Realizzarsi nel lavoro

Originato da una necessità di sostentamento, il lavoro può essere la piattaforma anche di una realizzazione creativa di sé. Tutto sta a trovare lo spirito e il contesto giusti.

Realizzarsi-nel-lavoro.png

Il verbo “lavorare” affonda la sua radice nel latino “labor”, che significa “fatica”. Nel dizionario etimologico della lingua italiana si trova una formula suggestiva al riguardo, “operare faticando”, che da un lato dice del fare per produrre un qualche risultato e dall’altro la necessaria fatica nel farlo. Lavorare stanca: Cesare Pavese chiamava così una sua celebre raccolta di poesie, che conteneva – tra gli altri – i versi di «Crepuscolo dei sabbiatori del Po in una casa in cima alla collina», una lirica che rimandava assai efficacemente alla fatica del lavorare di quegli uomini, i sabbiatori appunto, che scavavano nel greto del grande fiume, fiaccati dal gelo dell’acqua e dalla fatica dello scavare. 

D’altra parte, un altro grande autore contemporaneo, Primo Levi, scriveva nel romanzo La chiave a stella che «se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra»; ribadendo subito dopo che «questa è una verità che non molti conoscono». (CONTINUA...)

 Ci può essere lavoro senza creatività? 

C’è dunque un’immediata contraddizione nel lavorare: tra la fatica che contiene e la soddisfazione che produce. Se risulta evidente dove risieda la fatica del lavorare, può essere meno immediato comprendere perché il lavoro possa anche essere portatore di soddisfazione per l’essere umano. Una pista per provare a risolvere una simile contraddizione la troviamo in un’altra parola che in molte lingue romanze indica il lavoro: “travaglio” (“travail” in francese, “trabajo” in spagnolo, “trabalhar” in portoghese, “travagghiu” in dialetto siciliano). “Travaglio”, “travagliare” è un termine che si può riferire al lavorare, ma anche al partorire. Proprio qui sta il punto: il lavorare, come il partorire, porta con sé dolore, ma anche generazione; qui risiede la soddisfazione: lavorare stanca, ma è anche una possibilità concreta di generare qualcosa. 

Lavorare implica dunque una forza, un’energia (questa è l’accezione propria del termine “lavoro” nell’ambito della fisica) che porta una trasformazione. Nel campo dell’esistenza umana il lavoro è un’esperienza pervasiva, appartiene alla normalità, alla quotidianità – ma è sempre stato così? A molti verrà in mente l’«invenzione» del lavoro descritta nella Bibbia. Nel Genesi si introduce il lavoro umano: «Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane»; a seguito di una grave disobbedienza, per cui il Creatore decide di punire l’uomo, che viene drammaticamente cacciato dall’Eden e si trova a dover vivere con fatica nel mondo. Prima di ciò, come si sosteneva l’uomo? Raccogliendo liberamente i frutti del giardino: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti». Tutti, salvo uno.

Al di là della dimensione religiosa e cosmogonica del racconto biblico, si coglie un’effettiva dinamica evolutiva nel lavoro umano: il passaggio da cacciatore-raccoglitore ad agricoltore-allevatore, che normalmente si fa risalire alla transizione tra l’età della pietra antica e quella nuova (Kranzberg et al., 1976). In questo passaggio iniziamo a trovare una concezione di lavoro più simile a quella attuale, caratterizzata cioè da organizzazione e tecnologia.

È sempre in tale fase evolutiva che potremmo collocare anche la relazione tra il lavoro e la creatività, intesa come incontro tra l’innovazione tecnica e l’esperienza artistica. Tutto ciò in un periodo che prende il via probabilmente 40 000 anni fa. È quindi da più di quaranta millenni che l’uomo crea. Consideriamo un attimo la vita quotidiana di un uomo del paleolitico. Era certamente una vita dura, di stenti, molto rischiosa. Eppure anche in quelle circostanze la dimensione creativa era soddisfatta, basti pensare alle infinite testimonianze che ci arrivano ancora oggi, millenni dopo, di manufatti artistici privi di alcuna funzionalità strumentale: dalle incisioni o pitture rupestri ai gioielli, alle decorazioni sugli utensili utilizzati. Parrebbe, dunque, che nel lavoro la dimensione dell’operare e quella del creare siano strettamente intrecciate. Eppure, nel suo cammino evolutivo l’uomo inizia a separare ciò che risultava così strettamente connesso. Nelle civiltà classiche questa separazione si rende evidente e la distanza fra otium crea­tivo e lavoro aumenta. Nel lavoro prende il sopravvento appunto la dimensione della fatica, e i concetti di lavoratore e di servo tendono a sovrapporsi. Al contrario, la creatività va ad avvicinarsi sempre più alla dimensione della libertà, intesa come assenza di vincoli, e qui immediatamente il pensiero corre all’immagine dell’artista bohémien, senza interessi materiali e, proprio per questo, libero di creare. Certo, si tratta di semplificazioni che nella nostra psicologia ingenua si traducono in facili dicotomie: di qua il lavoro, cioè fatica e servaggio, di là la creatività, cioè piacere e libertà. 

 Cosa significa essere creativi sul lavoro 

Se ci chiedono di pensare a qualche immagine che descriva il lavoro umano è difficile che ci venga in mente un artista all’opera. Più probabilmente ci troveremo davanti agli occhi il Charlie Chaplin di Tempi moderni, imprigionato tra i meccanismi della catena di montaggio. Nella rappresentazione ingenua del lavoro, quindi, la dimensione creativa non è quella più saliente. Eppure, tutti sappiamo che è possibile esprimere la propria creatività nel lavoro, e, del resto, esistono lavori esplicitamente creativi: il nostro Pae­se è certamente molto famoso nel mondo per la ricchezza della sua creatività applicata, dalla moda al design, dall’architettura all’alta cucina.

D’altra parte, intervistando i nuovi eroi del lavoro, chef o stilisti che siano, l’immagine che se ne ricava ci racconta un intreccio profondo e inestricabile tra dimensione creativa e “duro” lavoro. Dunque, che cos’è la creatività e come si esprime nel lavoro? Nel lavoro umano la creatività può riguardare sia il cosa sia il come: cioè l’inventare nuove cose, siano esse prodotti o servizi, ma anche il fare in modo nuovo cose che c’erano già e che magari sono sempre state fatte con modalità consolidate. Strettamente connesso al concetto di creatività vi è dunque quello di innovazione.

Da un punto di vista psicologico, ci sono alcune caratteristiche che accompagnano l’innovazione. Melissa Schilling (2018), una delle principali studiose dell’innovazione nelle e delle aziende, in un recente volume ne indica alcune: un senso di estraneità rispetto al pensiero comune, che spesso porta l’innovatore ad essere un solitario; un’autostima e un’autoefficacia estremamente sviluppate, che fanno sì che quell’estraneità non si tramuti in marginalità; una profonda e intrinseca motivazione al lavoro. Sì, perché creatività non sembra fare rima con ozio, come pure taluni suggeriscono (De Masi, 1999), ma piuttosto, per dirla con un grandissimo inventore, Thomas Alva Edison, con (poca) ispirazione e (tantissimo) sudore.

Volendo cercare una relazione fra tratti di personalità e creatività, i Big Five permettono di cogliere un nesso importante tra quest’ultima e l’apertura mentale, in particolare l’apertura a nuove esperienze. Quanto ciò sia da attribuire a caratteristiche innate e quanto invece al contesto ambientale in cui la personalità individuale si sviluppa resta ovviamente da stabilire. In altri termini, la questione non banale è quanto e come si possa intervenire per sviluppare la creatività, trattandola come una competenza. 

Csikszentmihalyi (1996), padre fondatore della psicologia positiva e importante studioso della prassi crea­tiva, sembra preferire una lettura “sistemica” della creatività, ritenendo che nessuna caratteristica individuale possa spiegare esaurientemente l’emergere di una simile competenza. Dopo aver evidenziato la rilevanza del contesto psicoeducativo nel favorire o meno quell’accesso alla conoscenza che è necessario a qualunque impresa creativa, l’autore propone un approccio integrativo in cui diversi elementi si combinano dialetticamente: l’incontro-scontro tra fattori antagonisti sembrerebbe proprio delle persone creative, così, per esempio, tra dovere e irresponsabilità, tra fantasia e duro lavoro, tra umiltà e orgoglio, tra dolore ed entusiasmo. 

Parte importante in questa dinamica è giocata dall’esperienza del “flusso” (flow), uno stato mentale in cui tutto, pensieri e azioni, scorre in un flusso armonico che amplifica la produzione creativa, un po’ come quando un jazzista si mette a improvvisare o uno scalatore affronta, quasi a ritmo di danza, una parete inesplorata. Ma anche sul lavoro è possibile, per esempio quando ci troviamo a sviluppare un progetto sfidante, oppure a realizzare qualcosa di esteticamente ed eticamente coinvolgente. Quando ciò accade abbiamo la sintesi perfetta tra il risultato e il benessere personale; dunque si tratta di capire cosa favorisca questo stato. Sempre Csikszent­mihalyi (1990) parla a questo proposito di “personalità autotelica”, determinata cioè da una motivazione intrinseca nell’operare. Nel contesto lavorativo potremmo parlare di un gusto per un lavoro ben fatto.

Avere-successo.jpg

 Stimolare e manutenere la creatività sul lavoro 

Mentre il World Economic Forum (2018) predice che la creatività sarà una delle principali abilità richieste nel mondo del lavoro, è innegabile che – almeno oggi – le organizzazioni siano ambivalenti nei confronti dei collaboratori creativi. Questi ultimi, infatti, tendono un po’ troppo a uscire dalle regole, per quanto riguarda non solo le procedure stabilite, ma anche le comuni regole di convivenza. Un aneddoto riportato da Isaacson (2011) nella sua biografia di Steve Jobs illustra bene questo particolare anticonformismo. In uno dei suoi primi lavori, Jobs era così indifferente alle regole comuni circa l’igiene personale da provocare le lamentele dei colleghi; evitò il licenziamento solo per la lungimiranza del suo capo, che gli propose un solitario turno di notte. 

Quanto detto ci porta a una ulteriore caratteristica della psicologia creativa: la divergenza. Per alcuni autori è proprio il pensiero divergente (o laterale) la caratteristica primaria della creatività. Già Guilford (1967), nella sua teoria sull’intelligenza umana, parlava di “produzione divergente”, attribuendola a fluidità, flessibilità e originalità nel pensiero che si accompagnano alla capacità di rendere concrete le idee stesse. Edward De Bono (2015) parla di “pensiero laterale” riferendosi a una modalità creativa di problem-solving basata sulla divergenza; e molte soluzioni innovative a problemi complessi anche nel contesto aziendale sono state trovate proprio adottando questo approccio creativo al ragionamento.

Trattando di creatività nel lavoro, un ruolo importante lo giocano senz’altro gli ambienti fisici e sociali in cui questo viene svolto. Non a caso, il mito della Silicon Valley, fatto di aziende dot-com che nell’immaginario collettivo rimandano più ai parchi di divertimento che agli stabilimenti industriali, racconta di organizzazioni senza orari, con poche regole e possibilità di gestirsi in totale autonomia ritmi e spazi. Per stimolare la creatività bisogna quindi ridurre i vincoli che rimandano a un pensiero convergente piuttosto che divergente: non si può mai sapere da quale associazione mentale possa scaturire una nuova idea che, magari, una volta industrializzata, porterà profitti incalcolabili. Sempre nella biografia di Jobs si racconta che, estromesso una prima volta da un progetto che seguiva alla Apple, portò il proprio gruppo fisicamente in un altro edificio, alzando sul tetto la bandiera pirata, simbolo di ribellione all’ordine costituito. 

Con tutto ciò, si deve però uscire decisamente dalla convinzione che “creativo” faccia rima con “approssimativo”; dicevamo già del duro lavoro che accompagna la creatività, aggiungiamo ora la necessaria mae­stria tecnica, la competenza o, come dicono alcuni, la padronanza del dominio. Pensiamo alla bottega dei grandi maestri del Rinascimento, persone come Brunelleschi, Michelangelo, Leonardo da Vinci, artisti ma anche ingegneri, architetti, inventori. Persone con un livello altissimo di competenza tecnica unita a una visione estetica e a un gusto potente per la sperimentazione, che producevano opere eccezionali. 

Più di recente assistiamo a un nuovo fenomeno di organizzazione d’impresa che si inserisce in spazi condivisi. Nella filosofia del coworking emerge il tema della contaminazione, che, lungi dal riguardare solo la condivisione degli spazi e dei servizi, vuole favorire il più possibile un’ibridazione tra visioni e missioni diverse. Proposta che si rivolge per lo più al nascente fenomeno delle startup innovative.

Per formare al lavoro creativo, perciò, pare concorra il potenziamento di alcune risorse personali, quali l’autoefficacia, la concentrazione, il pensiero laterale, lo sviluppo di competenze e tecniche che permettano la realizzabilità della visione, la vicinanza con altri soggetti creativi in un ambiente il più possibile libero da schematismi conservatori.

E cosa resta della parte non creativa del lavoro? C’è una scuola di pensiero che ritiene che il lavoro routinario, esecutivo, tenderà a scomparire, soppiantato nella quarta rivoluzione industriale dallo sviluppo delle tecnologie. Secondo questa prospettiva si tratterebbe quindi di traghettare il più possibile il lavoro umano da un paradigma “servile” a uno creativo, come descritto per esempio da Sennett (2008). È lecito avere dei dubbi al riguardo, sia perché – al di là di ogni questione etica – potrebbe essere conveniente mantenere dei lavori para-servili sia perché non è detto che ogni lavoratore possa o voglia trasformarsi in un “artigiano 2.0”. Molto dipenderà da come evolverà, oltre che il mercato, la cultura del lavoro.

 Il futuro del lavoro è creativo? 

Da qui un’ultima questione, che riguarda appunto il futuro del lavoro: la creatività si può infatti esprimere sia nei lavori dell’oggi sia creando nuovi lavori più capaci di intercettare le nuove esigenze sociali.  Ancora una volta, la questione della creatività va a sovrapporsi, da un lato, a quella della conoscenza e del dominio ambientale e, dall’altro, a un pensiero capace di divergere dagli schemi classici che ancora accompagnano la nostra vita: scelgo un percorso di studio che mi porterà a inserirmi in un determinato ambito professionale, lungo il quale mi muoverò – magari con qualche piccolo aggiustamento – nell’arco della mia vita attiva. In effetti sappiamo che questo percorso di sviluppo professionale non è più vero: in tanti casi andremo a fare lavori che all’inizio del nostro percorso formativo non esistono nemmeno, e anche chi si inserirà in ambiti professionali più tradizionali troverà modi di lavorare assai diversi rispetto a quelli esperiti dalle generazioni precedenti. La creatività sul lavoro, pertanto, riguarderà anche la capacità di adattarsi ai nuovi lavori e al nuovo modo di lavorare. Su ciò va poi a inserirsi un’ulteriore questione, che sta emergendo con forza: l’ingresso dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro. Per parecchio tempo si era pensato che il contraccolpo della rivoluzione digitale fosse registrato esclusivamente dalle professioni routinarie, a basso valore aggiunto. In effetti, però, il rapidissimo sviluppo dell’intelligenza artificiale sta impattando anche su professioni con una decisa connotazione “crea­tiva”, come per esempio giornalisti, avvocati, medici. Forse, allora, la creatività del e sul lavoro andrà a riguardare un nuovo modo di intendere la relazione tra l’uomo e la macchina.

Stefano Gheno è docente di Gestione delle risorse umane all’Università Cattolica di Milano. Si occupa di formazione e sviluppo delle persone che lavorano, concentrandosi in particolare su empowerment, resilienza e benessere.


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Csikszentmihalyi M. (1990), Flow. The psychology of optimal experience, Harper & Row, New York.
Csikszentmihalyi M. (1996), Creativity. Flow and the psychology of discovery and invention, Harper Collins, New York.
De Bono E. (2015), Sei cappelli per pensare (trad. it.), BUR, Milano.
De Masi D. (1999), Il futuro del lavoro: fatica e ozio nella società postindustriale, Rizzoli International Publications, Milano.
Guilford J. P. (1967), The nature of human intelligence, McGraw-Hill, Washington.
Isaacson W. (2011), Steve Jobs (trad. it.), Mondadori, Milano.
Kranzberg M., Gies J., Canavese G. (1976), Breve storia del lavoro (trad. it.), Mondadori, Milano.
Schilling M. A. (2018), Ribelli. Nella testa di uomini e donne che hanno inventato il futuro (trad. it.), Sperling & Kupfer, Milano.
Sennett R. (2008), L’uomo artigiano (trad. it.), Feltrinelli, Milano.
World Economic Forum (2018), The future of jobs report, Cologny.

Photo by rawpixel.com from Pexels

Questo articolo è di Stefano Gheno ed è presente nel numero 274 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto