza, 2009) e Introduzione alla psicologia sociale (con S. Boca e C. Scaffidi Abbate, il Mulino, 2010). Laureatosi all’Università di Palermo, ha trascorso periodi di formazione e ricerca alla Stanford University e alla Libera Università di Amsterdam.
 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Jones J. M. (19972), Prejudice and racism, McGraw-Hill, New York.

Steele C. M., Aronson J. (1995), «Stereotype threat and the intellectual test performance of African Americans», Journal of Personality and Social Psychology, 69, 797-811.

Questo articolo è di Philip Zimbardo, Piero Bocchiaro ed è presente nel numero 263 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui