L'avversario interno

Spesso alla base di un cattivo rapporto con sé stessi c’è la mancata consapevolezza che siamo noi a sabotare il raggiungimento di un benessere interiore.

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Motivi per soffrire, la realtà ce ne propina ogni giorno. Lavori sottopagati, capi tirannici, mogli infedeli, mariti che bevono, amici assenti nel momento del bisogno. Tutte ottime ragioni per stare male. Dalla prospettiva dello psicoterapeuta, però, solo fino a un certo punto. Le persone che vengono nel mio studio hanno di che recriminare: la vita non è o non è stata loro amica; spesso, anzi, è stata decisamente ostile, a dire il vero. Io, quello, non glielo posso aggiustare. Certo, posso gettare le basi per un futuro più leggero, libero, in cui, nei limiti di ciò che l’ambiente offre, esse riprendano a sperare, a giocare, a progettare e a creare. Per riuscirci devo farle arrivare fino a un punto preciso: l’acquisizione di una consapevolezza, e cioè che l’ostacolo più importante lo portiamo con noi. Il nemico dentro, per così dire. Se non le porto fin lì, posso offrir loro tutti gli strumenti più potenti che la psicoterapia moderna mette a disposizione; esse magari li utilizzeranno bene per un po’, ma poi l’avversario interno tornerà a farsi sentire in loro e senza grandi difficoltà riprenderà il sopravvento.

CONVINZIONI SU DI SÉ INFONDATE

Quell’avversario interno si chiama “schema interpersonale maladattivo”. Di cosa si tratta, quali danni fa e come riesce a causare sofferenze e problemi che vanno oltre l’impatto della realtà? Mi spiego con alcuni esempi.

Chiede una psicoterapia Valentina, una manager di 28 anni, agli inizi della carriera in un’azienda dov’è da due anni con buone prospettive. È fidanzata e il rapporto con il compagno sembra solido. Il suo capo, vent’anni più di lei, sposato, inizia a corteggiarla. Lei non ne è attratta e soprattutto sa di non avere bisogno di sedurlo per fare carriera. Lui inizia a fare pressione, le fa capire che soffre molto se lei lo rifiuta e le dice ripetutamente che lei ricambia il suo interesse, lo ama quanto lui ama lei, solo che non vuole ammetterlo. Valentina cede all’insistenza, hanno anche rapporti sessuali, è consenziente, ma allo stesso tempo in seduta è lucidissima sul non essere innamorata del capo. È confusa, piange, vorrebbe sottrarsi a quelle attenzioni, ma si sente impotente, la sua volontà controllata dall’esterno. Ribadisce che l’uomo non esercita alcuna forma di ricatto lavorativo, lei non teme che rifiutandolo la propria carriera verrà danneggiata.

A questo punto è già chiara una cosa: Valentina soffre perché il suo capo la seduce, la corteggia, cerca di manipolarla convincendola che anche lei lo ama. La sua sofferenza è intensa, gli incontri col capo sul lavoro sono fonte di ansia intensa. Però emerge chiaramente che non ci sono motivi reali per soffrire così tanto. Lei non lo ama e non rischia niente, quindi cos’è che l’angoscia?

Esploro con lei cosa è successo durante un episodio in cui lui l’ha convinta a baciarlo e ad andare a letto insieme. Due sono gli elementi centrali: quando lui soffre, lei si sente terribilmente in colpa e non tollera l’idea di arrecargli dolore. Esplorando ancora, emerge che il timore ultimo di Valentina è che se lui soffre troppo, alla fine la abbandonerà affettivamente. In aggiunta, quando lui prova a convincerla che pure lei prova sentimenti di amore e non se ne rende conto, la sua sicurezza vacilla. Valentina è divisa: sa di non provarli, ma dubita del proprio giudizio. Quindi, sentendosi inadeguata e stupida, cede.

Esploriamo memorie remote ed emergono elementi importanti: ha perso il padre in adolescenza, dopo una lunga malattia. La madre le diceva spesso che doveva farlo stare tranquillo, perché altrimenti avrebbe sofferto. Valentina interpretò la malattia, la scarsa disponibilità del padre e i richiami della madre come: io non sono amabile e la sofferenza dell’altro è causa mia. Se lo faccio soffrire, mi abbandonerà. Alla lettera, morendo. Per proteggersi dall’abbandono, la ragazza aveva sviluppato la tendenza ad essere compiacente, condiscendente, fino al punto da perdere il contatto con i propri desideri e la propria volontà.

Questo modo di pensare si è cristallizzato e ora che ci riflette con me, Valentina si rende conto che non lo applica soltanto al suo capo, ma a tutte le relazioni con persone per lei importanti che mostrano sofferenza. Fa di tutto per lenirla e le accontenta anche facendo cose a lei sgradite: non vuole che la abbandonino, sarebbe la conferma di non essere amabile.

Nel corso della terapia, in pochi mesi riesce a prendere distanza da queste idee, capisce che l’idea dannosa di essere non amabile è un suo pensiero, non la realtà, e riesce a mettere distanza tra sé e il capo. Valentina si è quindi resa conto che soffriva a causa di uno schema che prediceva come le sue relazioni interpersonali sarebbero andate a finire.

RICONOSCERE I NOSTRI DESIDERI

Un altro esempio. Lory, rappresentante farmaceutica, 38 anni. Non ha figli e li desidera, sono due anni che ci prova senza successo. Sa di avere bisogno di fare accertamenti medici, pensa alla fecondazione assistita. Il marito però evita il discorso, il tempo passa, Lory teme che perderà per sempre la possibilità di diventare madre. La realtà è fonte di sofferenza, certo, volere figli e non averne fa male. Il dolore che porta Lory nel mio studio, però, dipende da altro. Le chiedo di pensare a un momento in cui si blocca davanti al marito, un attimo prima di prendere il discorso e chiedergli di fare accertamenti. Ci pensa, si rivede a cena poche sere prima. Le prende una morsa allo stomaco. «Che succede?», le chiedo. Ha paura del rimprovero. Emergono molti ricordi in cui quando lei esprimeva la voglia di giocare, uscire, “fare casino” la madre la rimproverava severa, la ancorava ai compiti e al dovere. Nella memoria che le fa più male, la madre prima la chiude in camera per tutto il pomeriggio per punirla di avere tardato cinque minuti a rientrare dopo aver giocato in cortile, e poi, quando finalmente le riapre la porta, neanche la guarda in faccia.

Quindi l’idea di Lory è: se esprimo la mia voglia di gioco, autonomia e creatività, l’altro mi rimprovera e mi punisce. Se lo fa, è perché non valgo niente e sono cattiva. In parallelo, e questo è importante, Lory ha un moto di ribellione, sa di avere valore e che i suoi desideri – di gioco prima e di maternità ora – sono legittimi. Ma questa idea è volatile, viene subito sovrastata dall’idea negativa. Lory capisce che si sta rapportando con il marito come con la madre.

Facciamo alcuni esercizi di immaginazione guidata. Lory, a occhi chiusi, entra nella scena come se accadesse in questo momento. La sé stessa adulta va dalla bambina chiusa in camera dalla madre e le dice di tenere a lei, che ha ragione a volere giocare e che la accompagnerà lei la prossima volta. Le chiedo come le sembra che si senta la piccola Lory e mi risponde che sta bene, che ha uno sguardo grato, sorridente. Programmiamo un esercizio comportamentale: parlare con il marito al fine di programmare visite mediche. Riesce a farlo in macchina e, con sua sorpresa, dopo un’iniziale reticenza, il marito le dice che ha ragione e le dà l’ok a prendere appuntamento.

Ripeto, parte del dolore di Lory dipendeva dalla reale frustrazione del desiderio di maternità e dalla riluttanza del marito a contattare i medici. Ma alla radice di tutto vi era il suo timore, storicamente appreso, che se dava voce al proprio desiderio, sarebbe stata criticata. L’avversario, anche in questo caso, era interno.

LE GAMBE PESANTI

Ancora a proposito di avversario interno. Gennaro ha 28 anni, è veterinario, mestiere che fa con amore. Mi parla di alcune insicurezze sul lavoro, lo ha iniziato da poco, ha frequenti dubbi legati alla paura di sbagliare e teme di non riuscire a realizzarsi. C’è un margine di realtà nei suoi timori? Certo, è un giovane professionista agli inizi e ha davvero bisogno di dar prova delle proprie abilità: chi può garantirgli che ci riuscirà? Ma il problema è di altro genere. Lo capiamo parlando di una passione che ci accomuna, il tennis. Gioca a livello agonistico e, da come parla, capisco che è piuttosto forte; a occhio e croce, diciamo che in un giorno fortunato contro di lui racimolerei non più di un paio di game.

Mi spiega cosa accade: »Quando affronto in un torneo un avversario che non conosco è tutto più difficile. Me lo vedo che mi umilia, che ride delle mie inadeguatezze, e a quel punto le gambe diventano pesanti, le braccia pesanti, la racchetta pesante, i colpi che quando sono in forma escono bene qui non partono. Di solito, finisco per perdere. Con i giocatori che conosco non mi succede, so quali sono i loro punti di forza e di debolezza. È l’ignoto che mi fa paura«. Gli chiedo: »Quindi non è tanto l’avversario in sé che teme?«. Mi risponde: »No, l’avversario me lo porto dentro«.

Era il padre. Gennaro ha perso la madre da bambino ed è cresciuto con un padre freddo, severo, probabilmente spaventato dalla responsabilità di crescere un figlio da solo. Gennaro più volte chiese di poter andare per la propria strada, l’amore per gli animali. Il padre lo costrinse a iscriversi a Giurisprudenza. Dopo un anno, il ragazzo riuscì a lasciarla e iscriversi a Scienze veterinarie. Il padre gli disse solo: »Sei sicuro di essere in grado?«. Gennaro ricorda che la volontà rimase ferma, e infatti quella è diventata la sua strada, ma quel giorno le gambe gli si fecero estremamente pesanti…

SCHEMI MALADATTIVI

Tre storie, modi di funzionamento simili. Proviamo a spiegare la teoria. Cosa sono questi schemi interpersonali maladattivi, da dove vengono, che effetto svolgono?

Intanto sono schemi, chiavi rapide per dar senso agli eventi. Nel dominio interpersonale servono a capire in che modo gli altri risponderanno a nostri desideri fondamentali, ineludibili, selezionati nel corso dell’evoluzione. In quanto umani, siamo disegnati da milioni di anni di adattamenti all’ambiente a: cercare cure quando siamo in difficoltà; prestare cura quando qualcuno è in difficoltà; definire lo status e la gerarchia di accesso alle risorse limitate; esplorare l’ambiente in modo autonomo; appartenere al gruppo; formare coppie sessualizzate stabili; cooperare tra pari per raggiungere obiettivi comuni.

Questi scopi o motivazioni, per essere soddisfatti, hanno bisogno di una risposta appropriata dell’altro. Il bambino impaurito desidera che la madre lo tranquillizzi, così da sentirsi al sicuro e amato. L’atleta in gara desidera vincere e sentirsi, così, apprezzato. Il ragazzino che esce con gli amici vuole allo stesso tempo appartenere al gruppo e muoversi in autonomia, fuori dal controllo dei genitori, e sentirsi libero, competente e arricchito di esperienza.

Esperienze ripetute, però, portano molte persone a formarsi previsioni negative sul destino di tali desideri. Spero di essere confortato, ma otterrò rifiuto, critica o farò preoccupare l’altro. Vorrei ricevere un “bravo”, ma sono abituato a “stupido”. Vorrei essere libero e viaggiare, ma se lo faccio mi metteranno i bastoni tra le ruote, mi diranno che non è giusto moralmente, o le persone vicine soffriranno per la mia lontananza. Queste esperienze del passato diventano chiavi di lettura del mondo: le persone sono iper-attente a segnali coerenti con lo schema. Chi prevede rifiuto avrà una tendenza a leggere segnali di rifiuto nel volto dell’altro, che magari in quel momento stava pensando a tutt’altro. Tali esperienze diventano previsioni del futuro, preconcetti alla lettera: se provo a farmi apprezzare, mi criticheranno. Diventano mappe del mondo e innescano reazioni protettive: visto che se provo a essere autonomo non mi daranno le risorse necessarie, allora vi rinuncio, oppure protesto rabbiosamente. Se penso che mi criticheranno, allora mi nascondo, oppure fingo; oppure, anche qui, rinuncio.

Una cosa che pochi notano: uno schema non è una visione a una sola tinta della realtà, del tipo »Non valgo niente, mi umiliano«. Può accadere, ma si tratta di situazioni cliniche estremamente gravi. Nella vita quotidiana, e nella grande maggioranza delle persone che arrivano negli studi di psicoterapia, lo schema assume la forma di test. Diciamo un test in cui è quasi sicuro che la risposta sarà negativa, ma pur sempre un test.

RELAZIONE TERAPEUTICA E MEMORIA AUTOBIOGRAFICA

Mi spiego tramite Gennaro. Il suo schema partiva da: desidero esplorare il mondo a modo mio. In parte so che è giusto, e ne sono capace, in parte temo di non averne diritto e di essere un idiota. Quando vengo preso da un impulso ad agire in modo autonomo, devo capire se l’altro risponderà come temo, cioè bloccandomi e insultandomi, o come spero, cioè dandomi sostegno e approvazione.

Quando Gennaro scende in campo contro un nuovo avversario, si manifesta l’ombra del padre, l’avversario interno che gli dice: lascia perdere, non sei capace. A quel punto perde il gusto del gioco, la libertà dell’espressione autonoma e ritorna a sentirsi come nel passato: un bambino incapace. La racchetta diventa pesante.

Qual è l’obiettivo della psicoterapia in questa luce? Non di cambiare il comportamento delle persone, ma di far loro prendere consapevolezza che sono guidate da una lettura della realtà che non è necessariamente vera, ma appresa. E che le cose, viste con lenti diverse, possono apparire differenti. Si tratta di rimettere tali individui in condizioni di svolgere quel test relazionale, per così dire, e di notare che l’avversario interno non vince sempre, che dentro di loro può emergere una figura di sostegno, supporto, fiducia e calore. A quel punto, grazie a questa nuova mappa del mondo, essi possono affacciarsi al mondo reale sperimentando comportamenti nuovi, con speranza.

Come opera uno psicoterapeuta per promuovere il cambiamento? Ci sono molti modi, qui ne descrivo due. Il primo è grazie alla relazione terapeutica. Il paziente, in qualche modo, testa il terapeuta. Un esempio è quando prova a spezzare lo schema e scruta il terapeuta per capire quale sarà la sua reazione. Il paziente cerca di affermare il proprio punto di vista contraddicendo il terapeuta. Se il terapeuta capisce che il paziente in tal modo sta affermando la propria autonomia, all’opposto delle figure che nello sviluppo gliel’hanno ostacolata reagendo con le critiche, il paziente fa esperienza di un modo di relazionarsi più libero e inizia a interiorizzarlo. Può pensare: »Il terapeuta, al contrario delle persone importanti della mia vita, rispetta il mio punto di vista. Io posso iniziare a rispettare me stesso e a dare valore alle mie idee«.

Il secondo modo richiede di evocare una memoria autobiografica dettagliata che racchiude in sé la trama dello schema. A quel punto si invita il paziente o a ripercorrerla in immaginazione, a occhi chiusi, come se stesse accadendo al momento, o a metterla in scena in seduta, per esempio attraverso un gioco di ruolo tra paziente e terapeuta. L’ho illustrato con Lory, adesso lo approfondisco con Gennaro.

Con lui siamo entrati nel teatro dell’immaginazione. La scena è questa: ha 18 anni. Il padre, che gli parla pochissimo, lo fa sedere in salotto. Gli piazza davanti opuscoli sul corso di studi di Giurisprudenza: »Leggili, così capisci che è quello che devi fare«. Invito Gennaro a parlare al tempo presente: »Cosa prova mentre suo padre le parla così?«. »Mi sento un cretino… un impotente, paralisi, non so replicare, mi blocco«.

Una volta che abbiamo esplorato le sfumature cognitive, affettive e somatiche di questa scena, inizia il tentativo di riscrittura. Gennaro, su mio suggerimento, prova a dire al padre: »Lasciami in pace, so quello che faccio, ci tengo a iscrivermi a Veterinaria«. La prima volta lo dice a voce bassa, non riesce a rivolgere il viso verso il padre immaginato, il capo è chino. Gli chiedo di alzare la voce e tirare su il mento. Dopo tre tentativi urla al padre a pieni polmoni: »Non me ne frega niente di Legge, non sei capace di ascoltarmi!«. Lì avverte un senso di solitudine, ma è un dolore diverso, lo schema è incrinato, nelle sedute successive faremo in modo che l’avversario interno perda potere, seduta dopo seduta.

Giancarlo Dimaggio, psichiatra e psicoterapeuta, è fondatore del Centro di Terapia Metacognitiva Interpersonale. Di prossima uscita il suo libro Un attimo prima di cadere. La rivoluzione della psicoterapia (Raffaello Cortina Editore).


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Dimaggio G., Ottavi P., Popolo R., Salvatore G. (2019), Corpo, immaginazione e cambiamento. Terapia Metacognitiva Interpersonale, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Gazzillo F. (2016), Fidarsi dei pazienti. Introduzione
alla Control-Mastery Theory, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Liotti G., Fassone G., Monticelli F. (2017), L’evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali. Teoria, ricerca e clinica, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Stern D. N. (1985), Il mondo interpersonale del bambino (trad. it.), Bollati Boringhieri, Torino.

 

Questo articolo è di Giancarlo Dimaggio ed è presente nel numero 282 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto