La comunicazione come ossigeno della coppia

Anche nella coppia, come in qualsiasi altro contesto relazionale, ogni cosa comunica: dalle parole ai gesti, da un sorriso a un silenzio. Per stare bene insieme bisogna dunque padroneggiare e armonizzare una tavolozza piena di colori diversi.

la comunicazione ossigeno-per-la-coppia.jpg

La comunicazione è la condicio sine qua non del funzionamento di una coppia, in quanto tra ciò che viene espresso e i comportamenti ci sono circuiti di influenza reciproca: la comunicazione ha effetti sulle azioni e viceversa. Quando parlo di “comunicazione” intendo sia le parole che si utilizzano sia i comportamenti che scaturiscono in una danza condivisa, i gesti non verbali e il linguaggio del corpo. Tutto il comportamento è comunicazione.

DAI SORRISI AI SILENZI

In una coppia ogni cosa può essere letta come comunicazione: i sorrisi che ci scambiamo, le azioni che si fanno o non fanno, i silenzi, i litigi, la distanza che si sceglie di tenere, le trappole in cui uno dei due o tutti e due cadono, le emozioni che fanno scaturire dei sospetti, il fare all’amore o far finta di provare un orgasmo, la generosità nell’amare e l’urgenza di sentirsi amati. Sto presupponendo che ogni coppia sia costantemente coinvolta in uno scambio di segnali significativi, che può essere adattivo oppure patologico e che vede implicate non solo le due persone che danzano insieme, ma anche figure apparentemente periferiche che vengono influenzate e influenzano ciò che accade.

Non intendo la comunicazione come scambio di informazioni concettuali, ma appunto come una danza – è la terza volta che ripeto questo costrutto –, un’interazione continua, un copione che si dischiude trascendendo le parole utilizzate e del quale non conosciamo l’esito finale. Neppure intendo la comunicazione come uno scambio unidirezionale e di semplice causa-effetto, ma come un dramma, un’interazione complessa fatta di aspettative e retroazioni dipendenti dal tempo e dallo spazio condivisi; da fatti realmente accaduti oppure immaginati; da eventi vissuti sulla pelle o soltanto desiderati. Non intendo, infine, la comunicazione come qualcosa che accade solo al di fuori della volontà dei partecipanti, ma piuttosto come una costruzione reciproca fatta di scelte più o meno consapevoli, di copioni ripetuti, di guizzi per uscire da modalità ripetitive e per avvicinarsi o separarsi. Perché comunicare è un’arte ma anche una trappola, quando diciamo troppo e male cose che neppure pensiamo, oppure quando teniamo dentro di noi disagi ed emozioni di paura o di solitudine anziché correre ai ripari e fare in modo che accada ciò che desideriamo.

Le regole della comunicazione non sgorgano naturali come acqua da una fontana, ma possono essere imparate, gestite, affinate; si può migliorare la comunicazione tra le persone, a patto che si presti attenzione a ciò che avviene, che si rifletta su ciò che è stato e ciò che si desidera. A patto che ciascuno dei due si faccia soggetto anziché limitarsi a reagire all’altro. Farsi soggetto, infatti, significa far accadere ciò che si desidera, ricordandosi che siamo sempre noi gli artefici della nostra vita.

È chiaro che se due persone decidono di percorrere un tratto di vita insieme, provengono da un’esperienza positiva. I primi tempi possono essere più facili perché il desiderio e la curiosità spingono a chiedersi chi l’altro sia, a sintonizzarsi su un passo comune, a scegliere anche solo istintivamente un vocabolario fatto di parole o di azioni condivise. Mano a mano che il tempo passa, le regole che si sono istituite nel tempo tendono a ripetersi e gli errori di comunicazione anche non voluti tendono ad avere un significato sempre più denso, a far emergere giochi ripetitivi non adattivi, a volte fonte di vera sofferenza.

In questa sede intendo proporre alcune regole per condurre una comunicazione etica e responsabile, e per superare quelle trappole spesso difficili da interrompere, sempre cause di disguidi.

TRE REGOLE

1 PRIMA REGOLA: LA RICERCA COSTANTE DELLA COMPLICITÀ
Mara ha voglia di sintonizzarsi con Alfredo, il suo nuovo compagno, e cerca di danzare psicologicamente insieme a lui, di costruire uno scambio sintonico e di mantenere il contatto. Cerca il suo sguardo, ride alle sue battute e si ritrova pronta a costruire e mantenere aperto il ponte della loro comunicazione. Anche lui fa lo stesso: la guarda, commenta ciò che fa, ha voglia, quando si incontrano la sera, di raccontarsi e ascoltare quello che lei ha da dire. Cercare la complicità non vuol dire essere sempre d’accordo, neppure lasciare all’altro l’ultima parola per non litigare, significa ridere insieme, coltivare il desiderio e la curiosità; significa condividere spazi e tempi, e mantenere acceso lo scambio, anche senza parole, attraverso la rilassatezza dello stare insieme e il riconoscimento della piacevolezza che ne deriva. A volte la capacità di lasciar correre qualcosa che non va bene implica di rinnovare la fiducia nell’altro, di fidarsi, di aspettare momenti migliori; di agire attivamente perché succeda qualcosa di positivo: portare dei fiori o cucinare un manicaretto che l’altro ama particolarmente, proporre una cosa divertente da fare insieme. Sto descrivendo un circolo virtuoso in cui ognuno dei due ha voglia di andare verso l’altro ed è più attento alla coppia e al suo benessere che non alle istanze del singolo.

Esiste anche la possibilità di un circolo vizioso: esso si verifica quando uno dei due si ritrae e l’altro, anziché ricercare la connessione, si allontana a sua volta, offeso o dispiaciuto. In questi casi la coppia inizia un processo di allontanamento, ciascuno dando la colpa all’altro e sentendosi vittima della crudeltà dell’altro. Ciascuno dei due, a quel punto, ha difficoltà a fare un passo in direzione contraria, il sesso langue, la comunicazione si interrompe e la coppia si trova a una distanza pericolosa. La vicinanza non è mai pericolosa, la separatezza sì, a volte diventa una via di non ritorno. Imparare a chiedere è uno dei trucchi per mantenere attivo il contatto reciproco: anziché farsi un’idea in testa su quello che vorremmo succedesse e pretendere che l’altro ci legga nel pensiero, per poi rimanere inevitabilmente delusi, entrambi i partner devono imparare ad esplicitare a sé stessi i loro desideri e a chiedere all’altro ciò che vorrebbero accadesse.

2 SECONDA REGOLA: PASSARE DAL GIUDIZIO ALL’ACCETTAZIONE
Quando in una coppia ci si sente incerti su ciò che si vuole, si teme il pensiero dell’altro, che diventa un prevaricatore non per quello che fa realmente, ma per come lo viviamo dentro di noi. Cresce la paura che schiacci i nostri desideri, che non ci comprenda e che ci usi per scopi propri. Sono questi usualmente i momenti in cui sentiamo il bisogno di prendere le distanze dall’altro e cadiamo nella trappola di giudicarlo, criticarlo e osservarlo come se non fossimo sulla stessa barca. Prendere le distanze porta a sentirsi rassicurati: è altro da noi, è cattiva, superficiale, egoista… Tendiamo a offendere anziché pensarci parte dell’interazione, non tolleriamo quello che l’altro/a fa o pensa o dice e lo/a critichiamo con gli amici.

Rompiamo così l’alleanza, ci chiamiamo fuori dalla relazione, dal patto. Proviamo a confermarci l’inadeguatezza dell’altro e ci allontaniamo sempre più, a volte in maniera incommensurabile. Riuscire a mettersi nei panni dell’altro diventa, in tali casi, importante, così come meta-comunicare su quello che sta avvenendo, aprire il proprio animo e confidare i propri timori, senza astio. Fa parte dell’accettazione il silenzio rilassato, comodo, mentre esiste anche un silenzio punitivo in cui uno dei due tiene il muso e accusa l’altro attraverso il suo ritrarsi. Più grave è la squalifica, il guardare l’altro/a con sufficienza e in termini giudicanti, con una smorfia di esplicita disapprovazione sul volto. Si tratta di violenze morali che fanno male a chi le gioca e a chi le subisce, e che spesso coinvolgono anche i minori, i figli, i quali vengono triangolati ed entrano nelle dinamiche per salvare uno dei due con la loro tacita alleanza. Irene si accorge della propria sospettosità crescente nei confronti di Pietro; anziché dare la colpa a lui, viene in terapia e si domanda che cosa lei stessa non sopporti: scopriamo insieme che ha visto da piccola un padre autoritario e violento e una madre assoggettata e infelice, e facciamo l’ipotesi che abbia paura che l’intensità della sua attuale relazione la porti ad essere a sua volta – come la madre – dipendente e sfruttata. Ma Pietro non è suo padre, i tempi storici e culturali sono mutati, e insieme riusciamo a sciogliere le sue paure, i suoi sospetti e a ritrovare il coraggio di approfondire il rapporto, con mutua soddisfazione.

3 TERZA REGOLA: INTERROMPERE PERICOLOSI GIOCHI DI POTERE
Non tutta la comunicazione è sempre positiva e generativa, nelle coppie nascono giochi di potere e prevaricazioni che fanno star male l’uno, l’altro o ambedue. Si tratta di giochi per il controllo della relazione, sospetti, abusi di chi – spesso per debolezza – ritiene necessario mettere le regole e mantenere il controllo. Il desiderio di avere l’ultima parola, l’abitudine a non definirsi, l’impenetrabilità, lo sforzo a non esprimere le proprie sensazioni e i propri desiderata, la colpevolizzazione, l’accusa all’altro di ciò che accade, semplificando il gioco in atto anziché considerare la partecipazione di entrambi. Stefano accusa il compagno qualsiasi cosa questi faccia: è troppo, troppo poco, è sciatto, ha fatto male questo e quest’altro. Che fatica! Non si considera parte della dinamica che accade e la definisce sempre e comunque responsabilità del partner. È costui che sbaglia, che è in errore, Stefano si sente vittima, accusa di essere amato male. Incolpa, insinua, critica, così si sente forte e vince la paura di essere abbandonato, com’è già successo nelle sue storie precedenti. Usuale, in questi poco verbali tempi iper-moderni (Telfener, 2018), è sparire o lasciarsi con un sms: sparire lascia l’altro impotente e ci definisce come codardi e poco rispettosi della vita e delle relazioni. C’è un segnale inequivocabile che avvisa che i giochi nella coppia sono patologici e stanno facendo male ai singoli e alla relazione stessa: il sentire l’altro come nemico, sospettare di lei/lui, ritirarsi in difensiva. Perché le provocazioni e i soprusi sfociano spesso in un grosso fastidio relazionale, in emozioni di sofferenza e dolore, sempre che non diventino veri e propri sintomi.

LA COMUNICAZIONE TELEMATICA

Passiamo gran parte del nostro tempo connessi, ognuno davanti al proprio computer, isolato nel contesto, per conto proprio, sperso nella propria testa. Consiglio sempre alle coppie di connettersi e di scambiarsi messaggi e stimoli anche telematici, di scegliere uno spazio di navigazione comune o di trovarsi online benché da due piattaforme diverse. Tanti anni fa c’era “Second Life”, un mondo digitale dove si poteva partire per esplorazioni condivise in uno spazio virtuale pieno di sorprese; oggi si possono condividere serie, lezioni, conferenze, si può andare a fare shopping o entrare in un museo virtuale. Si può esplorare insieme. Oggi ci si possono inviare stimoli, scambiare sensazioni, stati d’animo, si possono utilizzare i mille strumenti di cui siamo dotati per inviarsi una canzone e per ricordare all’altro che lo stiamo pensando. Credo che condividere una serie o un film permetta di mantenere acceso lo scambio, di sintonizzarsi su emozioni complementari, di emozionarsi insieme, di mantenersi in contatto. Perché se ciascuno va per la sua strada ci si ritrova presto in una modalità incommensurabile, due rette parallele che rischiano di non incontrarsi più.

Pensare la relazione come stabile, come duratura, anziché come precaria, aiuta a comunicare bene, perché diventa inutile dimostrare a sé stessi che l’altro è in torto. Significa pensarsi sulla stessa barca, recuperare il filo che unisce, gettare un ponte verso l’altro, tenersi per mano, anche durante un litigio non mettere in discussione la relazione e la sua resistenza. È chiaro che stare in coppia non è una passeggiata ed è necessario mediare tra esigenze individuali e la condivisione di un medesimo percorso di vita. Le ricerche spiegano che le coppie che resistono unite nel tempo condividono strategie di comunicazione adattive: convivono con le differenze, gestiscono i conflitti, i traumi e le sofferenze, ricordano selettivamente ciò che c’è stato e c’è di positivo piuttosto che rivangare il negativo, progettano eventi piacevoli per tutti e due, hanno compiti casalinghi definiti ed equi, mantengono viva l’intimità, ma al di sopra di tutto non si scordano di provare gratitudine per il/la partner.

Non ci sono comunque vittime e carnefici nella comunicazione di coppia, anche se apparentemente uno dei due perseguita e l’altro si fa vittima; i partner partecipano entrambi attivamente a ciò che accade.

LA COMUNICAZIONE

Parlare di “comunicazione” significa parlare di più aspetti contemporaneamente. C’è la sintassi, la trasmissione dell’informazione, la codificazione dei messaggi attraverso le parole, i canali utilizzati, il rumore, le ridondanze presenti, le proprietà stilistiche del linguaggio. La semantica è la scienza dei significati che cerca l’accordo su di essi. La pragmatica è la scienza che si occupa di come la comunicazione influenzi il comportamento in una relazione complessa e reciproca nella quale ogni atto è un messaggio. C’è poi la prossemica, che studia l’interazione fra l’uso dello spazio e la comunicazione.

Gli assiomi della comunicazione (Watzlawick et al., 1967) sono le regole che definiscono lo scambio tra le persone. Eccoli qui esplicitati.

Non è possibile non comunicare: anche il silenzio, il distogliere lo sguardo o il non rispondere sono comunicazioni. Ogni scambio implica un aspetto di contenuto (ciò che si dice, cioè le informazioni che ci si scambiano) e uno che definisce la relazione tra i vari comunicanti («Ecco come ti vedo», «Ecco come vedo che tu mi vedi»). Gli eventi che sono riportati saranno decodificati seguendo una punteggiatura soggettiva e personale, punteggiatura che organizza le interpretazioni. La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti.

Ogni comunicazione è contemporaneamente verbale e non verbale (include la posizione del corpo, i gesti, le espressioni, le inflessioni della voce, il movimento nello spazio ecc.). Gli scambi comunicativi tendono ad essere complementari o simmetrici. Sono complementari quando i partner si adattano l’uno all’altro e si posizionano in una relazione che rispetta le differenze (l’insegnante e lo studente; la madre e il bambino); sono simmetriche quando tra i due riscontriamo un comportamento simile e una lotta su ruoli identici (due capi che competono tra loro; due genitori che vogliono l’attenzione indivisa dei figli a scapito dell’altro genitore).

Come umani abbiamo una scappatoia che ci aiuta nel difficile processo del comunicare, si tratta della possibilità di meta-comunicare, ossia di comunicare sulla comunicazione che sta avvenendo e quindi di provare a chiarirci con l’altro, di commentare ciò che sta avvenendo.

 

Umberta Telfener è psicologa per la salute, didatta del Centro milanese di Terapia della Famiglia, membro del board dell’Associazione Europea di Terapia Familiare (EFTA).


Bibliografia

Telfener U. (2018), Letti sfatti, Giunti, Firenze.
Telfener U. (2021), Primi amori. Uno nessuno, centomila, Il Mulino, Bologna.
Watzlawick P., Beavin J. H., Jackson D. D. (1967), Pragmatica della comunicazione umana (trad. it.), Astrolabio, Roma, 1971.

Questo articolo è di Umberta Telfener ed è presente nel numero 285 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto