Come in guerra. Variazioni percettive provocate dalla pandemia di coronavirus

Torna oggi attuale l’approccio fenomenologico di Kurt Lewin per capire le trasformazioni della mente indotte dall’attuale “guerra” al coronavirus.

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 PAESAGGIO DI GUERRA 

Il grande psicologo Kurt Lewin fu uno dei maestri della psicologia della forma. Ebreo tedesco, emigrato negli Stati Uniti per le note vicende razziali, nel corso della prima guerra mondiale fu combattente decorato sul fronte russo. Il servizio militare lo stimolò a scrivere nel 1917 un penetrante articolo intitolato «Paesaggio di guerra», molto importante sul piano storico perché fa capire dal vivo dell’esperienza personale che cos’è l’approccio cosiddetto fenomenologico allo studio dei processi mentali; un approccio che sta alla base della stessa clinica psicoanalitica, oltre che della psichiatria di orientamento appunto fenomenologico.

Lewin, nel citato articolo, rileva che il medesimo paesaggio, per quanto possa restare fisicamente invariato, cambia nella percezione del soggetto in funzione del suo stato mentale al momento (emozioni, preoccupazioni, aspettative); per dirla in gergo tecnico, cambia in funzione del modo in cui il soggetto in-tende, ossia tende a, quell’oggetto. Lewin nota infatti i differenti significati, ovvero le differenti “valenze”, che assumono i luoghi e gli oggetti che appaiono nel campo percettivo in tempo di guerra rispetto al tempo di pace; ancor prima, anzi, già in funzione degli stessi spostamenti da un luogo all’altro del campo di battaglia.

Quel rilievo collinoso, in tempo di pace gradevole alla vista e agevolmente superabile, in guerra diventa la frontiera invalicabile: di qua noi, di là il nemico. Lo spazio che prima si apriva indefinito, a 360 gradi, si arresta. La zona che il nemico può intravedere al di qua della frontiera diventa interdetta, “cattiva”. Nelle fasi di movimento, poi, il villaggio che si attraversa rientra nel panorama di pace con i suoi caratteri bucolici; ma non appena si sia avvertiti dell’inattesa vicinanza del nemico, si trasforma in baluardo difensivo soggetto a deturpazione. E i villaggi bruciati resteranno “isole di guerra”, pur quando, spostato il fronte abbastanza in là, torna il paesaggio di pace. Pure gli oggetti cambiano valenza: la tenda montata presso il cannone non è più lo stesso riparo utilizzabile nel corso di un’escursione.

Considerazioni simili, seppure in un quadro meno concettualizzato, troviamo nella memorialistica dei nostri soldati in guerra. Allora, nulla di nuovo sotto il sole? In un certo senso, è vero, nulla di nuovo, se già nel Medioevo si sentenziava che «ogni cosa è percepita in base a come la percepisce il soggetto», ciò peraltro non per dare scetticamente a credere che tutto sia mera opinione soggettiva, bensì per affermare che l’oggetto, in un certo qual modo, si costituisce e prende valore nell’atto in cui è colto dal soggetto.

Di più, Lewin, con gli psicologi gestaltisti (della forma), evidenzierebbe altresì che anche l’illusione percettiva ha una sua realtà che va studiata per come si offre. Una tesi, questa, sulla quale possono convergere gli psichiatri fenomenologi e gli psicoanalisti: se una cosa è tanto più reale quanti più effetti tangibili produce, allora anche un timore immotivato, come la fobia per qualche animaletto, è vero e reale nella misura in cui produce in taluni soggetti un senso di angoscia e magari comportamenti di fuga. In effetti, come ci sono modalità percettive collettivamente condivise, vedi in caso di guerre e di epidemie, così ci sono pure modalità percettive singolari che si discostano da quelle della maggior parte delle persone. Certo, anche le percezioni collettive possono essere fallaci, quanto lo sono talune percezioni individuali: è una cosa ben studiata già dalla seconda metà dell’Ottocento da parte di psicologi, psichiatri, sociologi, giuristi sotto le nozioni di “psicosi collettiva” e di “contagio emotivo”, peraltro già paragonate alle malattie epidemiche (Sighele, 1891).

 LA “GUERRA” AL CORONAVIRUS 

Sotto il profilo di una diversa percezione della medesima realtà fisica, tale da costituire oggetti di diversa valenza, non è difficile rilevare analogie dell’attuale stato di “guerra” al coronavirus con il paesaggio di guerra descritto da Lewin. Anche in questa singolare guerra notiamo le differenze tra il prima e il dopo l’invasione del virus, quanto al modo di volgerci all’ambiente circostante e pure verso noi stessi. D’altro canto, c’è una rilevante diversità rispetto alle guerre classiche: il nemico è ora invisibile e ubiquitario, perciò più sottilmente ansiogeno. Vediamo le principali variazioni che si registrano.

Cambia il senso del tempo. Per tutti il tempo è divenuto un tempo di attesa, di conteggio dei giorni e per alcuni persino delle ore: i giorni che mancano quando sarà passata la quarantena, le ore che mancano per conoscere l’esito del bollettino medico giornaliero. Tempo di un’attesa indefinita, dunque tendenzialmente ansiogena, nell’incertezza di quando l’epidemia potrà dirsi finita. Il tempo si fa più “denso”: ogni giorno che passa indenne dal contagio, se abbiamo motivo di temerlo, è giorno di cui possiamo dirci che per oggi «l’abbiamo sfangata».

Cambia il senso dello spazio. Le mura domestiche diventano un confine che è meglio non valicare; l’abitazione, da luogo di dimora, di protezione, diventa una sorta di gabbia da cui è meglio non uscire. Lo spazio che sta attorno all’abitazione, non più indifferente all’ampiezza del raggio, è percorribile in funzione della minor distanza dai negozi rimasti aperti, mentre al di là di essi lo spazio sfuma”, diventando improvvisamente un luogo di nostalgie.

Cambia la prossemica, cioè le distanze ottimali da tenere dall’altro individuo, quella specie di aura inviolabile che circonda la propria e l’altrui persona e la cui misura varia in funzione dell’affollamento (in situazioni normali, per esempio, sul bus stracolmo anche pochi centimetri di distanza sono tollerati). Ora invece, a priori, devi stare a non meno di un metro, con limitazioni comportamentali significative: attendere con pazienza il turno per entrare nel negozio, il divieto di salire nell’ascensore in più d’uno (o si aspetta o si va a piedi, con buona pace di chi abita a un piano alto). Il prossimo che incontriamo al supermercato, se prima ci era indifferente, o al più occasione per dargli un aiuto qualora ne avesse avuto bisogno, diventa un pericolo da cui stare alla larga. Se poi il conoscente starnutisce, anziché il cortese «Salute!», è immaginabile quali simpatici pensieri gli si possano indirizzare… Se non puoi evitare di incontrare l’estraneo che viene verso di te, come per esempio su un marciapiede stretto, trattieni il respiro per un po’ di secondi o ti porti preventivamente dall’altra parte della via. E se incontri l’amico di vecchia data, che distratto si avvicina per darti la mano o, peggio, abbracciarti, al primo indizio occorre bloccarlo con un eloquente gesto della mano.

Cambia il rapporto con il proprio corpo. Anche chi non soffre di fobie, in tempo di guerra al virus fa del proprio corpo un oggetto di attenzioni prima inusitate, cosicché al primo colpo di tosse, alla prima linea di febbre, è tutta una palpitazione cardiaca. La pelle si scopre improvvisamente luogo di microbi, come se prima non ce ne fossero stati: si diventa tutti un poco rupofobici (paurosi dello sporco), più o meno ossessivamente indotti a lavarsi.

Cambia il rapporto con le cose di uso comune o di contatto quotidiano. L’oggetto neutro o indifferente che non si può non toccare, come la maniglia della porta del condominio, diventa un oggetto di contatto potenzialmente malefico. E ci si accorge che pure la cara moneta, cartacea o metallica, è luogo di stazionamento di virus, come se già prima non fosse stato così.

Insomma, in certo senso un po’ tutti ci nevrotizziamo. Del resto, la nevrosi fobica (fobie da contatto, fobie da agenti ritenuti nocivi ecc.) nonché l’ipocondria rappresentano forme di esagerazione di timori che possono anche avere un fondamento razionale: se il soggetto “normale” in situazioni di minaccia permanente si preoccupa in ragione dell’ampiezza del suo tratto di personalità ansioso, chi è già nevrotico può stare davvero male, tagliando ogni contatto, bardandosi preventivamente di mascherine anche là dove non ve ne sia oggettiva necessità, lavandosi con sostanze corrosive fino a danneggiarsi la pelle, trasfigurando nella sua mente – in forme blande o in forme paranoiche – l’insidioso, microscopico organismo in un ubiquitario mostro gigantesco.

Per fortuna, si tratta di una minoranza di persone che peraltro si pone sul versante opposto di un’altra minoranza, che con atteggiamento sbruffone, ma a ben vedere non meno difensivo, sottovaluta il pericolo in un tacito e illusorio «a me non può capitare».

 DALL’ANSIA IRRAZIONALE ALLA RAGIONEVOLE PAURA 

Ovvia è la domanda su quale sia il confine tra la ragionevole paura e l’ansia irrazionale o l’altrettanto irrazionale rimozione. A priori non lo si può definire: le cassandre a volte hanno ragione. Nella fattispecie del coronavirus, il confine si è spostato quasi di giorno in giorno: ciò che ieri sembrava eccessivo, oggi è diventato la norma. Pertanto l’atteggiamento mentale col quale occorre volgerci al mondo e a noi stessi dev’essere abbastanza duttile per riconsiderare il mondo circostante con occhio adeguato all’evolversi degli oggettivi dati numerici nonché alle informazioni offerte dagli accreditati uomini di scienza. La conoscenza scientifica, benché fallibile – anzi proprio perché fallibile, in quanto sa riconoscere i propri errori alla luce di nuove evidenze –, è il solo criterio di discrimine tra la realtà, da una parte, e i più o meno legittimi vissuti di paura, dall’altra parte. E ciò valga in barba a un antiscientifico costruzionismo sociale e ad altre forme di relativismo cognitivo più o meno spinto, che riducono la verità alle convenzioni sociali e ai poteri palesi od occulti, nonché in barba all’equiparazione della tecnica al nichilismo, nel senso che la tecnica distruggerebbe la “natura”.

Se quella scientifica è l’adeguata modalità percettiva con cui volgersi all’odierna pandemia, al contempo non si può ignorare – alla luce di quanto detto sopra – il peso che hanno le emozioni nel modo in cui ci rapportiamo al mondo. Se l’emozione che la fa da padrona oggi è la paura (sul piano medico, ma anche su quello economico e sociale), allora occorre non solo agire sulla nostra paura, ma anche ripensare le forme peculiari che la paura ha assunto nella nostra epoca. Infatti, al di là della dimensione soggettiva della paura, che è correlata alla personalità di ciascuno, è importante notare che, a parità di pericoli, si ha mediamente più paura oggi che in un passato non tanto remoto. Il che sembra paradossale almeno nei nostri Paesi occidentali, nei quali molto maggiori sono oggi le sicurezze riguardo alle malattie o alla miseria, grazie al welfare e grazie appunto alla crescita del sapere medico. È un fenomeno che bene ha rilevato il sociologo Zygmunt Bauman affermando: «Contrariamente all’evidenza obiettiva, sono coloro che vivono in un agio mai conosciuto prima e che sono più coccolati e viziati di chiunque altro nella storia, a sentirsi più minacciati, insicuri, spaventati, più facili al panico e più attratti da qualsiasi cosa abbia a che fare con la sicurezza e l’incolumità, rispetto alla maggior parte delle altre società del passato e del presente» (Bauman, 2006).

Si potrebbe aggiungere, anzi, che la paura pare aumentare proprio quando la sicurezza diventa la preoccupazione centrale: per questa ansiosa ricerca di sicurezza, tolleriamo molto meno che in passato le situazioni di incertezza, pronte a mettere a nudo le basilari fragilità dell’esistenza umana.

Mauro Fornaro, già ordinario di Psicologia dinamica presso l’Università di Chieti-Pescara, psicologo e psicoterapeuta di orientamento psicoanalitico, ha pubblicato oltre un centinaio tra volumi e articoli, principalmente su temi di storia ed epistemologia della psicologia e della psicoanalisi.

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Riferimenti bibliografici

Bauman Z. (2006), Paura liquida (trad. it.), Laterza, Roma-Bari, 2008.

Lewin K. (1917), Paesaggio di guerra (trad. it.), Mimesis, Milano-Udine, 2017.

Sighele S. (1891), La folla delinquente, La Vita Felice, Milano, 2015.