Roberto Escobar

CINEMA: Hammamet

Il Presidente del film Hammamet di Gianni Amelio non è semplicemente Bettino Craxi. È piuttosto la maschera antropologica di un uomo che ha raggiunto un grande potere e che poi lo ha perduto.

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Nell’ombra della notte si sentono colpi d’arma da fuoco. Qualcuno ha scavalcato il muro di cinta della villa tunisina del Presidente. Così, “Presidente”, è chiamato Bettino Craxi (Pierfrancesco Favino, sempre più bravo) in Hammamet (Italia, 2020, 126’). I militari di guardia cercano l’intruso, lo braccano. Sapremo poi che si chiama Fausto (Luca Filippi). Per ora non è che una presenza estranea, qualcuno o qualcosa che irrompe dal nulla. D’un tratto la macchina da presa lo inquadra. Si potrebbe dire che lo scopre. È rannicchiato nell’angolo di una piscina, nell’acqua sporca rimasta sul fondo, che le luci puntate dai militari rendono color del fango e quasi rossiccia.

Chi è Fausto? E perché il Presidente lo vorrà sempre vicino? In un film i cui personaggi rimandano in maniera più o meno diretta a figure della realtà storica, o quantomeno della cronaca italiana degli ultimi venticinque anni del Novecento, Gianni Amelio e il cosceneggiatore Alberto Taraglio lo hanno “inventato”, traendolo appunto dal nulla. In questo senso, Fausto eccede vistosamente, ma non inutilmente, la misura del racconto di Hammamet. Per quanto i loro nomi siano stati cambiati o vengano taciuti, attorno al Presidente ci sono gli uomini e le donne legati alla sua vicenda pubblica e famigliare. Ma Fausto non è uno di loro. Eppure lui cerca più volte la sua approvazione e gli confida quello che non dice neanche alla figlia Anita (Livia Rossi).

 

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