Oltre sé stessi: i limiti del self-help

Avere la capacità di affrontare e sciogliere i problemi è il risultato di molti tentativi esperiti nel tempo e di una disposizione a migliorare le proprie risorse accettando anche gli occasionali fallimenti.

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Qualche anno fa negli Stati Uniti un uomo soffriva di una grave forma di fobia a volare. La particolarità di questa paura non risiedeva nel fatto di trovarsi a svariati mila piedi da terra senza alcuna possibilità di controllo, bensì nel timore di trovare una bomba nell’aereo e rendersene conto quando ormai sarebbe stato troppo tardi. Questo uomo, grande matematico ed esperto di statistica, decise di calcolare quante erano le reali probabilità di incontrare una bomba nel proprio aereo.

Per collezionare un numero considerevole di dati su cui ragionare, iniziò a chiamare le varie agenzie di viaggio dello Stato di New York, chiedendo quanti voli erano effettuati giornalmente e quante bombe erano state trovate negli ultimi anni. Durante l’ossessiva ricerca, il caso volle che un agente, a sua volta appassionato di statistica, avesse già fatto un calcolo simile. La possibilità di trovare una bomba sull’aereo era 1 su 100 000. Il matematico, avendo trovato un alleato, volle approfondire l’argomento e chiese quante probabilità ci sarebbero state di trovare due bombe contemporaneamente sullo stesso aereo. Dopo un po’ di calcoli il risultato fu di 1 su 100 milioni.

Soddisfatto della sua ricerca, l’uomo decise di comprare un volo da New York a Parigi. Il giorno del viaggio, durante la fase di check-in, fu immediatamente arrestato poiché aveva con sé un marchingegno esplosivo. Quando venne interrogato dalla polizia locale l’uomo disse che, per il bene dei passeggeri, aveva portato con sé una bomba che non avrebbe mai fatto esplodere, poiché così facendo avrebbe ridotto di gran lunga la possibilità di trovarne un’altra nel solito aereo.

 TIRARSI SU DAL PROPRIO CODINO 

Il bizzarro aneddoto introduce chiaramente un concetto di fondo già ben noto al filosofo John Locke, il quale affermava che in realtà noi riteniamo «folli coloro che, partendo da premesse sbagliate e usando una logica corretta e stringente, giungono a conclusioni erronee». Oggi, in linea con la moderna filosofia della scienza, diremo che ogni individuo costruisce la propria realtà sulla base di ciò che egli fa guidato dalla prospettiva che assume nella percezione della realtà con la quale interagisce.

Tale approccio, definito costruttivismo, sulla base della consapevolezza della impossibilità del raggiungimento di una verità definitiva, si indirizza verso il perfezionamento della nostra consapevolezza operativa, ossia della nostra capacità di gestire strategicamente la realtà che ci circonda. Questa, peraltro, non è una conoscenza del tutto moderna: già l’antico filosofo Epitteto affermava che «non sono le cose in sé che ci preoccupano, ma l’opinione che noi abbiamo di esse». Da questa prospettiva, i problemi e le difficoltà diventano delle costruzioni che ogni soggetto crea in prima persona e nelle quali rimane poi intrappolato. Una delle prospettive assunte nell’attuale periodo storico, in special modo dalle nuove generazioni, è pensare che i risultati arrivino senza impegno e che il successo sia determinato in gran parte dalla fortuna. Una visione così della realtà innesca esiti nefasti nelle persone, tanto che il desiderio di migliorarsi, di accettare i propri limiti e di lavorare per superarli è diventato per i più un miraggio dall’insipido sapore “new age”.

Purtroppo la strada verso una vera autoefficacia coincide esattamente con il contrario. Sviluppare la capacità di fronteggiare i problemi, trovare strategie alternative e riuscire a risolverli in tempi brevi sono doti che non vengono da sé, bensì richiedono sforzo e dedizione. Anche se al giorno d’oggi l’asticella delle prestazioni personali si è alzata, ciò che permette al singolo individuo di raggiungere risultati eccezionali e di compiere performance straordinarie rimane ancora un percorso in cui il talento si sposa con l’esercizio e la dedizione, a loro volta sostenuti dal sacrificio, da una forte motivazione e dall’accettazione del rischio del fallimento.

Se, da una parte, è vero che gli uomini possono riu­scire a risolvere i propri problemi attraverso un processo di self-help, come il barone di Münchausen che, dopo essere rimasto intrappolato in una palude, riuscì – come rievoca in maniera esemplare Paul Watzla­wick – a uscirvi tirandosi su per il proprio codino con la mano destra e tenendo stretto fra le gambe il cavallo, è vero anche che l’uomo può evitare di costruire la palude nella quale può cadere, o al contrario può affondarci totalmente.

In altri termini, ci sono molti gradi di difficoltà e problematicità, fino ad arrivare alla patologia; ciò che fa la differenza è il livello nel quale il soggetto si trova, ed è evidente che quando il livello di disagio è elevato la possibilità di auto-aiutarsi è decisamente improbabile, ma quando il livello di difficoltà patogena non è giunto a costituire una rigida modalità percettivo-reattiva il ricorso a tecniche e strategie di self-help diventa non solo auspicabile ma pure necessario.

Il mito che tuttavia dobbiamo sfatare è quello di vedere il self-help come la panacea per tutti i mali. Basta aprire una qualsiasi pagina web per ritrovarsi inondati da corsi di formazione sulla crescita personale, sull’acquisizione di tecniche di auto-aiuto da impiegare in qualsiasi contesto, così come, ancor peggio, trovare proposte formative con la promessa di diventare dei professionisti nella relazione di aiuto in un fine settimana. Come già detto sopra, possedere la capacità di fronteggiare e risolvere i problemi è il risultato di un percorso faticoso pavimentato di insuccessi, tentativi nuovi e costanti, e abilità allenate. La saggezza ellenica ci insegna appunto che «niente viene con niente», ma ci rammenta anche che «è sconfitto solo chi si arrende».

 LE CARATTERISTICHE DI CHI È DOTATO NEL SELF-HELP 

Quali sono, quindi, le caratteristiche di coloro che hanno grandi capacità di self-help?

Flessibilità e adattabilità. L’antica saggezza cinese del Taoismo indica, da millenni, sulla base dell’at­tenta osservazione dei fenomeni naturali, come il flessibile vinca sul rigido e il morbido sul duro e prende a modello l’acqua che vince su tutto perché si conforma ad ogni cosa. Difatti, essa è l’unico elemento che in natura è capace di cambiare il suo stato adattandosi alle circostanze: si fa dura ghiacciandosi, si rende gassosa evaporando oppure fluida scorrendo.Non è un caso, pertanto, che la flessibilità e la capacità di adattarsi siano due prerogative della persona che voglia migliorarsi continuamente senza rimanere intrappolata nelle proprie rigide convinzioni e credenze.Infatti, come in natura è fragile tutto ciò che diventa rigido, anche la persona che si indurisce in una delle sue caratteristiche si indebolisce.

Sviluppare una resilienza determinata. Le caratteristiche della “resilienza” e della “determinazione” sono due componenti essenziali del soggetto in grado di affrontare i problemi e di spingersi costantemente oltre i risultati già raggiunti. Queste caratteristiche si esprimono nella sua capacità di resistere agli urti della vita e alle frustrazioni personali e professionali che inesorabilmente incontrerà nel suo percorso, il quale tanto più sarà elevato tanto più lo esporrà a ostacoli da superare e disagi da affrontare. Seneca, del resto, ci insegna che «le vette, per loro natura, attirano i fulmini».

Tutto ciò può essere gestito con successo solo se si è in grado di non farsi abbattere dalle difficoltà e travolgere dalle sofferenze, bensì di nutrirsi di ciò per fortificarsi. La resilienza, come prerogativa umana, non è un caso che sia divenuta uno dei fattori personali e sociali più studiati degli ultimi decenni, giacché si è evidenziato come sia “la differenza a fare la differenza” tra le persone normali e quelle che nella vita raggiungono esiti più elevati.

Propensione al miglioramento. Mahatma Gandhi una volta affermò che «un pianeta migliore è un sogno che inizia a realizzarsi quando ognuno di noi decide di migliorare sé stesso». La differenza tra l’uomo che soccombe ai propri problemi e colui che li affronta risolvendoli è che il primo, davanti a un successo, si ferma, mentre il secondo pensa a come può fare ancora meglio. Einstein ricorre a una stupenda analogia per spiegare questo semplice quanto fondamentale concetto: l’uomo comune, quando trova un ago nel pagliaio, si ferma soddisfatto; l’uomo che vuole migliorare sempre di più, continua a cercare per verificare se di aghi ce ne sono altri. Questa motivazione, come le altre caratteristiche illustrate finora, non è un dono, ma di nuovo una conquista frutto di un lavoro su sé stessi, dapprima sotto la guida di uno o più maestri, fino a quando non si scopre il maestro dentro di noi.

Addentrandoci nei processi di self-help, ci preme sottolineare che ogni problema è un mondo a sé con caratteristiche peculiari e determinate. Padroneggiare alcune tecniche di problem-solving non vuol dire avere la capacità di sbrogliare qualsiasi situazione, e tantomeno trattare qualsiasi problema allo stesso modo. Al contrario, ogni volta che ci apprestiamo a tentare di risolvere un problema dovremmo per prima cosa analizzare molto bene le caratteristiche del problema stesso. Qualsiasi processo di self-help senza aver compreso a priori la situazione che dev’essere risolta sarà fallimentare.

 ANALIZZARE UN PROBLEMA 

Come analizzare, dunque, un problema?

Il primo passo da fare è valutare tutti i soggetti coinvolti in esso e individuare il loro rispettivo ruolo all’interno della situazione. Ponendoci la semplice domanda «Chi è coinvolto?», riusciamo ad aprire la nostra analisi a una visione sistemica poiché andremo a contemplare i soggetti facenti parte del problema e il loro agire.

In seconda battuta dovrà essere valutato il fattore tempo, ossia quando il problema si presenta. Chiedersi quando accade ci permette di individuare con maggior precisione quali sono i momenti durante la giornata o la settimana in cui il problema si presenta e di iniziare così a ridurre gli scenari che dovranno essere presi in esame.

Successivamente valuteremo il fattore spazio: in tal senso ci dovremo chiedere dove avviene il problema. Individuare se un problema accade in luogo specifico anziché in un altro ci aiuterà a calibrare le tecniche di self-help quando siamo in procinto di raggiungere quel determinato luogo, oltre a contestualizzare con maggior precisione il problema stesso.

Infine dovremmo analizzare come si esprime quest’ul­timo, cioè quali sono le forme di comunicazione e relazione che instauriamo con noi stessi, gli altri e il mondo nel momento in cui sentiamo di avere il problema.

Se effettueremo bene tutte le analisi precedenti, rimarremmo sopresi nello scoprire come il più delle volte il vero problema sia un altro rispetto a quello che pensavamo all’inizio. Va da sé che se riusciamo a inquadrare quale sia concretamente il problema, potremo scegliere in modo più accurato le tecniche in nostro possesso per risolverlo. Non è un caso che anche a livello clinico la maggior parte dei fallimenti terapeutici non sia dovuta alla procedura tecnica di risoluzione, bensì all’errore di inquadramento del problema. Ricordando ancora Seneca: «Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare».

Una volta che abbiamo compiuto l’analisi del problema, la prima manovra di self-help strategico da mettere in atto è quella di osservare e rilevare quelli che sono stati i nostri tentativi di soluzione del problema ripetuti nel tempo. Con ciò si vuole indicare tutta quella serie di modalità ridondanti di porsi e di reagire che ognuno di noi può facilmente ricavare dalla valutazione di come ha cercato di affrontare i problemi fino ad allora incontrati nel suo cammino. Ovviamente, si devono rilevare sia le nostre tentate soluzioni che hanno funzionato sia quelle che non hanno funzionato, ma soprattutto quali sono le tendenze ad agire che si sono ripetute.

 OLTRE LE SOLITE STRATEGIE 

Potrà sembrare un’affermazione troppo forte, ma, come la psicologia che studia i nostri procedimenti di problem-solving pone in risalto, la nostra mente tende a costruire copioni di strategie che si ripetono anche nei confronti di problemi diversi. Come ha dimostrato nei suoi studi sperimentali Henri Laborit, il cervello umano costruisce circuiti sinaptici relativi a copioni di reazione comportamentale specifica nei confronti di determinate situazioni che l’organismo ha in precedenza incontrato più volte. Tali circuiti fanno sì che, una volta di fronte a situazioni del medesimo tipo o simili, le reazioni scattino spontanea­mente al di là dei ragionamenti e delle strutture cognitive.

Tutto ciò rende chiaro come ognuno di noi senza troppa difficoltà possa ravvisare le proprie tendenze a utilizzare in modo ridondante le solite strategie di soluzione. Il primo passo strategico da fare con sé stessi, pertanto, è acquisire la consapevolezza delle proprie “tentate soluzioni” usuali.

Una volta individuate le proprie tentate soluzioni, il passo successivo è quello di prendere sotto esame una delle situazioni problematiche e cercare di trovare, oltre a quella che ci viene spontaneamente in testa, altre 5 possibili strategie di soluzione. Per riuscire in questa impresa il suggerimento più efficace è quello di chiedersi, nel momento in cui non ci vengono più idee alternative, come vedrebbe quella situazione e come vi reagirebbe un’altra persona di nostra conoscenza, cercando, durante l’indagine, di metterci nei suoi panni. Questo semplice stratagemma il più delle volte sblocca la nostra capacità di creare alternative.

Una volta individuate almeno 5 possibilità di strategia, dovremo cominciare con l’applicare la prima e rilevarne gli effetti. Se, entro un tempo breve, essa non produce effetti o ne produce di indesiderati, bisogna sostituirla con la seconda possibilità e procedere nello stesso modo fino a quando non troviamo la strategia più funzionale.

Questo apparentemente semplice, ma in realtà laborioso gioco mentale, salvaguarda dalla trappola dell’irrigidimento su di una sola strategia. La procedura rende inoltre più flessibile e creativa la nostra immaginazione. La vera capacità di self-help non risiede, come abbiamo visto fin qui, nella capacità di padroneggiare tecniche specifiche che sicuramente possano aiutare in un determinato momento, quanto nello sviluppare con un impegno costante una mentalità tale per cui possiamo vedere i problemi da più punti di vista fino a trovare la modalità più funzionale di affrontarli.

Ci piacerebbe concludere facendo appunto osservare le situazioni problematiche sotto un’altra luce. Solitamente i problemi sono vissuti in maniera negativa e per molti diventano il demone da dover esorcizzare nella propria vita. In realtà dovremmo ringraziare i problemi che abbiamo avuto e anche quelli che stiamo affrontando, dato che è grazie agli insuccessi che possiamo sviluppare la resilienza, è grazie alle difficoltà che possiamo spingere la nostra mente alla ricerca di soluzioni geniali, destando dal torpore la nostra intelligenza, ed è sempre grazie ai problemi che possiamo sviluppare quei talenti e quelle caratteristiche che ci permetteranno di avere successo nella vita.

Di nuovo con le parole di Albert Einstein: «Un giorno le macchine riusciranno a risolvere tutti i problemi, ma mai nessuna di esse potrà porne uno. Quello sarà il loro più grande limite».

 

Giorgio Nardone, fondatore, insieme a Paul Watzla­wick, del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, è internazionalmente riconosciuto sia per la sua creatività che per il suo rigore metodologico.

Stefano Bartoli è direttore operativo del Centro di Terapia Strategica e personal manager di Giorgio Nardone, con il quale ha scritto Oltre sé stessi. Scienza e arte della performance (Ponte alle Grazie, 2019).

Questo articolo è di Giorgio Nardone, Stefano Bartoli ed è presente nel numero 275 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto