Competizione vs. cooperazione

La competizione non è per forza negativa: aiuta anche a sondare i propri limiti e a provare a superarli. L’importante è che non miri a distruggere l’altro.

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Anche nel mondo delle organizzazioni, la celebre massima di Thomas Hobbes «Homo homini lupus» si rivela spesso veritiera. Le organizzazioni frequentemente ci propongono un mondo di relazioni in cui la competizione senza limiti è il processo dominante. Nell’avvicendarsi delle governance aziendali, è comune assistere a battaglie tra diverse cordate all’interno della stessa azienda finalizzate a conquistare posizioni di potere l’una a danno dell’altra, e anche all’interno dei singoli gruppi si coglie il prevalere di una modalità competitiva piuttosto che cooperativa nei rapporti tra i diversi membri: «Mors tua vita mea».

C’è poi, in qualche misura, una diffusa teoria implicita tra i manager che propone la competizione come strumento per selezionare i migliori, per individuare i talenti, dunque la strada principe per consentire un’evoluzione positiva dell’organizzazione. Un po’ come se l’ideologia darwiniana fosse l’unica in grado di descrivere correttamente lo sviluppo dei diversi contesti sociali. Ma è vero che questa è l’unica ipotesi possibile?
È vero che senza competizione non c’è sviluppo? 

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Questo articolo è di Stefano Gheno ed è presente nel numero 277 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto