Il selfie e il tema dello sguardo

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Quando si parla di selfie si intende una “fotografia scattata a se stessi, solitamente realizzata con uno smartphone (o un tablet o una webcam) che viene condivisa attraverso i social media”. Nel nostro Paese il termine viene generalmente rappresentato e tradotto dalle parole autoscatto o autoritratto fotografico.

L’Accademia della Crusca ha definito questo vocabolo come un prestito (alla lingua italiana) non adattato dall’inglese, che rientra nel novero dei forestierismi che sono nati sul web e si sono diffusi tramite i social network. In realtà il selfie non nasce né con gli smartphone né con i social network, poiché la pratica di girare la macchinetta fotografica verso se stessi per ritrarsi esiste già dal secolo scorso, ma i social ne sono diventati sicuramente un potente strumento di incentivazione ed amplificazione.

Attualmente la propria immagine può essere divulgata anche tramite servizi di messaggistica istantanea quali WhatsApp, Facebook Messenger, Telegram e SnapChat, oppure venire mostrata direttamente a terzi tramite l’esposizione diretta del display del telefonino. Inizialmente si presupponeva che la condivisione di tale fotografia fosse un tratto distintivo, ma in realtà l’autoscatto può non essere condiviso (rimanendo nel cellulare dell’autore) oppure può immortalare una o più persone insieme alla persona che effettua l’istantanea.

Il suffisso -ie che caratterizza la parola rimanda ad un vezzeggiativo, tipico dello slang australiano (terra natìa del vocabolo), che può implicare un aspetto affettuoso e familiare, ma come nota la psicologa Pamela Rutledge, da un punto di vista semantico il selfie è un “piccolo Sé” (Marchioro, 2015), un aspetto dell’identità. A tal proposito, Barbieri (2016) afferma che quando una persona scatta un selfie si rappresenta e si rispecchia, costruendo dunque un’immagine di sé che lo mette in scena come un personaggio di una storia reale o possibile.
L’autoritratto viene osservato e valutato non solo dal suo autore ma da un pubblico (più o meno vasto), facendo assumere allo scatto una dimensione che comprende aspetti identitari, relazionali, cognitivi ed emotivi e che può provocare in chi guarda un insieme di pensieri, ipotesi, informazioni e reazioni. Come detto, il desiderio di raffigurarsi e di rappresentarsi in azione è sempre appartenuto all’essere umano, il quale in passato utilizzava primariamente la pittura (la scultura era invece più tesa alla rappresentazione di qualcun altro).

L’avvento della fotocamera frontale presente nei dispositivi moderni e la comparsa delle piattaforme social ha dunque reso estremamente più facile e rapido il processo di auto-rappresentazione. Un momento importante nella storia della diffusione dei selfie è stato sicuramente lo scatto realizzato durante la notte degli Oscar del 2014, raffigurante contemporaneamente attori del calibro di Meryl Streep, Brad Pitt, Julia Roberts, Kevin Spacey e Bradley Cooper. Nonostante fosse un abile trovata commerciale per il lancio dello smartphone di una nota marca, la dilagante diffusione di quell’immagine permise al selfie di entrare a far parte della quotidianità globale, anche attraverso il fenomeno dell’emulazione e la divulgazione attraverso le sempre più utilizzate piattaforme social. Il selfie può rappresentare il documento di un particolare momento della propria vita che si sta vivendo singolarmente o in gruppo (ad es. una vacanza, il trovarsi presso un monumento famoso, un evento sportivo, una laurea, ecc.) ed incarnare la semplice testimonianza di un’importante esperienza.

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La natura del selfie può però essere più complessa, perché fornisce la possibilità di descrivere e narrare non solo differenti situazioni ma anche molteplici modi di rappresentarsi e raccontarsi. Il selfie può raffigurare momenti di vita quotidiana (ad es. un bacio col partner, un allenamento in palestra, un gioco col proprio animale domestico, ecc.) per lasciar intendere che si stanno svolgendo quelle attività; eventi relazionali (ad es. un aperitivo con gli amici, una rimpatriata del liceo, un concerto, ecc.) per rilanciare un’immagine di sé fatta di socialità e legami amicali duraturi; parti del corpo, per descrivere cambiamenti, sperimentazioni, sedurre. Ultimamente però il selfie descrive anche attività a rischio nei confronti della propria persona. È di stretta attualità infatti il tema del selficidio (il “killfie” - da kill, uccidere). Secondo il “Rapporto Italia” Eurispes 2019, sono ben 259 le persone rimaste uccise nel mondo tra il 2011 e la fine del 2017 nel tentativo di realizzare selfie pericolosi. Il selfie estremo costituisce un’azione affascinante soprattutto per i giovani (il 70% dei decessi avviene a ragazzi tra i 10 e i 29 anni), che rimangono vittime di cadute dall’alto, incidenti stradali, attacchi da animali selvatici, solo per il gusto di esibire come trofeo uno scatto insolito ed audace, che solleciti stima e meraviglia da parte del proprio pubblico. In Russia il Ministero dell’Interno ha addirittura varato una campagna di prevenzione al “selfie sicuro”, composta da opuscoli e video online che spiegano come evitare i comportamenti a rischio.
Il “selfie che uccide” rappresenta certamente l’estremizzazione della celebrazione dell’Io, mostrando agli altri la necessità di sentirsi unici e la volontà di sfidare il limite. Il selfie dunque può oscillare tra la celebrazione della vita (quotidiana o che raggiunge momenti indimenticabili) e il mettersi in pericolo di morte.

La diffusione (e valutazione) dei selfie sui social network introduce dunque il tema del rapporto con lo specchio (e quindi con lo sguardo altrui) e svela il principio che distingue un’azione che faccio per me da una che ha bisogno della presenza dell’Altro.
Se mi guardo allo specchio (o mi faccio un selfie allo specchio), lo sguardo in questione è solo il mio. Se scatto un selfie allo specchio e lo invio a qualcuno su WhatsApp e/o lo condivido sui social media, lo sguardo in questione non è più solamente il mio, ma quello di un pubblico, e lo sguardo dell’Altro mi torna indietro attraverso un commento, un giudizio, un emoticon, e si trasforma in un feedback, in una valutazione, diventa l’immagine di me che l’Altro mi restituisce.

Lo smartphone ed i social assumono dunque le funzioni di uno specchio, simbolico e materiale. E se lo scatto non mi piace, posso rifarlo ancora. Inoltre, raggiunta l’immagine desiderata, posso modificarla con i filtri o specifiche app per poter rendere la foto ancora più desiderabile. A furia di modificare le immagini però, creiamo un Sé ideale (e idealizzabile dagli altri) che ci riproduce per come ci piacerebbe vederci o abbiamo l’ambizione di diventare. Nelle modificazioni più marcate assistiamo a delle vere e proprie trasformazioni, correndo il rischio di diventare avatar di noi stessi, creando un alter ego virtuale, verosimile ma non reale. Immagine che viene divulgata tramite i social network (in particolare Instagram) e che rientra in quel fenomeno definibile come vetrinizzazione sociale (Codeluppi, 2007), nel quale tutto ciò che veniva considerato privato viene messo in vetrina.

Viene spontaneo chiedersi se questo continuo bisogno di approvazione e di conferme dall’esterno non stia in realtà rendendo le persone solo terribilmente più insicure e più legate allo sguardo degli altri, facendoci perdere di vista proprio ciò che di più prezioso abbiamo, ovvero la nostra interiorità, fatta di emozioni, sensazioni, riflessioni, che non dobbiamo necessariamente condividere, o quantomeno affidare ed esporre al giudizio di un like (Spaccarotella, 2020).

Michele Spaccarotella è psicologo e psicoterapeuta psicodinamico. Svolge la libera professione a Roma nell’Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica (IISS), presso il quale è responsabile della didattica e docente nel corso biennale in Psicosessuologia. Cultore della materia presso la cattedra di Parafilie e Devianza (Prof. Fabrizio Quattrini) dell’Università degli Studi dell’Aquila. Si occuoa di ricerca e clinica sessuale ed è infatti co-Autore del QDS (Questionario sulla Dipendenza Sessuale). Conduce seminari divulgativi ed è autore di diversi articoli in ambito psicologico e sessuologico. Collabora con radio locali e nazionali e con importanti testate giornalistiche.
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 Il piacere digitale - Dottor Michele Spaccarotella

Bibliografia

Barbieri G.L., (2016). “Il selfie: pensieri nascosti, fantasie di auto creazione, tratti di personalità”, Rivista Internazionale di Filosofia e Psicologia, 7(3), 378-389.

Codeluppi V., (2007). La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società. Torino: Bollati Boringhieri.

Marchioro F., (2015). “Selfie. Il narcisismo digitale”, Psicologia Contemporanea, 247, 14-21.

Spaccarotella M., (2020). Il Piacere Digitale #Sex&TheSocial. Firenze: Giunti Psychometrics.