La bilancia dell'amore

Le discussioni sull'omosessualità svelano spesso l'influenza di posizioni ideologiche mai completamente superate, non affrontando l'analisi delle potenzialità della coppia e della relazione amorosa. Ecco la risposta all'articolo di Fornaro

 

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Le coppie eterosessuali hanno lo stesso valore di quelle omosessuali? Ma certo! – rispondo di getto. Dopo un secondo mi assale un dubbio. Sulla domanda, non sulla risposta. Qualcuno si sta davvero chiedendo se ci sono persone, amori, relazioni che valgono meno di altre? Rispetto a cosa? Stiamo parlando di quotazioni in borsa? Non mi piacciono le graduatorie sul valore umano. Mi ricordano chi dice(va) che gli ebrei, i neri, le donne e, immancabili, gli omosessuali, valgono meno. Quando una cosa vale meno, si butta via più facilmente, si tratta con meno cura. In effetti, è sempre andata così. E proprio ora che forse va un po’ meglio, qualcuno torna a mettere i puntini sulle “i”: «pari dignità, ma minor valore».

Indegne e senza valore di cittadinanza erano le coppie interraziali nell’America degli anni ’50, alle quali per legge era impedito di sposarsi. Indegne le persone omosessuali nella Russia di Putin (e in Uganda, in Iran, ecc.: è lungo il triste elenco), ma anche contrarie «ai valori del nostro popolo» le leggi dell’Occidente che le incoraggiano e proteggono. Dunque prive di valore le parole di Barack Obama? «Ritengo che le coppie dello stesso sesso debbano potersi sposare. [...] Ero restio a usare il termine matrimonio perché evoca tradizioni molto forti e radicate. E pensavo che le leggi sulle unioni civili per conferire i diritti alle coppie gay e lesbiche potevano essere una soluzione. Ma nel corso degli anni ne ho parlato con amici e familiari. Ho pensato ai membri del mio staff che hanno relazioni di lunga durata con persone dello stesso sesso e che stanno crescendo dei bambini insieme. [...] Mi sono reso conto che, a causa dell’ineguaglianza nel diritto al matrimonio, le coppie dello stesso sesso che si amano non sono considerate, ai loro occhi e a quelli dei loro figli, cittadini a tutti gli effetti. [...] Credo che, davanti alla legge, tutti gli americani dovrebbero essere trattati allo stesso modo». 

LA GENERATIVITÀ COME FINE?

Una scala di valori richiede parametri. Chi li stabilisce? Dal vocabolario online www.treccani.it/vocabolario: «valére, dal latino valēre, essere forte, sano; essere capace; signi- ficare: 1. a. Avere forza, potenza, auto- rità e prestigio. [...] b. Essere valoroso, capace. [...] c. Avere un alto livello di competenza, di capacità e abilità (nella propria professione, nel proprio mestiere, o in altro determinato campo). [...] d. Avere forza ed efficacia legale o logica. [...] e. Essere valido, vero. [...] f. Avere efficacia in rapporto al raggiungimento di un fine. g. Nello sport e in vari giochi, avere effetto, contare per la vincita o la perdita, essere conforme alle regole [...] 2. a. Avere valore intrinseco, avere pregio. [...] b. Avere un determinato prezzo [...]» e così via.

Rileggo le definizioni senza trovarne una specifica per la coppia omosessuale. Forse una fa al caso nostro: «avere efficacia in rapporto al raggiungimento di un fine». Non è questa la tesi di Mauro Fornaro? Se il fine è la riproduzione, la coppia etero ha più efficacia, e dunque vale più di quella omo. La coppia omosessuale sarebbe il luogo della mancanza, dove non si sviluppa «la medesima completezza relazionale di una coppia eterosessuale riuscita», «manca l’integrazione come complementarità delle diversità corporee», «manca l’apertura alla generatività biologica». Questa della mancanza, del resto, è un’antica fissazione psicoanalitica. Anche alle donne era attribuita una mancanza anatomica che generava la ben nota invidia.

Azzardato il concetto-immagine di «complementarità anatomica», e ancor più se impiegato come parametro per stabilire il valore di una coppia e la sua riuscita. Affermazione priva di riscontri non solo nella ricerca scientifica, ma anche nel buon senso. Basta essere «anatomicamente complementari» (traduco: eterosessuali) per essere coppie riuscite? Non sarebbe più calzante fare riferimento alla reciprocità affettiva, alla capacità d’amare, di capire e rispondere ai bisogni del partner e, se vi sono figli, di crescerli e accudirli, fisicamente e psicologicamente? Inoltre: davvero la procreazione è un parametro che consente di stabilire il valore di una coppia? Dunque una coppia che ha messo al mondo dieci bimbi avrebbe più valore di una coppia che ne ha solo uno o, peggio, che non ne ha affatto. Limitare al concepimento il contributo di una coppia alla comunità mi sembra, nel migliore dei casi, un approccio naïf che trascura la ricchezza, le potenzialità e la bellezza dei molti modi in cui gli esseri umani possono incontrarsi. È relegare l'esperienza umana alla mera biologia e a un evoluzionismo fine a se stesso. A furia di denunciare l'“iperculturalismo” si finisce per cadere nell' iperbiologismo.

E poi, se il fine di una coppia fosse la riproduzione, la bilancia psico-filosofica di Fornaro sarebbe più precisa se soppesasse le differenze tra coppie sterili e coppie feconde, e non tra coppie omo e coppie etero. Fino a sostenere che una coppia di genitori adottivi varrebbe meno di una coppia di genitori fecondi. È così? Le persone sterili o che scelgono di non avere figli valgono meno di quelle feconde e prolifiche? Goebbels aveva sei figli e Proust non si è riprodotto. Goebbels vale di più?

ESISTE UN GENITORE IDEALE?

Misurare il valore di una coppia a partire dalla generatività mi sembra tra l’altro un modo per sminuire lo stesso concetto di genitorialità. Non è anche l’inizio di una vita e, si spera, di un progetto? Una volta nato, il bambino dev’essere accudito, amato e cresciuto dai genitori che possono essere, ma possono anche non essere, quelli biologici. Anteporre l’importanza della generatività a quella della genitorialità mi sembra un modo di “declassare” non solo le coppie omosessuali, ma anche quelle eterosessuali che scelgono l’adozione.

Anni fa ho ritagliato una lettera spedita a un giornale. La riporto brevemente: «Io non sono omosessuale... ma ahimè sono sterile biologicamente. Questo non impedisce a mia moglie e a me di considerarci coppia da più di dieci anni, e di considerarci a tutti gli effetti genitori della nostra splendida figlia adottiva. Altre migliaia di famiglie adottive si considerano coppie, genitori e famiglie pur senza aver avuto quello che dai pulpiti delle chiese che frequento viene definito “il bene della procreazione”. Il mio timore è che questi inni alla famiglia come istituzione naturale portino a svalutare il significato degli affetti che legano famiglie come la nostra, che non si fondano sui vincoli di sangue, ma su legami di accoglienza reciproca resi più stabili grazie a un riconoscimento giuridico...».

Si può diventare genitori in molti modi. E se la sessualità non sempre coincide con la procreazione, non sempre il concepimento coincide con la genitorialità. E soprattutto la coppia generativa eterosessuale non sempre coincide con la riuscita (che potrebbe coincidere, piuttosto, con la bontà delle relazioni all’interno della famiglia). Qual è il “vero genitore”? Quello che mette a disposizione la propria biologia o quello che cresce il figlio fornendogli cure e sicurezza? Non sempre le due opzioni coincidono: ci sono genitori biologici incapaci di fornire cure e sicurezza e genitori non biologici (o coppie di genitori di cui uno solo è biologico) che ne sono capaci. D’altra parte, anche le persone gay e lesbiche possono essere genitori e, attraverso l’inseminazione artificiale (pratica a cui ricorrono anche molte coppie eterosessuali), possono generarli.

Purtroppo nell’opinione comune il tema della genitorialità omosessuale è di solito affidato a posizioni ideologiche o viscerali. Ma assumere posizioni prive di sostegno empirico finisce per essere dannoso per gli stessi bambini, implicitamente guardati come “figli di un dio minore”. Per ragioni di spazio non mi posso dilungare sulle moltissime ricerche in tema di omogenitorialità, ma consiglio la lettura dell’eccellente numero monografico curato da Anna Maria Speranza per la rivista "Infanzia e adolescenza" (2013).

NON SOLO UNA FAMIGLIA "TRADIZIONALE"

Se si accetta di non considerare unica e immodificabile la famiglia “tradizionale” (che non significa né “storica” né “naturale”) bisogna accettare l’esistenza delle sue diverse forme. Senza nulla togliere alla famiglia edipica “tradizionale”, condivido quanto più volte affermato dall’American Psychoanalytic Association (2002/2012) secondo cui l’«interesse del bambino è sviluppare un attaccamento verso genitori coinvolti, competenti e capaci di curei [...]», inoltre «la valutazione di queste qualità genitoriali dovrebbe essere determinata senza pregiudizi rispetto all’orientamento sessuale». Lo stesso affermano altre importanti associazioni scientifiche e professionali, dall’American Association of Pediatrics all’Associazione Italiana di Psicologia: «adulti coscienziosi e capaci di fornire cure, siano essi uomini o donne, etero o omosessuali possono essere ottimi genitori». Per essere buoni genitori non basta essere eterosessuali, così come essere omosessuali non significa essere cattivi genitori. «Ben vengano – scrive Antonino Ferro (2013), presidente della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) – bambini di coppie che si amano e che siano capaci di buoni accoppiamenti mentali. Non sarà il sesso biologico dell’uno o dell’altro ad aver più peso ma le attitudini mentali dell’uno e dell’altro. I figli li faccia chi ha voglia di accudirli con amore».

Un figlio può essere concepito senza essere pensato, cercato a tutti i costi, o arrivare grazie ad una delle tante possibilità comprese tra questi due estremi. Ogni concepimento, nascita, adozione ha una sua storia da raccontare, più o meno consapevole, più o meno fortunata. È vero che la pianificazione accurata di una maternità o di una paternità può rivelare «un desiderio narcisistico, l’aspirazione a una completezza autarchica che trasforma il figlio in un complemento di sé» come giustamente osserva lo psicoanalista Thanopulos. Ma ben sappiamo che la ricerca narcisistica del figlio, e la negazione della sua alterità, può riguardare ogni genitore, come tante volte rileviamo nel lavoro clinico con famiglie “normali”.

L'INTEGRAZIONE DELLE DIFFERENZE

Fornaro è molto preoccupato dalla specularità narcisistica fisica e psichica dei componenti la coppia omosessuale. Questa sarebbe la base della sua inferiorità. Kohut, grande studioso del narcisismo, ci ricorda che esistono relazioni eterosessuali fortemente narcisistiche e relazioni omosessuali mature in cui il partner è riconosciuto e amato come soggetto separato e autonomo. E poiché cita Chodorow, consiglierei la lettura di Femminile, maschile, sessuale: Sigmund Freud e oltre (1994). Molti sono i modi in cui i partner di una coppia possono arricchirsi reciprocamente e arricchire chi sta loro intorno. Se un valore è l’integrazione delle differenze, credo che ribadire ruoli rigidi e prestabiliti, spesso figli di stereotipi crudeli ancorati al pregiudizio e all’“anatomia come desti- no”, non renda giustizia alle tante potenzialità della coppia e della relazione amorosa. È alquanto riduttivo appiattire le differenze psichiche individuali alle differenze anatomiche e/o ai ruoli di genere. Fornaro pensa che le dinamiche delle coppie omosessuali siano molto diverse da quelle delle coppie eterosessuali. Non è così, e tante ricerche lo dimostrano. La maturità e il livello di differenziazione di una relazione amorosa dipendono sostanzialmente dalle caratteristiche di personalità dei partner, non dal loro orientamento sessuale. La varietà di “giochi”, come li chiama Fornaro, che possono verificarsi in una coppia sono infiniti e, in un continuum relazionale che va dal normale al patologico, riguardano etero e omosessuali. Attenzione a trattare maschile/femminile, razionale/irrazionale, attivo/passivo, culturale/naturale, ecc. come categorie in opposizione. La schematizzazione binaria finisce per produrre le sue derive: attivo è meglio di passivo, maschio è meglio di femmina, alto è meglio di basso, bianco è meglio di nero, etero è meglio di omo, ecc.

I PREGIUDIZI DELLA PSICOANALISI

Se si vuole parlare scientificamente di omosessualità, il primo passo da compiere è quello di mettere da parte i pregiudizi che sono cattivi consiglieri. La stessa psicoanalisi ne è stata vittima per decenni. Non è vero, infatti, come afferma Fornaro, che «è certo merito della tradizione psicoanalitica aver evidenziato [...] che l’omosessualità non è una patologia». Poco dopo si contraddice: «nella stessa tradizione psicoanalitica l’omosessualità è per lo più ritenuta una forma di relazione immatura, risultando da uno sviluppo incompleto». Si decida: se l’omosessualità non è una patologia, non si vede perché le relazioni tra persone omosessuali dovrebbero essere patologiche. Se invece l’omosessualità è una patologia, lo dica apertamente.

Del resto, in passato, oggi sempre meno, molti psicoanalisti l’hanno considerata tale, e proprio sostenendo affermazioni come quelle avanzate da Fornaro, quando, risvegliando vecchie teorie, descrive la persona omosessuale con queste parole: «identico sul piano del sesso biologico, ma spesso pure sul piano psicologico, se prevalgono le componenti narcisistiche, rilevabili specie nella coppia omosessuale, per cui nell’altro si ama il simile a sé». Incoerenza tra orientamento sessuale e appartenenza di genere e personalità narcisistica sono purtroppo i vetusti pregiudizi psicoanalitici di Rado, Bieber, Ovesey e Socarides che, esasperando la lettura freudiana dell’omosessualità come condizione difensiva e arresto/inibizione dello sviluppo psicosessuale, forniscono le basi teoriche per le terapie riparative.

Kernberg ci ricorda che «lo studio dell’omosessualità è un classico esempio dell’impatto deleterio che l’ideologia ha avuto sulla ricerca accademica». Attualmente, non solo la psicoanalisi, ma tutte le discipline che hanno a che fare con la salute mentale considerano gli omosessuali al pari degli eterosessuali: gli uni come gli altri possono essere sani o affetti da nevrosi, psicosi o altre psicopatologie. Idem per la coppia: esistono relazioni mature tanto nelle coppie eterosessuali quanto in quelle omosessuali, e relazioni più o meno patologiche tanto nelle prime quanto nella seconde. Non sempre l’omofobia si manifesta in modo esplicito. In modo più sottile, a volte si veste da “eterofilia”. La quale riconosce dignità alle persone omosessuali, ma continua a pensare che l’eterosessualità sia migliore dell’omosessualità. Come osserva la filosofa Martha Nussbaum, spesso il disgusto annienta l’umanità.

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Questo testo è tratto dall'articolo di Vittorio Lingiardi
presente nel numero 244 della rivista.
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