Coppie omosessuali e coppie eterosessuali

Pari dignità sì, ma pari valore?

Sulla delicata e attualissima tematica della parità tra coppie etero e omosessuali ecco due autorevoli e significativi contributi che ben evidenziano le differenti tesi all'interno della discussione in corso.

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La tesi dell’omosessualità come mera “variante normale della sessualità umana”, sulla quale s’è accesa una viva discussione anche per la questione del trattamento sul piano giuridico delle coppie gay, mi pare impugnabile nella misura in cui comporti una equiparazione in ogni senso tra la coppia omosessuale e quella eterosessuale. È certo merito della tradizione psicoanalitica aver evidenziato, in contrasto con la tesi dominante nei manuali di psichiatria fino alla metà del ’900, che l’omosessualità non è una patologia; inoltre, l’acquisizione psichica dell’identità sessuale e dell’orientamento sessuale non sono un dato scontato alla nascita, bensì il risultato di un processo che avviene nell’intreccio tra fattori biologici e fattori psicologico-ambientali, pertanto l'orientamento omosessuale è una virtualità nello sviluppo di ogni individuo.

La cura psicoanalitica o psicoterapica non deve mirare, di conseguenza, a correggere l’orientamento omosessuale, bensì deve mirare a cogliere e ad appoggiare in una prospettiva dinamica, cioè di maturazione psichica e di crescita relazionale, l’effettivo desiderio di fondo del soggetto, aiutandolo a superare resistenze e ostacoli che si frappongono alla realizzazione di tale desiderio. Sono gli stessi ostacoli che, di solito, hanno generato quel disagio psichico e sociale che ha portato il soggetto a ricorrere al terapeuta. L’obiettivo della cura insomma è che il soggetto diventi egosintonico e responsabile di fronte al suo effettivo desiderio (il che per altro vale per ogni itinerario terapeutico, al di là della questione dell’omosessualità).

L'INTEGRAZIONE AFFETTIVO-CORPOREA

Tuttavia, nella stessa tradizione psicoanalitica l’omosessualità è per lo più ritenuta una forma di relazione immatura, risultando da uno sviluppo incompleto: se tutti più o meno passiamo, nel corso dell’infanzia prima, e nella pubertà poi, per momenti di incerto orientamento sessuale, la grande maggioranza acquisisce durante l’adolescenza una definitiva identità e orientamento sessuali, coerenti con il proprio sesso biologico (quindi in senso statistico la variante omosessuale non è la norma, mentre è “normale” nel senso di “non patologico”). L’identità e l’orientamento sessuali così acquisiti, facendo sperimentare al soggetto la propria incompiutezza di essere ormai separato dall’altro sesso, lo portano a desiderare l’integrazione affettiva con il complementare somato-psichico, cioè la persona dell’altro sesso quale “parte” a sé mancante, e non già l’integrazione con il mero identico a sé (identico sul piano del sesso biologico, ma spesso pure sul piano psicologico, se prevalgono le componenti narcisistiche, rilevabili specie nella coppia omosessuale, per cui nell’altro si ama il simile a sé).

Da ciò consegue che, pur con il rispetto dovuto alla duratura integrazione affettiva che può realizzarsi in coppie omosessuali – e dunque ferma restando la dignità che ad esse va riconosciuta – non è corretto ritenere che in esse si sviluppi la medesima completezza relazionale di una coppia eterosessuale “riuscita”. In questa, infatti, ceteris paribus, l’integrazione affettivo-corporea è più completa, in quanto avviene tra soggetti effettivamente diversi e complementari. Nella coppia omosessuale, invece, manca l’integrazione come complementarità delle diversità corporee e come complementarità di ciò che delle diversità anatomo-fisiologiche si riflette nella psiche. Inoltre, obiettivamente manca nella coppia omosessuale in quanto tale l’apertura alla generatività biologica, la quale di certo non è tutto, specie laddove difetti la genitorialità psicologica, ma essa ha comunque la sua importanza (del resto la coppia omosessuale cui fosse consentita l’adozione di minori non può non avvalersi di coppie eterosessuali, oppure deve servirsi di surrogati quali la fecondazione eterologa di un membro della coppia, se lesbica, o di una donna estranea alla coppia, se gay). Pertanto restando nell’omo alla coppia manca, oltre alla fecondità biologica di coppia, l’apertura radicale, che è quella all’etero, data dall’incontro con l’altro sesso e le sue peculiari qualità biologiche e psichiche.

LE DIFFERENZE DI GENERE

Si potrà discutere su quanto le differenze anatomo-fisiologiche si riflettano sulle differenze psicologiche e comportamentali tra i due sessi, e quanto invece queste ultime siano solo il risultato di cultura ed educazione. Sta di fatto che le differenze, almeno fino al giorno d’oggi, sono evidenti, in ordine sia all’identità psico-sessuale, sia all’identità di genere. Differenze che maturano già nel rapporto madre bambino/a: un rapporto asimmetrico rispetto ai sessi, nella misura in cui la madre, vedendo nella bimba una persona identica a sé, tende di solito a favorire l’attitudine allo scambio e alle relazioni intime, nel bimbo, invece, vedendo un diverso che ha da differenziarsi da sé, tende a favorire l’attitudine alla separazione e all’indipendenza.

In ogni caso, quand’anche si negasse l’esistenza di un’essenza del femminile e un’essenza del maschile (ancora Jung si esprimeva in tal senso con le nozioni rispettivamente di “anima” e di “animus”, ma oggi prevale l’orientamento contrario), si rilevano però una serie di tratti e attitudini presenti più di frequente nel genere femminile e altri più frequenti nel genere maschile; tratti che dunque sono da ritenersi rispettivamente tipici di ciascun sesso. Il che non toglie che una donna possa avere taluni tratti psico-comportamentali ritenuti tipicamente maschili (spesso acquisiti per identificazione con aspetti della figura paterna), e viceversa per un uomo, senza che per ciò sia pregiudicata la sostanziale coerenza con il proprio sesso biologico in fatto di identità e di orientamento sessuali.

Nei singoli membri di una coppia omosessuale spesso si rileva una combinazione di tratti, di sensibilità maschili e femminili, senza che vi sia una netta o stabile prevalenza di un tipo di tratti rispetto all’altro, con il risultato che nel rapporto affettivo e sessuale tra i due può realizzarsi una certa complementarità di tratti eterogenei, a ruoli anche invertibili; il che comunque accade in una situazione di incoerenza con l’identità somatico-sessuale dei singoli (sovente uno dei due momentaneamente o continuativamente “fa la parte” dell’altro sesso). E la coerenza è preferibile all’incoerenza, per altro spesso fonte di conflitti intrapsichici prima ancora che sociali. (Certo la preferenza per la coerenza è un giudizio di valore, mentre l’analisi obiettiva si limita a rilevarne o meno la presenza). Altre volte, tra le variegate dinamiche affettive dell’omosessualità, prevale decisamente un’integrazione fra tratti di genere omogenei, come accade esemplarmente in quelle coppie lesbiche il cui “gioco” è come tra madre e figlia: una complementarità pure questa, se si vuole, ma con evidenti aspetti di immaturità e di assenza del simbolo maschile, almeno a livello conscio.

COMPLEMENTARITÀ COME INTEGRAZIONE

Del resto non pochi di quei tratti prevalenti in un genere piuttosto che nell’altro sono riconducibili alla nostra storia filogenetica. Si pensi alla maggiore attitudine femminile, in media, all’immedesimazione empatica nel piccolo e nel sofferente, alla maggiore abilità nelle operazioni manuali fini, ecc., alla maggiore intelligenza verbale; viceversa, alla maggiore attitudine maschile, in media, all’orientamento spaziale, alle abilità motorie, all’intelligenza logico-formale: in lunghe centinaia di migliaia di anni, nel corso delle quali le femmine occupavano il breve arco di vita in un susseguirsi di gravidanze e i maschi nella caccia-pesca e nella guerra, si sono selezionate nei due sessi le attitudini più favorevoli ai diversi ruoli. Anche le disposizioni filogenetiche possono mutare, ma non nei tempi brevi.

Se ricordo questi fatti non è certamente per relegare il singolo a predefiniti ruoli affettivi e sociali su una base biologica e filogenetica, sorda alla varietà di tratti omo- ed eterosessuali presenti in ciascuno, indifferente inoltre agli sviluppi culturali e di sensibilità cui abbiamo assistito nella storia dell’umanità; è invece per attestare ulteriormente la realtà delle differenze psichico-attitudinali tra i due generi, correlate alle differenti strutture anatomo-fisiologiche e ai differenti ruoli nella riproduzione. E quanto più significative sono le differenze, tanto più è giustificata l’integrazione come complementarità: insisterei sul pregio della complementarità bio-psichica a tutto campo delle differenze, in quanto, ripeto, essa porta a una forma di integrazione possibile tra due esseri umani di sesso diverso, che si presenta – obiettivamente parlando – più promettente, cioè dotata di più potenzialità a parità di altre condizioni, che non l’integrazione tra due esseri dello stesso sesso.

Quest’altra forma affettiva – soggettivamente parlando – è pur sempre un bene per i singoli implicati e dunque un valore da salvaguardare anche sul piano sociale e giuridico, ma oggettivamente non si può dire che sia il meglio, con tutto il rispetto per chi sente di non poter realizzare la propria integrazione affettiva se non con l’omo. (Certo si può impugnare l’idea che esistano valori oggettivi al di là delle preferenze soggettive, ma così si entra in una questione trattabile in sede diversa da quella della psicologia). 

IPERCULTURALISMO

A monte della discutibile equiparazione psicologica e valoriale del rapporto omo con quello eterosessuale è spesso rilevabile l’errore ideologico di ritenere mero effetto dell’educazione e della cultura le differenze psico-comportamentali tra individui di sesso diverso: l’identità di genere non sarebbe che un carattere acquisito, un’imitazione di cui manca l’originale. Pertanto ai fini della determinazione delle differenze tra i singoli individui sarebbe irrilevante l’oggettiva appartenenza biologica a un dato sesso. È vero, al contrario, che la corporeità sessuata con i suoi dinamismi fisiologici, bio-chimici e con le correlate sensazioni e fantasmatiche, seppur non determina rigidamente le attitudini psico-comportamentali, tuttavia le orienta: non solo “abbiamo” un corpo, che psiche e cultura interpretano, plasmano e utilizzano, ma “siamo” anche un corpo, il quale precede, condiziona e pure delimita l’attività psichica e simbolica, nella specie come nel singolo.

Il difetto invece di una posizione “iperculturalista”, quale quella sopra accennata, mentre chiude unilateralmente la dialettica tra l’avere e l’essere un corpo a favore del mero averlo, finisce con il risuscitare il dualismo tra l’ordine biologico-naturale e l’ordine psicologico-culturale. Il che accade nella misura in cui il primo è ritenuto indifferente alle determinazioni del secondo, o, peggio, nella misura in cui il secondo è ritenuto riassorbire in sé le stesse determinazioni somatiche: il corpo sessuato nelle relazioni sociali non sarebbe che mero effetto di linguaggio, secondo la posizione estrema della Butler. Curiosamente, per questa via che dissolve di fatto le nozioni di identità e differenza di genere, riducendole a contingenti effetti di cultura e di linguaggio, da una parte è favorita l’identità cosiddetta “queer” (che rifiuta ogni idea di stabili identità e polarità maschile/femminile, omo/eterosessuale, comunque le si intenda). Dall’altra parte, come chiudendo un ciclo, si torna a prima dei fecondi gender studies (“studi di genere”, una conquista del pensiero femminile a partire dagli anni Settanta), riabilitando quell’indifferenza per le specificità di genere propria del passato, che poi di fatto significava uniformazione monocratica al genere maschile.

QUI la risposta di Vittorio Lingiardi all'articolo di Mauro Fornaro. 

Questo testo è tratto dall'articolo di Mauro Fornaro
presente nel numero 244 della rivista.
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