Fobia e controfobia

Alcuni interventi psicoterapeutici su fobie e disturbo ossessivo-compulsivo sono rigorosamente protocollati ma anche adattati al singolo paziente.

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Cos’ha in comune colui che ha la fobia degli angoli, per la quale può stare solo alla fievole luce di piccole candele che non facciano percepire gli spigoli delle cose e che si circonda solo di oggetti dalle forme tondeggianti e morbide, con chi non può vedere bottiglie stappate ed è costretto compulsivamente a tapparle anche contro il volere altrui (ci si immagini la sua presenza al ristorante)? O con la persona terrorizzata da “neutroni”, piccole particelle scoperte dalla fisica, la quale cerca di combatterne costantemente la presenza con onde elettromagnetiche intorno a sé? Oppure, meno creativamente, con chi è costretto a igienizzarsi ossessivamente per scongiurare immaginari contagi?

Cosa unisce queste cose a chi è costretto a ripetere “formule mentali” propiziatorie perché non gli accada nulla di male o a chi, sebbene bello o bella, si veda addosso inesistenti difetti estetici da correggere chirurgicamente, altrimenti non può vivere perché costretto/a a non farsi vedere dagli altri?

Ebbene, tutti loro rappresentano varianti del Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC), psicopatologia che rappresenta la quintessenza delle fobie. Un disturbo spesso così severo da invalidare totalmente la vita di chi ne soffre, benché possa persistere anche in forma lieve, caratterizzato cioè da piccole manie o atti scaramantici, o in forma media, manifestandosi come costrizione ad atti compulsivi, fastidiosi e limitanti ma non completamente invalidanti.

Fobia e controfobia - Giorgio Nardone

Ciò, come ben rappresentato dagli esempi, può essere strutturato sulla base di esasperati comportamenti preventivi nei confronti di ciò che spaventa o di atti riparatori di fronte a ciò che si teme sia accaduto, oppure sulla base di riti propiziatori riguardo a eventi da evitare o da favorire. Questa differenziazione funzionale del Disturbo Ossessivo-Compulsivo permette di calibrare con precisione l’intervento terapeutico, che deve calzare alla dinamica del disturbo, per poterlo condurre alla sua estinzione. Se questo, per esempio, è rappresentato dalla ripetizione compulsiva di riti propiziatori, la terapia efficace non è cercare di convincere il paziente della irragionevolezza del suo agire, anche perché di questo egli è già consapevole, ma non può fare a meno di eseguirlo. Piuttosto si deve condurre costui a ritualizzare in sequenze prefissate l’agire propiziatorio, rubando il potere alla fobia, poiché il sintomo viene prescritto come terapia. Questo va a incidere sulla percezione di ciò che spaventa, rendendolo controllabile e pertanto anche annullabile.

Se si prescrive alla persona affetta da questo DOC di ripetere volontariamente, ad ogni scoccare dell’ora, il suo rito propiziatorio per un certo tempo o numero di ripetizioni, ciò la condurrà ad assumere paradossalmente la gestione del rituale, invece di subirlo passivamente, permettendole poi di allargare lo spazio tra un’esecuzione volontaria del rituale e la successiva, cosicché il rituale stesso da patologico si trasformerà in terapeutico, fino a che non s’interromperà del tutto. Questo è un esempio del trattamento del DOC messo a punto qualche decennio fa e che è andato perfezionandosi attraverso il costante lavoro di ricerca e intervento sul reale campo della pratica clinica, con molti casi trattati con successo.

Per ognuna delle varianti di DOC è stato predisposto un protocollo terapeutico che si attaglia alla sua dinamica, composto da specifici stratagemmi terapeutici in grado di scardinarne la rigida struttura per condurla alla sua totale estinzione. Le ripetute valutazioni della fine della terapia attraverso follow-up di controllo a distanza di tempo anche prolungata dimostrano non solo l’efficacia di questa terapia, ma anche i suoi effetti persistenti nel tempo, tanto da rendere tale approccio terapeutico la best practice nell’ambito del trattamento delle fobie e del DOC.

Ciò significa che ad oggi si può guarire totalmente anche dalla patologia che per molto tempo è stata ritenuta inguaribile poiché resistente sia ai trattamenti farmacologici sia a quelli psicologici e che per questo è stata anche la patologia alla quale si sono applicate le tecniche più invasive, come le micro-elettroconvulsioni (il vecchio elettroshock più calibrato), gli ultrasuoni a bassa frequenza e, negli ultimi tempi, la risonanza magnetica transcraniale, il tutto con scarsi risultati terapeutici. Insomma, la “bestia nera” della psichiatria e della psicoterapia può essere davvero domata attraverso un trattamento rigoroso ma al tempo stesso calzato al soggetto e alla tipologia del suo disturbo.

Si deve, dunque, studiare “tecnologicamente” il funzionamento del persistere e dell’esacerbarsi della dinamica ossessivo-compulsiva, invece che andare a ricercarne le cause nel passato, cause che, anche qualora venissero verificate, non potrebbero essere cambiate; e significa che si deve, piuttosto, intervenire con specifiche tecniche terapeutiche in grado di rompere la rigida ripetizione di tali pattern disfunzionali. Queste sono spesso replicabili per quei DOC strutturati secondo schemi ben noti, mentre in altri casi si devono letteralmente “inventare” dei controrituali terapeutici calzati all’originalità della dinamica del disturbo. Del resto, oggi la psicoterapia non può non essere una “scienza”, ma al contempo nemmeno può perdere la sua anima di “arte”

Giorgio Nardone, fondatore, insieme a Paul Watzlawick, del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, è internazionalmente riconosciuto sia per la sua creatività che per il suo rigore metodologico.

Questo articolo è di Giorgio Nardone ed è presente nel numero 278 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto