Zauberei

Il web, questo sconosciuto

L’editore Vanni Scheiwiller ogni tanto diceva provocatoriamente di un libro: «Non l’ho letto e non mi piace!». Molti fanno lo stesso con i social media: li denigrano senza conoscerli. E magari prendono delle cantonate.

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Il 14 ottobre, la sera prima che scrivessi questo articolo, avevo a cena una coppia di amici, lui psicoterapeuta come me, lei compositrice, una donna vispa e intelligente. Il collega ed io avevamo studiato insieme diversi anni fa, ma ci aveva fatti reincontrare Facebook. A tavola ricordavamo questo evento insieme ad altri commensali, mentre sua moglie – una donna con una brillante carriera, non proprio una sprovveduta – ci diceva che lei no, non ha un profilo Facebook, perché la impressiona il fatto che qualcuno disponga di tanti dati inerenti alla vita privata. Ne faceva una questione di ordine politico, ci metteva di fronte alle nostre incoerenze personali di soggetti democratici e liberali che permettono con tanta disinvoltura di essere posseduti da qualcuno che ha un potere così innegabile sull’informazione.

Siamo proprio delle brutte persone! scuotevamo allora la testa noi con divertito imbarazzo, entrambi divisi fra due pensieri. Il primo era che la mia amica aveva ragione. Se domani Zuckerberg dovesse avere una folgorazione sinistra e consociarsi a un non meglio identificato leader di ispirazione totalitaria, con le informazioni di cui dispone farebbe rischiare la pelle a mezzo globo terracqueo.
Il secondo pensiero, invece, riguardava la percezione quasi emotiva che nel consueto vibrato scandalo del non utente di social verso i social c’è qualcosa di emotivo, di intimo, di proiettivo, piuttosto che una cognizione sensata del mezzo.

Certo, molte argomentazioni di chi non sta sui social non sono prive di fondamento. Per esempio, quelli che dicono che i social cannibalizzano il tempo per le relazioni o per un buon libro o per la qualità della prestazione sul luogo di lavoro, avendo avuto modo di osservare con sconcerto il vicino che smanetta febbrilmente sullo smartphone mentre il figlio sta andando sotto una macchina, be’ dicono una verità, e anche quelli che alludono alla difficoltà di gestire la privacy sui social non hanno tutti i torti, considerando i fiumi di vita privata che molti lasciano scorrere con foto dettagliate di vacanze, di bacetti, di feste di bimbetti e via di seguito.

E se poi ti vengono i ladri in casa? Resta però il fatto che il critico di social che non frequenta i social è come quell’amministratore delegato Rai che un tempo ebbe a dire con candore: «Io non guardo mai la televisione!». Sono, cioè, critici di un oggetto di cui non vedono l’interno, candidatisi a esperti di un’esperienza mancata e quindi in ultima analisi, per lo psicologo in particolare, cavie perfette per parlare di meccanismi psichici adatti al caso. Se dici delle cose su un oggetto che non conosci, a cui cioè sei estraneo, pensa infatti lo psicologo maligno, per caso non ci stai dando più informazioni su come lo vivi tu e su ciò che lo strumento ti evoca, che sull’oggettività dello strumento medesimo? Siamo sicuri che stai parlando di Facebook? E non di te stesso e di quello che ti sollecita?

Per esempio, fra i detrattori sono piuttosto ricorrenti: i temi della sovraesposizione di sé senza filtro né limite e il tema del falso profilo con cui si interagisce finendo con l’essere ingannati. Alla fine Facebook è una comunità chiusa, che si organizza in cerchie di contatti e suscita comunque l’attrazione che suscitano da sempre gli ambienti circoscritti, i club in cui non si è ancora ammessi e nei quali si teme che non sia così scontato che si possa essere apprezzati. Su questa immagine di gruppo chiuso con regole di funzionamento suo, si proiettano fantasmi interessanti e magiche chimere – come il proprio desiderio di mostrarsi, denudarsi, raccontarsi ed esporsi, e insieme quello di camuffarsi con una falsa identità. Il detrattore di Facebook esclude infatti, per necessità retorica e psichica, che gli utenti possano gestire un uso sorvegliato del mezzo, che, proprio come lui, possano preferire non alludere a questioni molto private e che possano scegliere, appunto, di usarlo come il clone informatico di un salotto borghese qualsiasi – anzi, questa possibilità li delude e scuotono la testa scettici. Piuttosto, come accade sempre quando di mezzo ci sono dinamiche proiettive, l’impiego di Facebook viene immaginato come irresponsabile ed estremo, narcisista e voyeurista, ai limiti di un erotismo scostumato. Ora, non è che questo non sia un uso possibile, come probabilmente è noto, ma forse immaginarlo come unico uso possibile è il segno di un desiderio proprio negato, e riposto altrove, di un narcisismo scellerato e che culturalmente è a ritmo serrato una volta incoraggiato e richiesto come d’ordinanza, un’altra volta sanzionato e contestato con accenti savonaroliani: davvero vuoi essere visto e ben voluto per ciò che fai e che sei? Pentiti Pentiti Pentiti. Sembra che tutti siano invogliati alle gioie dell’egocentrismo e dell’esposizione di sé, per poi doversi amaramente ricredere e avviarsi a celebrare l’eleganza di un sobrio understatement. Forse è per salvare baracche e burattini, allora, che si immagina Facebook come la terra della simulazione di identità e di finzione, altro grande topos del detrattore; in cui peraltro è caduta anche la mia amica, la quale a un certo punto della discussione paventava scenari di chat oscure e fors’anche bizantine con personaggi teoricamente apollinei e ben intenzionati, ma di fatto dionisiaci oltre ogni dire, avanzi di galera, torbidi persecutori, insomma psicopatici di vario ordine e grado. La ricorrenza con cui in siffatti dialoghi si presenta il mito dell’identità fasulla, specie considerando il basso numero di volte che davvero capita nella Rete, dà l’idea di qualcosa che quasi nessuno pratichi e tutti agognino. Forse come mezza copertura che, grazie al riparo di un dato anagrafico pasticciato, di un’età anticipata, persino di una professione e di una residenza completamente falsate, non dia tanto l’occasione d’inscenare un’ideale dell’io impraticabile sul piano di realtà, quanto la possibilità di mostrarsi veramente senza essere riconosciuti. La possibilità di fare delle cose e di ammettere dei desideri e delle debolezze.

Molti, poi, si convertono. Io stessa sono arrivata ai social con un consistente ritardo rispetto alle mode del momento e non senza aver prima scritto, anche sul mio blog di allora, acculturatissimi anatemi, aspramente documentati, sui rischi del demonio-social. Lo dico per quella narcisistica cosa lì dell’onestà intellettuale e a testimonianza del fatto che si può cambiare idea.

Questo articolo è di ed è presente nel numero 265 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui