All'inizio c'è il due

Cogliere la coscienza umana nel suo punto d’insorgenza significa cogliere lo sguardo reciproco dove l’Uno e l’Altro, guardandosi, guadagnano la rispettiva identità.
L’identità, infatti, non è una prerogativa individuale, ma un fatto sociale.

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All’inizio non c’è l’Uno, come cercano di persuaderci tutte le religioni e tutte le filosofie, ma il due. Così vogliono la genesi del mondo e la genesi di ciascuno di noi, quando, nel grembo della madre, siamo l’uno e l’altro e, solo dopo la separazione, diventiamo uno. Per questo, portarsi all’inizio significa cogliere la scissione dell’Unità originaria, dove l’Uno è interrogato dall’Altro.

È inutile spingere lo sguardo alla ricerca dell’Uno da cui tutto si origina, perché là non c’è nulla da vedere. La vista, infatti, incomincia dopo, quando la separazione è ormai avvenuta, quando il Figlio si è separato dal Padre, quando la sapienza di Prometeo si è separata dalla violenza di Zeus, quando il tempo ha cessato di ripetere se stesso per dispiegarsi nella successione dei giorni, quando la tradizione ha reso discorsiva la rivelazione, quando la storia ha sgretolato l’immobilità dell’essere.

In questo luogo, che è l’inizio nel suo iniziarsi, ha affondato il suo sguardo Nietzsche quando, in un giorno del 1882 a Sils Maria, fu scosso da questa rivelazione: «Qui me ne stavo e attendevo. Nulla attendevo. Al di là del bene e del male, or della luce godendo, or dell’ombra. Tutto semplice gioco. E mare e meriggio, tutto tempo senza meta. E d’improvviso, amica! Ecco che l’Uno divenne Due – E Zarathustra mi passò vicino».

Ma come e perché l’Uno si è fatto due? L’interrogazione parte dal due. Perché l’Uno non può interrogare se stesso se non sdoppiandosi. Il doppio, il dubbio, il diavolo sono i cascami metaforici di questo evento, e nulla ha capito Cartesio quando ha visto il dubbio inserirsi come un diavolo maligno nella coscienza. Non è la coscienza che ha dubbi, come piace appunto a Cartesio e a tutti i seguaci da lui sedotti – gli scienziati di ogni ordine e grado, esperti in cose “esatte” e “umane” –, ma è il dubbio, come scoperta del duplice, che dischiude la coscienza. E, con la coscienza, l’interrogazione, che è radicale solo quando chiede: perché il giorno e la notte? Perché la luce e le tenebre? Dove l’interrogativo non nasce dalla notte o dalle tenebre, ma da quell’e che, evidenziando il duplice aspetto dell’identico, genera l’inquietante.

A promuovere l’inquietudine non è dunque una realtà, non è il buio della notte, ma l’interrogazione che domanda del giorno e della notte. L’interrogazione fa uscire da quella tonalità opaca che è la solitudine della luce senza relazione con la tenebra, col suo altro. Non c’è inquietudine nel principio di identità, perché dove la realtà non appare nel suo doppio non sorgono l’interrogazione e il dubbio. “Doppio” e “dubbio” hanno la stessa radice, come in tedesco Zweifel (“dubbio”) e Zwei (“due”). Il dubbio che, generandosi, spezza l’unità originaria non interrogata nasce dal doppio di ogni realtà, dalla scoperta dell’opposizione del bene e del male, del vero e del falso, del giusto e dell’ingiusto, del puro e dell’impuro. Questa scoperta, come origine del dubbio e dell’interrogazione, segna la nascita della coscienza, che è con-scienza, un dibattersi tra l’uno e l’altro. Il dubbio esprime la scissione dell’Unità originaria, dove, come dicevamo sopra, l’Uno è interrogato dall’Altro.

Portarsi all’inizio non significa allora regredire o rannicchiarsi nel fondo dell’infanzia, ma esattamente il contrario: significa cogliere la coscienza umana al suo sorgere, dove i due, l’Uno e l’Altro, si fronteggiano guadagnando reciprocamente la loro identità. L’identità, infatti, non è un evento naturale che noi acquisiamo con la nascita. La nostra identità dipende dal riconoscimento dell’altro. In un certo senso, possiamo dire che l’identità non è una prerogativa individuale, bensì un fatto sociale. Sono gli altri che la rafforzano o la mortificano con il loro riconoscimento o misconoscimento. Questo dice che la relazione viene prima dell’individuo. E se nella nostra identità si esprime la nostra unicità, ebbene questa unicità ci è data dal riconoscimento dell’altro. Ancora una volta, è possibile dire che all’inizio non c’è l’Uno, ma il due.

E solo a partire dal due comprendiamo perché l’uomo è essenzialmente un animale che ha il linguaggio (l’aristotelico «zoon logon echon»), e quindi un animale sociale, dal momento che nessuno parla da solo se non sdoppiandosi. Questa è la ragione per cui nel mondo greco il primato spettava alla comunità (polis), a proposito della quale Aristotele, nella Politica (libro I, 1253a), afferma: «La polis esiste per natura ed è anteriore a ciascun individuo, per la semplice ragione che nessun individuo è autosufficiente, per cui chi non è in grado di entrare in una comunità, o per la sua autosufficienza non ne sente il bisogno, non è parte della polis e di conseguenza o è bestia o è dio». Dello stesso avviso è Platone, che nelle Leggi (libro X, 903c) scrive: «Anche quel piccolo frammento che tu rappresenti, o uomo meschino, ha un intimo rapporto con il Tutto e un orientamento ad esso, per cui tu sei giusto se ti aggiusti all’universa armonia».

L’uomo intero, ci avverte Platone nel Simposio, per bocca di Aristofane, non è il singolo individuo.

Questi è piuttosto il «simbolo dell’uomo, la metà che cerca l’altra sua metà da cui è stato separato» e con cui cerca di ricomporsi in ogni amplesso d’amore che, dell’antica Unità, è memoria, tentativo di ripristinarla, e sconfitta. Infatti, dopo ogni incontro d’amore, ciascuno torna nella solitudine della sua unicità, da cui non si è partiti per incontrare l’altro, ma dove ci si viene a trovare dopo che si è stati divisi dall’altro con il quale, negli atti d’amore, per un attimo ci si era ricomposti.

I nostri occhi sono opachi e bui, e le nostre decisioni causali e confuse, se il nostro sguardo non coglie quell’Inizio da cui la storia ha preso avvio e distanza solo per ritornare. La storia, infatti, per variegata che sia, in realtà è l’ininterrotta riproposizione di quella originaria scissione dell’Uno che si è fatto due, e del reciproco riconoscimento che quella scissione instaura tra l’uno e l’altro.

Umberto Galimberti, membro dell’International Association of Analytical Psychology, ha insegnato Filosofia della storia nell’Università di Venezia. Autore di molti volumi, tradotti anche all’estero, collabora con la Repubblica.

Questo articolo è di Umberto Galimberti ed è presente nel numero 265 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui