Oltre lo sfogo: la regolazione emotiva

Saper verbalizzare le proprie emozioni è un modo per controllarle. Una virtù che andrebbe appresa fin da bambini.

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È successo a tutti di vedere bambini di 4 o 5 anni (ma anche più grandi) in preda ad accessi di rabbia quando qualcosa che desiderano parecchio viene loro negato, oppure quando trovano un ostacolo e non riescono a fare qualcosa cui tengono molto, per esempio un disegno o una costruzione. Alcuni bambini reagiscono a questa frustrazione con pianti e urla, si buttano per terra, gettano gli oggetti, scalciano, picchiano l’adulto che sta tentando di calmarli. Altri bambini della stessa età, nella medesima situazione, non si abbandonano a simili manifestazioni psicomotorie ma esprimono la loro irritazione in modo più contenuto sul piano fisico, ricorrendo soprattutto alla parola per esprimere i sentimenti negativi che stanno provando. 

Tanti adulti sono convinti che non si debba intervenire quando i bambini reagiscono esternando le proprie emozioni in azioni e manifestazioni fisiche, nella convinzione che sia meglio che “si sfoghino” in quel modo anziché ricorrere a forme più contenute, quali quelle verbali. Lo sfogo motorio delle proprie emozioni sarebbe infatti utile, e anzi necessario, per impedire danni psicologici maggiori: in concreto, per evitare che il bambino cresca represso e complessato, con il corollario che possa manifestare in seguito le sue emozioni in modo ancora più pericoloso e distruttivo.

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Questo articolo è di Silvia Bonino ed è presente nel numero 278 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto