Omaggio a Philippe Daverio

La redazione e il direttore Luca Mazzucchelli desiderano ricordare Philippe Daverio, storico dell’arte, scrittore e direttore della rivista Art e Dossier, attraverso un'intervista del gennaio 2017 in cui il professore risponde a domande sul rapporto tra psicologia e arte. Si affrontano così i punti di contatto tra l’attività dello psicologo e quella dello storico dell’arte, le principali emozioni che muovono l’estro dell’artista, la capacità dell’opera d'arte di assorbire e comunicare i sentimenti di un’epoca, la relazione tra arte e arteterapia e la centralità del cambiamento nell’attività di un artista.

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Arte e psicologia – un binomio affascinante, con molti punti in comune. Mentre preparavo questa intervista pensavo a come, sebbene da punti di vista diversi, lo psicologo e lo storico dell’arte spesso si muovano su un terreno condiviso: comunicazione, creatività, espressione delle emozioni e del mondo interiore di un artista, relazione, trasformazione. La mia prima domanda parte proprio da questa riflessione: secondo lei, ci sono similitudini tra il lavoro dello psicologo e quello dello storico dell’arte?

Dipende: lo psicologo in questione è neoplatonico o aristotelico? Se lo psicologo è neoplatonico, allora pensa che il mondo che noi percepiamo, così come le ombre nella grotta di Platone, è il risultato di idee preesistenti, e che le cose che vediamo non hanno un’espressione psicologica propria perché sono la conseguenza di altre, fuori di noi. Questo psicologo non ha niente in comune con lo storico dell’arte. Se invece lo psicologo parte dall’ipotesi conoscitiva aristotelica, allora pensa che le cose si capiscono e si percepiscono in quanto sperimentate attraverso i sensi: in questo caso ha molto in comune con lo storico dell’arte, poiché i sensi comportano in se stessi la naturale espressività ed espressione. La contrapposizione tra l’arte che “abolisce” e l’arte che invece esprime la pulsione e l’espressività psicologica si ritrova costantemente nella storia dell’arte. 

A proposito di emozioni e sensazioni, c’è questa idea che le grandi opere d’arte nascono da grandi emozioni, spesso quelle connotate anche negativamente: è vero? Ci sono delle emozioni che più frequentemente muovono l’estro dell’artista, e, se sì, hanno sempre un certo timbro?

Varia molto da artista ad artista. Raffaello e Mozart erano uomini allegri e sono morti tutti e due intorno ai 35 anni forse proprio per questo. Per loro il problema dell’emozione era assai marginale, l’emozione principale – molto ridanciana – era quella che provavano per l’altro sesso. All’opposto, Michelangelo era emozionalmente contorto come una sua mano, una sua scultura, e ha vissuto fino a 90 anni. Nel guardare un’opera di Michelangelo si sente una pulsione emotiva più forte di quella che si può trovare nella Madonna della Seggiola di Raffaello, ma chi dei due ha ragione? Non c’è una risposta a questo, tutto dipende da cosa cerchiamo: l’equilibrio dell’armonia secondo i parametri di Pitagora o la pulsione che sta in ognuno di noi? Questa dialettica forma la storia dell’arte in Europa, poiché l’arte talvolta ha assolutamente bisogno della componente espressiva, talvolta invece ha bisogno di esprimere sentimenti più contenuti e familiari, e talvolta di rappresentare l’inespressività. Diciamo che esiste un’espressività che è tipicamente nostrana e che avrà uno sviluppo in rapporto dialettico costante contro i classicismi. Cioè, ogni volta che si è classici si tende a ritornare a quei modelli passati da citare, e quindi ad abolire la pulsione. È per questo che Giotto, in fondo, diventa il primo grande artista dell’espressività psicologica. Cosa c’è di più psicologico di un cherubino di Giotto nella crocifissione, che è lì disperato che urla e piange e si strappa le vesti? E lo fa perché una parte del nostro Medioevo è per definizione antibizantino. Nel mondo bizantino, infatti, il Cristo in croce non può essere più inespressivo di così, tanto da fare abolire la terza dimensione rappresentativa, la profondità, perché quel mondo lì ha solo due dimensioni e non può perdersi nei sentimenti, nell’espressività. All’opposto, abbiamo questa cultura che diventa la cultura italica, dove l’espressività è totale e corrisponde alle estetiche perfette. Da Giunta Pisano in poi, per esempio, abbiamo il Cristo che soffre, e col passaggio dal concetto di “Christus triumphans” del mondo bizantino a questa innovazione assoluta che è il “Christus patiens”, nasce la modernità. Cioè noi siamo figli di questa mutazione dove l’espressività, il dolore, il sentimento diventano fondamentali. Da lì si parte e si arriva a Francis Bacon.

Nuovo direttore, nuove penne, nuove rubriche: questo numero di Psicologia contemporanea ruota intorno al tema del cambiamento. Quanto è importante “cambiare” per un artista?

È fondamentale ed è ciò che distingue un artista da un artigiano. La prima volontà di un artigiano è replicare i moduli, poiché, meglio li replica, migliore sarà il suo prodotto. L’artista vuole esattamente l’opposto: vive nel costante desiderio di una definizione “pratica” della propria personalità, vuole essere diverso dagli altri. E nell’essere volontariamente “di rottura” c’è quel che rende l’arte interessante: la capacità di assorbire il momento e di trasformarlo in uno stabile dato comunicativo. Per esempio, se si guardano i cromatismi di Giorgio Morandi nel corso del tempo, è possibile ritrovarvi tutti i sentimenti dell’Italia dell’epoca: dalla prima guerra mondiale al dramma di un’Italia prima allegra poi depressa dal fascismo, alla seconda guerra mondiale, alla ricostruzione. Se l’arte non esprimesse sentimenti, non servirebbe a niente, gli artisti vivono di soli sentimenti. Quando si parla di “arte” bisogna poi stare attenti a non prendere in considerazione solo i quadri nelle pinacoteche: l’arte è l’anima, e la performance; è Giuseppe Verdi, è Bach, è l’architettura, la danza, la poesia. La mescolanza tra conoscenza, citazione, pulsione interna, drammaticità fisica: questo è ciò che fa l’arte. La domanda interessante che gli psicologi potrebbero porsi è: quanto di questo materiale espressivo è il prodotto di una sensibilità naturale e dichiarata, e quanto, invece, proviene da sorgenti interne molto più remote, come l’inconscio?

Rispetto a qualche anno fa, tante cose sono cambiate: l’uso della tecnologia, il mondo del lavoro, le relazioni, la famiglia… Quali crede che siano gli artisti contemporanei che interpretano meglio i cambiamenti in questo periodo storico, e quali caratteristiche hanno?

Non ci sono artisti contemporanei. Non ci possono essere artisti contemporanei con queste classi dirigenti, in questo senso ha ragione Marx quando dice che le sovrastrutture sono fra loro interdipendenti e parallele alle strutture ma hanno una loro vita propria: ebbene, le sovrastrutture della civiltà attuale alla quale apparteniamo noi non sono più esprimenti e questo è uno dei drammi del mondo in cui viviamo. Per esempio, un cuore di plastica appeso, come quello di David Cˇerný, non è arte. La Biennale di Venezia di oggi è uguale a quella di quarant’anni fa: e nella storia dell’umanità non è mai successo che una cosa del 1640 fosse uguale a una del 1680 o a una del 1600. Il mondo ufficiale delle arti è fermo. Il mondo commerciale delle arti, invece, non è fermo, perché lì decide il mercato: un film si può andare a vederlo a prescindere da ciò che propongono alla Biennale di Venezia. Le arti visive nella nostra epoca non contano più niente, non hanno più nessun valore. I valori sono altrove, ce li racconta il cinema, un po’ ci riesce anche la letteratura che in fondo, non coinvolgendo i grandi numeri, è più onesta. Quando si parla di linguaggi della comunicazione, come dicevo, non contano solo i quadri: fanno parte della nostra espressività anche il modo in cui mangiamo i maccheroni, la giacca che portiamo… Per esempio, che espressività c’è dietro la passione per automobili ad altissima cilindrata ricoperte di vernice opaca? Sembrano dei mostri usciti da un lontano mondo recondito. Trent’anni fa la stessa automobile era arancione, gialla, verde… e adesso è opaca. Sarebbe interessante che gli psicologi studiassero i motivi per i quali una persona si compra una macchina da 200.000 euro opaca!

Un’ultima domanda, professore. Quando sui nostri canali social abbiamo dato la comunicazione di questa chiacchierata, siamo stati invasi di domande. La più gettonata era relativa all’arteterapia: produce arte l’arteterapia?

In qualche modo, sì. Ho visto tantissimi lavori fatti in ambito psichiatrico ed è possibile trovare nella deviazione, nella complessità del pensiero, la “rottura” tipica dell’arte, ma queste opere non sono necessariamente arte. Infatti, che cosa caratterizza l’opera d’arte? Che cos’è necessario affinché una cosa che si esprime diventi opera d’arte? Prima di tutto, l’autocoscienza: l’artista è cosciente che ciò che sta facendo in quel momento è veramente quello di cui ha bisogno. La seconda caratteristica necessaria perché una cosa diventi opera d’arte è l’urgenza, la stessa urgenza che si sente con i bisogni fisiologici. Il terzo elemento è la consapevolezza linguistica, ovvero la capacità tecnica. Finisco con una citazione: la parola “arte” non esiste in greco, eppure quella cultura è fatta di arte. Come mai non esisteva la parola “arte” se i greci facevano arte? Perché per i greci l’arte non è ciò che immaginiamo noi, ma è l’incrocio fra “techne”, cioè il “saper fare” qualcosa, e “poiesis”, la “pulsione creativa”. Questo vuol dire che se non nasce una dialettica tra la volontà di fare una cosa, il saperla fare e la pulsione, che è il suo opposto, non c’è l’arte. I latini lo hanno capito e hanno inventato la parola “arte”. I greci hanno inventato l’arte senza avere bisogno di una parola.

 

Philippe Daverio è stato professore emerito alla Facoltà di Architettura presso l'Università degli Studi di Palermo, direttore artistico del Grande Museo del Duomo di Milano, membro del Consiglio della Fondazione Cini e membro del Comitato scientifico della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Nazionale Braidense. Autore e conduttore di alcuni programmi di arte e cultura sulla Rai Daverio è stato inoltre direttore della rivista Art e Dossier

Questo articolo è di Luca Mazzucchelli ed è presente nel numero 259 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto