Aiutarsi a chiedere aiuto

Auto-aiutarsi è positivo finché riusciamo ad evitare che il disagio che ci attanaglia ci inibisca nella vita di tutti i giorni. Allora diventa necessario ricorrere al terapeuta.

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L’auto-aiuto, oggi anglisticamente ribattezzato “self-help”, è un argomento dibattuto sin dall’apparire delle prime forme di terapia psicologica, poiché, a un polo, ci sono coloro che lo ritengono impossibile e, all’altro polo, quelli che non solo vi credono, ma che addirittura lo auspicano. La psicoanalisi più ortodossa rifiuta categoricamente questa possibilità, benché Freud prima e Jung poi abbiano praticato l’auto-analisi.
Paul Watzlawick, da postazioni decisamente alternative a quelle psicoanalitiche, assume la stessa posizione riguardo alle possibilità di un’auto-terapia. La psicologia umanistica, all’opposto, propone nella sua versione più vicina alla Beat generation e alla New age numerose versioni di pratiche fra l’esoterico, il naturista e lo spirituale come forme liberatorie di self-help. Da non dimenticare la versione “techno-parasessuale” di Wilhelm Reich, il quale anticipò addirittura i tempi con il suo accumulatore di orgone universale: una sorta di cabina, simile a quelle telefoniche del tempo, ove il soggetto doveva stare per un certo tempo, attraendo su di sé questa energia. Da ricordare che Reich finì i suoi anni negli Stati Uniti in carcere per truffa proprio a causa della commercializzazione di tale attrezzatura “terapeutica”. (CONTINUA...)

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Aiutarsi a chiedere aiuto

Questo articolo è di Giorgio Nardone ed è presente nel numero 275 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto