La scuola che verrà

Come altri settori della nostra vita, pure la scuola si è dovuta reinventare negli ultimi mesi. Ha tentato discontinuamente di farlo con la didattica a distanza, incontrando anche difficoltà e contraddizioni.

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La diffusione del Coronavirus e i decreti conseguenti hanno reso ancor più evidente la centralità della scuola nel processo formativo dei nostri ragazzi. I cambiamenti intervenuti nello scenario educativo famigliare e sociale, insieme alla diffusione di Internet, avevano già profondamente cambiato il modo in cui le nuove generazioni interpretavano l’esperienza scolastica e la relazione con i propri docenti. Negli ultimi decenni la scuola non è più stata il luogo elettivo della didattica e dell’acquisizione di conoscenze, ma un ambiente sempre più investito affettivamente, luogo di socializzazione, di sperimentazione e di arricchimento di sé in senso più ampio.

L’ESIGENZA DI UN RINNOVAMENTO DIDATTICO

Da tempo, in aula non entra più solo lo studente, ma l’adolescente inteso come ruolo affettivo, sempre più propenso a esprimere sé stesso e la propria esigenza evolutiva identitaria. Gli insegnanti non sono più stimati e apprezzati come rappresentanti simbolici del padre e dell’autorità, ma piuttosto per le loro competenze professionali e relazionali, così come per la capacità di trasmettere passione e dare senso, presente e futuro, all’esperienza didattica. Anche il rapporto con lo studio e con l’apprendimento è cambiato. L’ambiente tecnologico, all’interno del quale le nuove generazioni sono nate e cresciute, non è solo un’area di svago, ma rappresenta il contesto odierno di formazione e lavoro.

La motivazione dei giovani nei riguardi dello studio è fortemente alimentata dalle ragioni per le quali quella specifica lezione, o contenuto, potrà essere spendibile nel sostenere la propria crescita personale e professionale. Cogliere i mutamenti consente di non incappare in un’interpretazione erronea dei comportamenti degli adolescenti nati nel nuovo millennio. L’istituzione scolastica si trova ad accogliere adolescenti molto più espressivi, relazionali e narcisisticamente fragili rispetto al passato, all’interno di un sistema che molto spesso funziona ancora in nome di presunti principi etici e normativi che in realtà finiscono per celebrare la competitività, l’individualismo e il tramonto di ciò di cui i ragazzi e le ragazze hanno bisogno più che mai: cioè adulti autorevoli, rigorosi e identificati con il futuro dei propri allievi. Il rischio è che la più alta istituzione formativa venga quindi vissuta come un luogo inospitale, inadatto per crescere, non in grado di intercettare e accogliere l’unicità della propria condizione, né di fornire strumenti adeguati a preparare un futuro dalle mansioni incerte e in rapida evoluzione.

Una fonte diffusa di malessere tra insegnanti e allievi è il mancato rispecchiamento reciproco. Entrambi i ruoli, docente e studente, si percepiscono come poco apprezzati, valorizzati e sostenuti dal proprio interlocutore. Se da una parte il docente si sente destituito, anche socialmente, del valore simbolico e professionale attribuito alla propria carica, dall’altra lo studente spesso non trova lo sguardo di ritorno di un adulto capace di valorizzare anche gli inevitabili errori e di fornire strumenti davvero utili alla realizzazione di sé.

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Questo articolo è di Carmen Giorgio, Matteo Lancini ed è presente nel numero 280 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto