Una scansione cerebrale ridurrà i suicidi?

Identificare le persone a rischio di suicidio sarà possibile? Secondo l’équipe coordinata da Jonathan P. Stange dell’Università dell’Illinois a Chicago, sì. 

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I ricercatori hanno voluto comprendere quali fossero i meccanismi cerebrali rilevanti per il rischio di suicidio in persone con disturbo dell’umore, valutando con la risonanza magnetica funzionale allo stato di riposo la connettività di una serie di circuiti che erano stati identificati dagli studi precedenti come associati alla depressione. I circuiti che s’intendevano osservare erano la rete di controllo cognitivo, coinvolta nella funzione esecutiva, nella risoluzione dei problemi e nell’impulsività; la rete emotiva e di salienza, implicata nell’elaborazione e nella regolazione delle emozioni; e il default mode network, una rete di regioni corticali e sottocorticali che si attiva quando l’individuo, in condizioni di piena vigilanza, non presta attenzione ad alcun compito specifico e nelle ore di riposo.

Sono stati quindi selezionati 212 giovani adulti per sottoporli alla risonanza magnetica funzionale, di cui 18 con un disturbo dell’umore caratterizzato da una storia di comportamenti suicidari (con almeno un passato tentativo di suicidio); 60 con un disturbo dell’umore e con una storia di ideazione suicidaria, ma che non avevano mai tentato di togliersi la vita; 52 con un disturbo dell’umore senza storia di comportamenti o pensieri suicidari; 82 giovani sani e senza disturbi mentali.

Dai risultati delle scansioni, i soggetti con una storia di tentativi di suicidio hanno mostrato meno connettività nella rete di controllo cognitivo e tra questa e il default mode network, cioè proprio in quei circuiti neuronali associati al controllo cognitivo e all’impulsività. Inoltre, le scansioni effettuate sui soggetti dopo 1-4 mesi sono state in grado di identificare con buona precisione i pazienti con la storia di tentativi di suicidio, proprio grazie all’attività “tipica” di tali regioni cerebrali. I risultati suggeriscono, quindi, che è possibile individuare i sottotipi di soggetti con disturbi dell’umore che possono essere a rischio di comportamento suicidario.

Secondo i ricercatori, conoscere le differenze di connettività potrebbe fornire indicazioni per ideare dei trattamenti con neuromodulatori: comprendendo come migliorare la connettività all’interno delle reti cerebrali, potrebbe essere possibile ridurre il rischio di suicidio. Anche se sarà necessario compiere ulteriori studi con campioni più numerosi e rilevare la connettività dei circuiti cerebrali in modo regolare nel corso del tempo, i risultati ottenuti sono incoraggianti. Dato che negli ultimi anni i tassi di suicidio sono aumentati, trovare un modo per individuare le persone esposte a un rischio maggiore di mettere in atto tale comportamento potrebbe fare davvero la differenza, consentendo prevenzioni mirate e maggiormente efficaci.

Articolo di Paola A. Sacchetti


BIBLIOGRAFIA
Stange J. P., Jenkins L. M., Pocius S., Kreutzer K., Bessette K. L., DelDonno S. R., Kling L. R., Bhaumik R.,
Welsh R. C., Keilp J. G., Phan K. L., Langenecker
S. A.
(2019), «Using resting-state intrinsic network connectivity to identify suicide risk in mood disorders», Psychological Medicine, 1, doi: 10.1017/S0033291719002356

Questo articolo è di Paola A. Sacchetti ed è presente nel numero 278 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto