Giorgia Kaplan

Ridere a crepapelle

Guidati dalla distinzione freudiana dei meccanismi della condensazione e dello spostamento, possiamo capire le implicazioni inconsce di quel salutare atto liberatorio che è la risata.

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Che cosa ci fa ridere? E come nascono storielle, battute, giochi di parole e situazioni comiche? Nel Motto di spirito (1905), un testo ricchissimo sull’arguzia, lo humour e il comico, Freud distingue le battute basate sul meccanismo mentale dello spostamento da quelle basate sulla condensazione, in cui è in gioco una particolare configurazione linguistica.

La condensazione, per Freud, è uno dei meccanismi che formano sia la battuta di spirito sia il sogno; vi si combinano diversi pensieri “latenti” nascosti o inconsci, di cui il soggetto non è consapevole. Celebre la storiella raccontata da Heine. Hirsch-Hyacinth, persona modesta che di mestiere fa il ricevitore del lotto, si vanta con gli amici di conoscere il ricco barone Rothschild e dice che costui lo ha trattato come un suo pari, «proprio con modi del tutto familionari». Il lavoro dell’arguzia, ciò che trasforma una frase banale in battuta spiritosa, osserva Freud, dipende dalla condensazione tra le parole familiare e milionario, cioè nella compressione che ha dato luogo a una parola mista – quella che in linguistica si chiama “sincrasi” –, come avviene con le formazioni miste del lavoro onirico. E che rivela il conflitto tra due forme di pensiero, per cui, da una parte, Hirsch-Hyacinth mostra la sua gratitudine al barone, dall’altra avverte il limite con cui un milionario può trattare un poveretto come lui, cioè la condiscendenza.

Invece, le storielle fondate sullo spostamento sono, per così dire, concettuali, non si basano su una caratteristica configurazione linguistica e si possono trasporre da una lingua all’altra. In questi casi si prende solo una parte del significato di una frase o di una parola. S’imbocca una “strada laterale” che può dare apparente senso logico a una frase o situazione assurde. Ecco una storiella basata sullo spostamento: Itzig l’artigliere, racconta Freud, è un ragazzo capace e intelligente, ma è chiaro che non è adatto al servizio militare. Uno dei suoi superiori, ben disposto verso di lui, lo prende da parte e gli dice: «Itzig, qui tu non fai per noi. Voglio darti un consiglio: comprati un cannone e mettiti per conto tuo». L’effetto esilarante è dato dal rovesciamento, per cui l’ufficiale si mette psicologicamente al posto di Itzig e avanza con finta serietà una proposta assurda.

«Come le taglio i capelli?», chiede il barbiere chiacchierone. «In silenzio», risponde il cliente. Questa battuta è antichissima, arriva dal mondo classico, ci ricorda Umberto Eco in Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida. Perché fa ridere? Perché c’inganna, creando un’attesa, se non una vera suspense, e poi ci fa vedere che ci eravamo sbagliati. È basata su un’ambiguità, o meglio su una duplicità di significato di tipo concettuale. È quel «come» che ci orienta in un certa direzione, a ben pensarci scontata. Poi scopriamo che la risposta scontata era sbagliata, e la verità o la soluzione dell’enigma sono da cercare nella direzione meno prevedibile.

Anche una battuta di due millenni posteriore ha le stesse caratteristiche: «Non rubare! Faresti concorrenza al governo» (adesivo sul paraurti di un’auto negli Stati Uniti, visto in una serie televisiva). In questo caso Freud direbbe che si tratta di una battuta “tendenziosa” che nasconde un’ingiuria, o meglio che dà il permesso di esprimere l’aggressività e il pensiero, non proprio da cittadini modello, che le tasse siano un furto legalizzato ai danni dei contribuenti. Perché produce piacere (eccetto, forse, in chi lavora per il fisco o per il governo)? Perché dà spazio a una tendenza repressa che vince su quella che sottostà alle norme dell’educazione e del conformismo sociale e morale.

È questo, per rimanere su Freud, il segreto di ciò che ci fa ridere, pur con tutte le differenze tra le diverse specie di motti e battute. Ridere è un piacere, e si produce piacere quando si libera una tendenza repressa, ossia quando si esprime una tendenza aggressiva o una pulsione che hanno che vedere con l’erotismo e il sesso.

E la comicità più semplice, quella meccanica che tutti conosciamo dai film in cui i personaggi compiono movimenti ripetitivi, come Charlie Chaplin in Tempi moderni? Alla catena di montaggio, incapace di fermarsi, intrappolato da movimenti sempre uguali, il nostro eroe finisce per usare la chiave inglese su tutto quello che gli capita davanti, anche il naso di un compagno di lavoro.

Riprendendo il filosofo Bergson, che per primo, nel saggio Il riso (1900), aveva osservato come osservare l’imitazione meccanica dei gesti sia una fonte ricchissima di piacere comico, Freud parla «dell’inflessione della vita in direzione della meccanica», ossia della «degradazione del vivente a inanimato» (Il motto di spirito, p. 186). Qui affiora il carattere non solo ambiguo, ma anche inquietante, del riso e del comico.

Le battute, le storie comiche propongono un enigma, e delle forme di ambiguità e duplicità. Appagano il bisogno umano di risolvere i problemi, di fronte all’enigma affettivo e cognitivo che la vita stessa propone. C’ingannano e poi mostrano la soluzione, che suscita ilarità perché è impensata. Resta un’ambiguità. Per lo più benigna, lieve. Vitale, anche nelle battute a sfondo erotico.

Ma c’è ben altra ambiguità, un’ambiguità sinistra. Quando il riso diventa follia. Nell’Odissea il riso dei Proci, il loro ridere prima di venire sterminati da Ulisse, è agghiacciante. Così come, nei libri e nella storia. L’ambiguità inquietante del riso è la chiave artistica di Yue Minjun (vedi foto sopra), artista cinese di fama planetaria. I suoi quadri e le sue statue rappresentano personaggi tutti uguali che ridono a crepapelle, con dentature che sembrano dentiere e facce dalla pelle di rosa acceso che sembrano di plastica. Anche in Execution (1995) i condannati a morte, in mutande, ridono forsennatamente davanti ai soldati del plotone di esecuzione, privi di armi ma terrificanti nei loro gesti e nella loro risata meccanica. Si tratta di “realismo cinico”, come si è detto? O di una satira feroce, perfettamente ambigua ma non per questo meno tagliente, in cui la serialità e l’artificialità dei personaggi sono l’atto di accusa verso una società che obbliga al conformismo totale? Ridono tutti, è il caso di dirlo, a crepapelle.

Questo articolo è di Giorgia Kaplan ed è presente nel numero 265 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui