Paola A. Sacchetti

Squid Game: da fenomeno di costume a gioco deleterio?

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In questi giorni è esploso il caso della serie tv sudcoreana Squid Game.

Diventata in brevissimo tempo virale, nella serie i protagonisti si trovano a partecipare a una gara in cui fare “giochi da bambini” per vincere un premio in denaro. I quasi 500 che accettano di partecipare si trovano chiusi in un luogo sconosciuto e giocano per sopravvivere, perché chi perde, muore. Niente di nuovo se pensiamo alla trilogia di Hunger Games o ad alcuni episodi di Black Mirror. Eppure questa serie sta spopolando, forse per le scenografie, i costumi delle guardie e le maschere… e ha creato una psicosi pericolosa: non si contano le notizie sui giornali e le segnalazioni di bambini e ragazzini che provano a emulare i giochi della serie. Insegnanti e genitori si trovano impreparati a gestire quest’ondata di comportamenti problematici, spaventati dall’aggressività agita senza consapevolezza e dagli esisti che potrebbe avere. La serie è vietata ai minori di 14 anni, ma sono proprio i più piccoli a emularne i giochi con i compagni, perché le scene cult si possono trovare ovunque online. E il caso è letteralmente esploso quando la Fondazione Carolina ha lanciato una petizione per censurare la serie, impedendone la visione a chiunque perciò, affermando che sia l’unico modo per proteggere i bambini vista la “sconfitta dei parental control e la crisi della genitorialità”.

Ne parliamo con il Dott. Francesco Boz.
 

Dott. Boz, davvero l’unico modo per proteggere i bambini è censurare Squid Game? E poi perché solo questa serie e non altre, quando in tv e online si trovano moltissimi altri prodotti ad alto tasso di violenza?

La proposta di censurare Squid Game dopo che la maggior parte di adulti e bambini ha già visto la serie mi sembra poco tempestiva. Inoltre, come suggerite, la violenza è ovunque. Per questo, il tentativo di bloccare l’accesso dei bambini a scene violente è impossibile.

Io sostengo che i genitori non possano delegare la difesa dei propri figli a qualcun altro. Devono essere loro con l’educazione e il buon esempio a stabilire i confini del lecito e fornire le chiavi interpretative del mondo. Anche del mondo violento, che siccome non può essere cancellato, va spiegato.

Questa petizione sembra più che altro sobillare la psicosi e incentivare le preoccupazioni, più che comprensibili, di famiglie e insegnanti. Che cosa ne pensa?

La petizione è una notizia. Ci saranno genitori che hanno scoperto così l’esistenza di Squid Game. Questo a mio avviso è un bene, perché ora sono più informati di prima sull’universo dei figli. Un genitore che tende a preoccuparsi molto, semplicemente, avrà un motivo in più per stare in ansia. Un altro, che vive il suo ruolo in modo più sereno, passerà oltre ignorandola. Tra questi due estremi ci sono tutte le sfumature. Riassumendo, la petizione informa tutti e preoccupa solo che si preoccupa già per carattere.

Perché i bambini si sono così appassionati ai giochi mortali proposti in questa serie? È il richiamo ad alcuni noti “giochi da bambini”, il fascino della trasgressione o il desiderio del “proibito”?

Penso che i motivi elencati siano validi per gli adulti. Quello che appassiona i bambini è la condivisione con i coetanei. Se nel cortile della scuola si parla o si gioca a Squid Game, ecco che si accende l’interesse anche dei bimbi che non l’hanno visto. In questo senso è perfettamente normale che un bambino giochi a Squid Game con gli amici anche senza sapere cos’è. E qui voglio dare uno spunto di riflessione a chi pensa che la censura risolva le cose.

L’emulazione è connaturata all’essere umano, così come il bisogno di omologazione e appartenenza, particolarmente durante l’età evolutiva. È importante evitare che questi processi, del tutto naturali, inneschino condotte pericolose, come in passato è avvenuto con certe challenge che hanno purtroppo portato alla morte di alcuni ragazzi.
Possiamo dare dei consigli alle famiglie per affrontare questo argomento con i propri figli? Parlare con loro della serie e della differenza che esiste tra finzione e realtà può essere un punto di partenza? Che cosa possono fare di “pratico” per frenare o interrompere l’emulazione di comportamenti pericolosi?

Il consiglio più onesto che posso dare alle famiglie è nutrire con costanza il rapporto con i figli. I genitori che si ricordano di esserlo solo quando c’è un’emergenza, non interpretano adeguatamente il loro ruolo e in questi casi sono disarmati. È impossibile intavolare un dialogo aperto su un argomento delicato, se nelle settimane precedenti i rapporti sono stati sporadici e superficiali. I genitori che hanno “fatto i compiti”, invece, non avranno bisogno di nessuno stratagemma per dire ai figli che devono stare attenti a non farsi male.

I bambini non vogliono essere bombardati di consigli, vogliono essere ascoltati. Solo così imparano a condividere le loro emozioni, le loro paure, i loro dubbi. E quando lo fanno, i genitori possono stare tranquilli.

Francesco Boz, dottore in Psicologia, autore televisivo e digital strategist. Ha fondato il sito psiche.org e insegna psicologia della comunicazione e teoria e tecniche dell’empowerment ai futuri psicoterapeuti.