Matteo Lancini, Tommaso Zanella

Internet in adolescenza: normalità, dipendenza e ritiro sociale

Nel rilevare tempi lunghi di utilizzo di internet da parte degli adolescenti, magari a scapito della frequentazione della realtà “vera”, si deve valutare non solo il tempo trascorso in rete, ma anche come il web viene usato.

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La straordinaria e pervasiva diffusione di Internet ha trasformato la quotidianità di adulti e adolescenti, ma è impressione diffusa che siano prevalentemente i ragazzi e le ragazze a correre i rischi maggiori e ad essere vittime di ciò che accade in Rete.

Aumentano le richieste di genitori che si rivolgono a psicologi e psicoterapeuti per provare ad arginare un iperutilizzo che sembra assumere i tratti di una vera e propria dipendenza tecnologica. Adolescenti apparentemente svogliati e demotivati che trascorrono ore connessi a un PC, a giocare all’ultima edizione di Fortnite o di Fifa con la console, a scorrere incessantemente la bacheca di social network come Instagram o Snapchat.

Ragazzi che progressivamente disinvestono dal ruolo di studente e si chiudono in sé stessi, suggerendo letture superficiali del rapporto tra gli adolescenti e il web, secondo le quali Internet rappresenterebbe la causa del mancato impegno e della rinuncia all’immersione nella profondità del testo scolastico, eredità di un modello formativo e didattico proveniente dal passato remoto e che nessun governo, tra quelli succedutisi negli ultimi decenni, sembra riuscire a trasformare in un tempo presente.

DIPENDENZA DA VIDEOGIOCHI?

Indubbiamente, dare senso all’abuso tecnologico degli adolescenti di oggi è un’impresa complessa: si corre il rischio di avallarlo acriticamente o, viceversa, di patologizzarlo, soprattutto se non lo si contestualizza nel quadro del processo evolutivo del singolo individuo.

In generale, sembra prevalere un clima di crescente allarmismo e condanna nei confronti di Internet: è ufficiale da pochi mesi l’inserimento della “dipendenza da video­giochi” all’interno dell’ICD 11, la classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati stilata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS-WHO).

Già i curatori dell’ultima edizione del manuale di riferimento della psichiatria mondiale, il DSM 5, avevano ipotizzato l’inserimento della dipendenza da videogiochi tra i disturbi mentali, salvo decidere di includerla nella più prudente sezione destinata a “condizioni mentali meritevoli di ulteriori studi e approfondimenti”.

Queste importanti novità hanno il merito di portare l’attenzione su un universo simbolico e relazionale, come quello dei videogiochi, sempre più pervasivo nella vita odierna degli adolescenti, ma rischiano anche di connotare in modo patologico un consumo in crescente diffusione, indirizzando verso modelli di presa in carico finalizzati a rimuovere un comportamento ritenuto aprioristicamente disfunzionale, piuttosto che a comprenderlo e contestualizzarlo nel percorso di realizzazione dei compiti evolutivi adolescenziali di ogni singolo ragazzo o ragazza. 

Il nostro compito, oggi certamente alquanto complesso, è quello di comprendere quando l’utilizzo individuale di Internet rappresenti uno scacco nella crescita soggettiva, piuttosto che una nuova modalità di realizzare i compiti evolutivi specifici di questa delicata fase dello sviluppo.

Sono trascorsi ormai più di vent’anni da quando Kimberly Young e altri studiosi americani, tra cui Goldberg, hanno portato all’attenzione pubblica il tema dell’abuso di Internet, avviando la ricerca e il dibattito scientifico intorno ai criteri diagnostici atti a individuare con precisione la presenza di una condizione patologica di “Internet addiction”.

Da allora si sono susseguite decine di proposte differenti, spesso mutuate dalla clinica del “disturbo da uso di sostanze” e del “discontrollo degli impulsi”, senza tuttavia riuscire a stabilire indici e criteri unanimemente condivisi. Una mancanza di uniformità che si traduce nell’impossibilità di misurare con precisione le dimensioni del fenomeno, oscillante, nelle ricerche realizzate in diversi Paesi, da percentuali più allarmistiche ad altre tendenti a minimizzarne la portata.

Per molto tempo si è ritenuto che misurare le ore di connessione potesse garantire una buona sensibilità nel rilevare la diffusione della dipendenza da Internet, sebbene sia ormai convinzione comune che non si possa prescindere dall’indagine qualitativa dell’utilizzo della Rete. È assai diverso, per esempio, trascorrere molte ore in Rete con altre persone per condividere attività comuni, piuttosto che dedicare lo stesso tempo a una compulsiva ricerca di informazioni, isolandosi da qualunque esperienza di relazione.

Ancora più numerose e significative risultano essere le criticità, se ci riferiamo alla relazione intrattenuta dalle ultime generazioni con Internet. Com’è noto, gli adolescenti attuali sono nati e cresciuti in una società ampiamente interconnessa, caratterizza dalla diffusione di Internet e da un utilizzo pervasivo della Rete da parte di tutti i loro adulti di riferimento.

Inoltre non bisogna trascurare le caratteristiche della società odierna, sviluppatasi intorno al paradigma della complessità e del narcisismo imperante, in un contesto in cui l’attenzione al Sé e l’esibizione di ciò che in passato era considerato intimo e privato sono ormai fenomeni strabordanti. Sempre meno sottomissione all’oggetto e all’altro, sempre più attenzione alla realizzazione di sé stessi testimoniata da like e follower, in un ambiente pervaso dal potere orientativo dei coetanei, in cui lo sguardo di ritorno dell’altro assume valore vitale e vitalizzante. 

UNA RICERCA RECENTE IN ITALIA

In questo quadro derubricare il massiccio ricorso alla Rete a sindrome additiva rischia di svuotare il sintomo del suo reale significato profondo. Quale senso dare, allora, all’utilizzo di Internet da parte degli adolescenti? I risultati di una recente ricerca che abbiamo condotto all’Istituto Minotauro di Milano, coinvolgendo un campione non clinico, hanno dimostrato come l’utilizzo anche massiccio di Internet da parte dei ragazzi sia, nella maggior parte dei casi, ascrivibile a una “nuova normalità” piuttosto che a una “nuova patologia”.

Nei casi in cui, invece, è emersa la presenza di una dipendenza da Internet, si sono parallelamente riscontrati un disagio e una sofferenza in più aree del funzionamento mentale. Questo testimonierebbe che l’abuso della Rete è correlabile a molteplici quadri psicopatologici, non semplificabili, per esempio, nella diffusa ma erronea sovrapposizione tra ritiro sociale e dipendenza dalla Rete. Internet rappresenta, infatti, un’area intermedia tra agito e pensato, un ambiente in grado di concretizzare visivamente immagini e pensieri appartenenti al mondo della fantasia.

In particolare, i videogiochi odierni si caratterizzano per uno straordinario realismo e per un’offerta di esperienze immersive particolarmente intense. Strumenti di realtà virtuale e aumentata capaci di stimolare più sensi contemporaneamente per favorire un’identificazione completa con l’avatar o il personaggio protagonista.

L’avatar rappresenta il Sé adolescenziale che si declina in un contesto virtuale dove è possibile sperimentare e allenare istanze evolutive e affrontare i conflitti propri di questa fase di crescita. La mentalizzazione del corpo puberale e la definizione identitaria trovano, ai giorni nostri, spazi di sperimentazione anche nei recinti virtuali che hanno sostituito i cortili e i giardinetti chiusi dalle politiche della paura adulte. Molti video­giochi, non a caso, dedicano una parte rilevante alla scelta e alla costruzione del personaggio stesso e offrono, nel corso dello sviluppo del gioco, crescenti opportunità di dotare l’avatar di nuovi strumenti e poteri.

È fondamentale, quindi, inquadrare l’utilizzo e l’abuso di Internet valutandone le diverse declinazioni in relazione ai compiti evolutivi fase-specifici dell’adolescente. Solo in questo modo è possibile comprendere appieno il bisogno del singolo adolescente di sperimentare parti di sé ancora molto fragili, o difficilmente integrabili, come avviene nelle condotte di ritiro, sovraesposizione o a rischio, agite attraverso le scelte virtuali.

OLTRE IL SEXTING

Episodi di sexting, per esempio, possono certamente segnalare un abuso, quantomeno qualitativo, dell’utilizzo di Internet, ma spesso celano bisogni di rispecchiamento e di uno sguardo di ritorno indispensabile per ragazzi e ragazze alle prese con il difficilissimo lavorio di integrazione di un corpo clamorosamente mutato dai tempi dell’infanzia.

Un corpo che può essere dolorosamente deludente, sia nell’aspetto sia in quanto rappresentante simbolico di vissuti di inadeguatezza nei confronti dei coetanei e che, come tale, potrebbe diventare bersaglio di attacchi o tentativi, più o meno drammatici, di farlo sparire. La Rete rappresenta, quindi, un potente veicolo e il teatro di agiti grandiosi, di tentativi di attuare fantasie di recupero maturativo o di mettere in scena il dolore e il disagio evolutivo, non altrimenti esprimibili. 

In uno spirito analogo a quello degli hikikomori, accade che nel periodo delle scuole secondarie alcuni ragazzi si imbattano in un ostacolo insormontabile, in un’esperienza fallimentare particolarmente dolorosa sperimentata in ambito scolastico e quasi sempre proveniente dai coetanei, non sempre ascrivibile a un episodio di bullismo, ma certamente vissuta come mortificante. Avvenimenti precipitanti che suscitano un intenso sentimento di vergogna, tanto profondo da non poter essere tollerato.

In molti casi si descrive la vergogna come sensazione di essere stati smascherati: nudi e paralizzati davanti a un’esperienza che svela con rapidità e portata devastanti tutti i propri limiti estetici, identitari, relazionali. Dominati dalla sensazione di avere fallito, di non essere stati all’altezza delle proprie e altrui aspettative, da un pervasivo sentimento di vergogna, questi ragazzi si sentono impossibilitati a presentarsi sulla scena sociale, inizialmente rappresentata dalla scuola.

La fobia scolare esita progressivamente in situazioni di ritiro più severe. Di solito non si tratta di adolescenti pigri, privi della voglia di studiare o di frequentare l’istituzione scolastica; anzi, in moltissimi casi desiderano raggiungerla e si convincono di poter sostenere il rientro e l’interrogazione la mattina seguente, ma, arrivati all’entrata della scuola, si trovano soli davanti al muro della propria inadeguatezza, provando una vergogna insostenibile che li costringe a un’ancor più dolorosa ritirata verso la soglia di casa.

Inizia così un progressivo disinvestimento e ritiro da tutte le possibili aree relazionali, che nei casi più gravi sfocia in un “ricovero” nella propria stanza, a volte resa impenetrabile e inaccessibile persino ai genitori. Per l’adolescente ritirato socialmente, l’utilizzo di Internet, più che configurarsi come abuso patologico, rappresenta l’unica forma di contenimento psichico rispetto al devastante dolore della crescita.

In molti casi, la Rete si costituisce come l’unica modalità possibile di accesso al sapere e gli stessi genitori ne danno stupita testimonianza, per esempio quando raccontano, nei nostri studi, delle competenze linguistiche maturate dal figlio durante il periodo di ritiro grazie alla visione di video e serie in lingua originale o alla frequentazione di forum e siti in lingua inglese.

La Rete si rivela indispensabile per mantenersi in contatto con l’esterno, con ciò che accade nella realtà mondiale, a cui si accede attraverso la consultazione di siti giornalistici e di informazione, ma soprattutto con altri individui della propria età, tramite la condivisione di battaglie all’interno degli ambienti virtuali dei giochi multiplayer.

Internet rappresenta l’unica possibilità tollerabile per mantenere in vita processi di simbolizzazione e di relazione, scongiurando così il rischio di un breakdown psicotico o ipotesi di sparizione ancor più drammatiche.

La virtualità consente di anestetizzare i vissuti di tristezza e solitudine, mantenendo a una distanza tollerabile le relazioni con gli altri, le angosce e il senso di inadeguatezza che ne deriva. Più che un sintomo in termini psichiatrici, l’abuso della Rete nel ritiro si presenta come una difesa, un riparo, un mediatore tra realtà e onnipotenza narcisistica.

La valutazione clinica non può pertanto basarsi esclusivamente sul tempo trascorso online, ma deve indagare in prevalenza le modalità di utilizzo: per esempio, è importante comprendere se l’adolescente navighi in maniera solitaria, se sia impegnato in giochi di ruolo da solo o se condivida le proprie esperienze virtuali con altri. 

A partire anche dalla valutazione delle scelte virtuali del ragazzo ritirato socialmente, si avvierà un complessissimo e articolato lavoro clinico, che tra le altre cose prevede il coinvolgimento non solo dell’adolescente, ma anche della madre e del padre. Il ritiro sociale si presenta, infatti, come una vera e propria sfida clinica, soprattutto nelle situazioni in cui l’adolescente è severamente recluso e non si lascia avvicinare se non dopo un lungo periodo di lavoro svolto con i genitori.

Un periodo di presa in carico, in assenza del paziente, indispensabile per creare le condizioni per l’intervento domiciliare. Una soluzione ben diversa dall’irruzione prevista nei casi di trattamento sanitario obbligatorio, quasi mai necessario né efficace nei casi di ritiro sociale. 

L’operatore a domicilio può invece costituirsi come una risorsa fondamentale. Inizialmente, l’obiettivo non dev’essere quello di portare fuori dalla stanza il ragazzo ritirato, ma quello di stabilire un primo prezioso contatto, una relazione empatica e rispecchiante.

Solo interessandosi alla vita virtuale e rispettando le difese dell’adolescente si potrà rimettere in moto il processo di crescita e avviare il percorso terapeutico che conduce alla realizzazione dei compiti evolutivi.

 

Gli Hikikomori

Se gli episodi di cyberbullismo o di sexting destano inevitabile allarme tra gli adulti, è tuttavia un’altra modalità espressiva del disagio adolescenziale odierno ad essere spesso accostata all’abuso di Internet e a rappresentare un vero allarme sociale: la volontaria reclusione domestica.

Il fenomeno degli hikikomori, nato e diffusosi in Giappone, si è sviluppato con caratteristiche proprie anche in Italia, dove un numero sempre crescente di adolescenti, prevalentemente maschi, si ritira prima dalle scene scolastiche e poi dalle scene sociali. Si tratta, in effetti, del versante opposto della sovraesposizione: ragazzi che disinvestono dal mondo reale della scuola, dei coetanei e della società per autorecludersi nella propria stanza, dedicandosi a volte, ma non sempre, a una frenetica attività virtuale, in particolare quella videoludica.

In parecchi casi il videogioco e le ore dedicate alla visione di video, serie TV, manga o anime giapponesi rappresentano le uniche attività possibili per questi adolescenti. L’esperienza clinica e di ricerca suggerisce come tanto spesso si tratti di ragazzi assai intelligenti, studenti brillanti fino al momento del ritiro, bambini alquanto valorizzati fin da piccoli per le loro capacità, che animano negli occhi dei genitori fantasie di successo e di realizzazione di sé.

 

Riferimenti bibliografici

Cirillo L., Lancini M. (2017), «Il ritiro sociale». In A. Maggiolini (a cura di), Psicopatologia del ciclo di vita, Franco Angeli, Milano.

Lancini M. (2015), Adolescenti navigati. Come sostenere la crescita dei nativi digitali, Erickson, Trento.

Lancini M. (2017), Abbiamo bisogno di genitori autorevoli. Aiutare gli adolescenti a diventare adulti, Mondadori, Milano.

Questo articolo è di ed è presente nel numero 270 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui