Dal temperamento al carattere

Il carattere non è qualcosa di innato e immodificabile, tantomeno a un’età infantile. A plasmarlo contribuiscono anche l’ambiente e le esperienze.

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La scena si svolge su una spiaggia affollata. Una bambina di circa 3 anni, seduta sotto un ombrellone insieme alla mamma, comincia a gridare, con voce sempre più alterata: «Lo voglio, lo voglio!». La mamma le risponde con voce pacata, ma non riesce a calmare la piccola, che continua a ripetere la sua decisa volontà di vedere soddisfatto il proprio desiderio per qualcosa che gli astanti non sono in grado di identificare. Improvvisamente la bambina corre in direzione opposta al mare, verso la strada, piangendo e urlando; la madre la rincorre e la raggiunge, scatenando una crisi di pugni e calci che la donna sopporta senza rea­gire. Con fatica prende in braccio la bambina che si divincola e, rivolta alle persone che le stanno guardando, dice ad alta voce: «È il suo carattere. È fatta così: non c’è niente da fare!».

La frase non testimonia solo il disagio di una mamma costretta ad affrontare in pubblico un comportamento che suscita facilmente una curiosità non sempre benevola, quando non un’esplicita riprovazione. Essa esprime anche una convinzione diffusa tra molti adulti, vale a dire l’idea che i bambini abbiano già a quell’età un carattere ormai stabilmente definito e che l’adulto non possa fare altro che prenderne atto e rassegnarsi. Questo convincimento, per quanto diffuso, non trova fondamento nelle conoscenze di psicologia dello sviluppo di cui oggi disponiamo.

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Questo articolo è di Silvia Bonino ed è presente nel numero 279 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto