Quando disobbedire è un dovere

In alcune circostanze disobbedire è la giusta condotta da mettere in atto: è grazie a questa scelta, infatti, che contribuiamo a ridurre le quote di ingiustizia presenti all’interno dei sistemi sociali a cui apparteniamo.

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Qualsiasi sistema sociale necessita, per sopravvivere, di regole e di individui che vi obbediscano. Il problema tuttavia nasce quando le persone, impigliate nelle maglie dell’obbedienza, non riescono più a contemplare il no, persino quando la figura autoritaria richiede di agire in modi che alla coscienza appaiono immorali. L’obbedienza, in questi casi, da condotta saggia quale tipicamente è, può trasformarsi in atto riprovevole, se non in crimine. Lo ha dimostrato la storia, ma anche numerosi studi di psicologia.

Famoso è quello realizzato da Stanley Milgram nel 1961 all’Università di Yale. I risultati della variante più conosciuta del suo esperimento misero in luce che il 65% dei partecipanti, seguendo gli ordini incalzanti del ricercatore, inflisse una lunga serie di scosse elettriche (finte, ma all’insaputa dei partecipanti) a un altro soggetto (in realtà un attore) allo scopo di testare gli effetti della punizione sull’apprendimento – così veniva presentato lo studio.

Senza addentrarci nelle questioni etiche sollevate dall’esperimento né nei sottili accorgimenti procedurali escogitati da Milgram per favorire l’obbedienza, ciò che vogliamo mettere in risalto è la facilità con cui le persone assecondano le richieste dell’autorità, persino se immorali. Crediamo opportuno rimarcarlo perché troppo ottimisticamente si confida in quel guizzo di umanità che in situazioni difficili orienta verso la decisione giusta, un’illusione, questa, che finisce col rendere ancora più probabile l’obbedire in maniera distruttiva.

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Questo articolo è di Philip Zimbardo, Piero Bocchiaro ed è presente nel numero 264 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto