Aiutare gli altri per aiutare sé stessi

aiutare-gli-altri.jpg

Il legame tra prosocialità e benessere è ormai ben documentato in letteratura: avere dei comportamenti altruistici nei confronti degli altri non porterebbe solo benefici a coloro che ricevono, ma anche a coloro che danno. Coloro che praticano l’aiuto, la compassione, la cooperazione, la gentilezza e la generosità (i cosiddetti “giver”) risultano infatti più felici di coloro che non lo fanno, oltre ad avere una miglior salute mentale e pure fisica. 

Una nuova metanalisi, da poco pubblicata sulla rivista Psychological Bulletin e condotta da un team di ricercatori dell’Università di Hong Kong, ha analizzato i risultati di 200 ricerche che si sono occupate a vario titolo di questo tema, per un totale complessivo di circa 200 000 partecipanti. Non solo lo studio ha confermato la presenza di un effetto positivo, di entità moderata, tra comportamento altruistico e benessere, ma ha anche approfondito alcune variabili che potevano svolgere il ruolo di moderatori. Infatti, non tutti gli atti altruistici genererebbero lo stesso livello di benessere, così come giocherebbero un ruolo l’età, il genere del giver e anche il concetto di benessere a cui si fa riferimento. 

Per esempio, lo studio ha scoperto che gli atti spontanei (“informali”) e casuali di altruismo, come aiutare un vicino anziano in difficoltà con la spesa, avevano un effetto più potente sul benessere soggettivo rispetto ad atti più “formali”, come fare volontariato per un ente benefico una volta alla settimana in un orario prestabilito. Secondo i ricercatori, ciò potrebbe essere connesso al fatto che gli atti di altruismo e gentilezza informali condurrebbero più facilmente alla nascita di legami sociali, che hanno un forte impatto sul livello di felicità. Contemporaneamente, la natura meno routinaria degli stessi atti informali scongiurerebbe il rischio di percepire tale attività come monotona.

Anche l’età è risultata un fattore importante, con i giver più giovani che hanno riportato livelli più elevati di benessere generale e salute psicologica, e i giver più anziani che hanno mostrato di beneficiare maggiormente in termini di miglioramento della salute fisica. Per quanto riguarda il genere, le donne hanno mostrato un’associazione più forte tra comportamenti prosociali e percezione di benessere rispetto agli uomini. Infine, l’effetto della prosocialità sul benessere eudaimonico (quello che ha a che fare con la ricerca di un significato di vita) è stato più forte di quello sul benessere edonico (quello che ha a che fare con l’aumento della felicità e delle emozioni positive). Ciò significa che, più che un aumento diretto sul livello di felicità, aiutare gli altri restituirebbe alle persone la sensazione di aver compiuto un gesto significativo, qualcosa che rende la vita degna di essere vissuta. 

Secondo Bryant Hui, autore principale dello studio, ricerche successive potrebbero esaminare l’eventuale ruolo di altri moderatori, come l’etnia o la classe sociale, nonché se esiste un “livello ideale” di comportamento prosociale, oltre il quale troppa gentilezza finisce per avere un effetto negativo sulla persona. Fino a quell’eventuale momento, non risparmiamoci nel dare a piene mani!

di Elettra Pezzica

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Hui B. P. H., Ng J. C. K., Berzaghi E., Cunningham-Amos L. A., Kogan A. (2020), «Rewards of kindness? A meta-analysis of the link between prosociality and well-being», Psychological Bulletin, 10.1037/bul0000298, DOI: 10.1037/bul0000298

Questo articolo è di Elettra Pezzica ed è presente nel numero 283 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui