Figli tenuti all’oscuro

Ci sono figli di persone con disturbi mentali che si sentono in colpa verso di loro solo perché non conoscono la reale condizione del genitore.

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In quarta e quinta elementare, per due anni, Claudia ogni mattina si rifiutava di fare colazione, di vestirsi e di andare a scuola. E quando alla fine veniva portata in classe con la forza, cadeva preda di violenti attacchi di panico: respirazione affannosa, tachicardia, rossori, sudorazione. Soltanto al momento della ricreazione, quando poteva uscire all’aperto e correre in cortile con i compagni, si tranquillizzava. Erano state fatte varie ipotesi per spiegare questa sintomatologia: che temesse i brutti voti, che avesse paura dell’insegnante, che potesse essere vittima dei bulli della scuola. Era stata anche spostata di classe, per questi motivi, ma senza alcun miglioramento. 

Soltanto a distanza di anni Claudia comprese, da sola, la vera causa di quel marasma emotivo che si impossessava di lei ogni volta che doveva entrare a scuola e che in maniera affrettata era stato definito «fobia scolastica». In realtà, dietro a quel drastico rifiuto c’era il desiderio di restare a casa per sorvegliare che cosa sarebbe potuto accadere in sua assenza. La spaventavano e preoccupavano le crisi improvvise di suo padre, che in pochi attimi poteva passare dalla rabbia ai singhiozzi, dalle urla ai lamenti. Papà vedeva cose che gli altri non vedevano, sentiva voci che gli altri non sentivano e a volte, nel mezzo della notte, svegliava tutti, certo che la casa stesse andando a fuoco. 

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Questo articolo è di Anna Oliverio Ferraris ed è presente nel numero 284 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto