Quarantena: un’epocale messa alla prova della realtà online

In questi mesi molti di noi sono costretti a un maggior uso della tecnologia, spesso chiamata a surrogare relazioni vis-à-vis resesi più complicate, se non impossibili. Proviamo a tracciare un primo bilancio del fenomeno.

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Il Coronavirus non è solo un’emergenza sanitaria globale. Per la nostra esperienza quotidiana è stato anche una significativa spinta al cambiamento, che ha trasformato in maniera radicale i nostri comportamenti individuali e sociali. In particolare, i due mesi dai primi di marzo ai primi di maggio hanno obbligato ciascuno di noi ad accettare l’isolamento sociale, a modificare i nostri comportamenti di acquisto, a cambiare il modo di lavorare e di vivere la scuola (si veda anche il mio articolo di rubrica in questo stesso numero), a gestire in modo diverso il tempo libero, e così via.

DALL’INTERREALTÀ ALLA REALTÀ DIGITALE

In tali cambiamenti un ruolo centrale l’ha avuto la tecnologia. È stato infatti grazie alla tecnologia che molti di questi cambiamenti sono stati possibili. Il risultato finale è stato il completamento di un processo iniziato una decina di anni fa con la diffusione dei social media: l’interrealtà. Quando a metà degli anni Novanta ho iniziato a studiare l’impatto delle nuove tecnologie sulla nostra esperienza quotidiana era normale contrapporre il “mondo reale”, quello delle persone in carne e ossa e delle relazioni faccia a faccia, al “mondo virtuale”, che includeva i mass-media e la prima fase di Internet. Ciò perché il mondo della comunicazione mediata e mass-mediale era nettamente separato dall’utente e dai suoi comportamenti. A cambiare questa situazione sono stati i social media. Infatti, all’interno dei social media i nostri comportamenti non solo sono immediatamente visibili, ma mettono sempre in relazione la nostra soggettività con gli altri utenti del social.

In altre parole, i social media hanno creato uno spazio sociale ibrido – l’inter-realtà, appunto – che ha generato uno scambio continuo di informazioni tra il mondo digitale e il mondo fisico, con un impatto diretto sui processi di costruzione della realtà sociale e della nostra identità sociale. Ne abbiamo parlato a lungo nei precedenti numeri della rivista.

Il Coronavirus ha portato all’estremo questo processo di trasformazione, perché per la prima volta nella storia umana le relazioni digitali hanno di fatto sostituito le interazioni fisiche: dall’interrealtà siamo passati alla realtà digitale. Infatti, in quarantena la maggior parte dei processi relazionali che caratterizzano la nostra abituale vita quotidiana – dal lavoro alla scuola, dall’acquisto di beni e servizi alle relazioni famigliari e amicali – poteva essere effettuata soltanto online. 

Il primo cambiamento immediatamente visibile generato dalla situazione è stato l’aumento significativo dell’utilizzo di tutti gli strumenti tecnologici. La ricerca “Digital 2020 April Global Statshot” (il testo completo è visibile qui: http://tiny.cc/f3nkoz) realizzata da Hootsuite/We Are Social ha fotografato chiaramente questa trasformazione: il 90% della popolazione ha guardato film online e l’84% ha utilizzato almeno un servizio di video-conferenza; l’80% ha giocato con videogiochi e il 74% ha comprato almeno un prodotto online. Inoltre, il 47% ha aumentato drasticamente l’uso dei social media, arrivando quasi a raddoppiare il tempo medio di utilizzo. 

Questi dati sottolineano come la quarantena sia stata di fatto un enorme esperimento sociale che ha reso per la prima volta visibili globalmente gli effetti di uno spostamento della dimensione relazionale nel mondo digitale. Dall’analisi di tali effetti possiamo trarre una prima conclusione: spostare le interazioni sociali sul mondo digitale è molto efficace funzionalmente, ma meno relazionalmente. 

COMUNITÀ E SOCIETÀ

Cerco di essere più chiaro. Il sociologo tedesco Ferdinand Tönnies ha distinto i gruppi sociali in due grandi categorie: comunità (Gemeinschaft) e società (Gesellschaft). A creare le comunità sono i legami forti: vincoli di sangue (famiglia e parentela), emozionali (amicizia) e di luogo (vicinato). Alla base della comunità abbiamo un rapporto reciproco sentito dai partecipanti e fondato su una convivenza durevole, intima ed esclusiva. Il risultato è un legame di comunità che rende i membri simili tra loro e crea un vincolo permanente. La società è invece basata su legami deboli: un insieme di soggetti che si incontrano per motivi occasionali o strumentali – per esempio, l’acquisto di beni, la fornitura di servizi – e si accordano per rispettare una serie di principi comuni. Per questo motivo le relazioni tra i soggetti non riguardano le diverse individualità, ma solamente le loro prestazioni.

I dati che abbiamo sugli effetti dell’utilizzo digitale durante il Coronavirus ci dicono che le interazioni digitali hanno permesso efficacemente di effettuare lo scambio di prodotti e servizi. Anche chi non aveva mai fatto prima acquisti online si è reso conto che usare il commercio elettronico può essere una buona alternativa all’acquisto in negozio e ricevere una ricetta elettronica dal proprio medico è sicuramente più pratico che andare a ritirarla nel suo studio. 

Tuttavia, le comunicazioni digitali non sono state altrettanto efficaci a sostenere le relazioni all’interno delle comunità. Quello che molti di noi hanno scoperto è che non basta usare smartphone e social e interagire quotidianamente con le persone a noi vicine per ricostruire il senso di comunità perduto. Pensiamo, per esempio, alle video-conferenze, che da qualche tempo sono diventate la quotidianità e attraverso le quali passa la maggior parte delle attività professionali e formative (vedi il paragrafo successivo). È indubbio che parlare con il proprio collega di lavoro su Zoom non sia la stessa cosa che chiacchierare con lui bevendo un caffè al bar. Lo stesso vale per la scuola. Vedere per due ore al giorno i propri compagni di classe su Teams non è la stessa cosa che essere insieme tra i banchi della classe. E questo sta generando un diffuso senso di disagio psicologico, in particolare tra i più giovani e più fragili, che richiederà tempo ed energie per essere superato. Cerchiamo di capire perché.

DALLA VIDEO-CONFERENZA ALLA REALTÀ VIRTUALE CONDIVISA

Nonostante software come Zoom, Teams e Meet siano entrati a far parte della nostra vita quotidiana, una delle principali limitazioni delle video-conferenze è che non sono luoghi digitali e non attivano i neuroni spaziali. Questa limitazione non è però vera per gli strumenti di realtà virtuale condivisa. Lo studio «How virtual reality facilitates social connection», realizzato da Facebook IQ (disponibile qui: http://tiny.cc/iogioz), ha infatti confrontato gli effetti cognitivi ed emotivi di una conversazione sociale in realtà virtuale con una faccia a faccia, utilizzando i segnali EEG prodotti dal cervello. I risultati sono stati sorprendenti. Come ha spiegato uno dei partecipanti nelle conclusioni dello studio: «Comunicare in realtà virtuale è stato molto più profondo, divertente e vicino alla realtà di quanto mi aspettassi. Siamo passati da due sconosciuti che fanno conversazione (superficiale) a due esseri umani che rivelano sé stessi e la loro esperienza di vita». 

L’APPARTENENZA A UN LUOGO

Come ha spiegato da tempo la psicologia sociale e come abbiamo già visto in altri numeri della rivista, il concetto di comunità è strettamente legato a quello di luogo: uno spazio fisico materialmente e idealmente delimitato. Infatti, le comunità nascono e si sviluppano nei luoghi. Di recente con una scoperta che ha permesso ai coniugi Moser di vincere il premio Nobel per la medicina, le neuroscienze hanno capito perché: il nostro cervello ha la capacità innata di riconoscere i luoghi fisici e le persone che sono al loro interno. Nel nostro cervello sono infatti presenti diversi neuroni in grado di riconoscere immediatamente sia i confini che ci circondano (place cells e grid cells) sia la posizione di altre persone al loro interno (social place cells).

Questa capacità ha un ruolo centrale per il funzionamento della nostra memoria. In particolare la memoria autobiografica, che unifica le nostre diverse esperienze di vita conferendo loro un senso, utilizza proprio i luoghi per costruire la nostra identità sociale. Siamo lavoratori perché andiamo in azienda, siamo studenti perché andiamo a scuola o in università, siamo tifosi perché andiamo allo stadio, siamo malati perché siamo in ospedale e così via. Ora, la quarantena ha distrutto il senso di luogo. Da un lato, non possiamo più andare nei luoghi che connotavano la nostra vita quotidiana e davano un senso alla nostra identità; dall’altro, anche la casa non è più un luogo, perché ha smesso di avere confini per chi ci vive. Riuscire ad avere un proprio spazio per lavorare o andare in bagno diventa una sfida, soprattutto quando in casa ci sono figli piccoli. Due sono gli effetti psicologici di questa situazione.

Senza i luoghi, la nostra memoria autobiografica non si aggiorna, lasciandoci la sensazione di trascorrere tante giornate sempre uguali. Poi si indebolisce il senso di esser parte della stessa comunità. Infatti, per essere comunità non basta scambiarsi messaggi e video sull’impatto del Coronavirus. Bisogna riuscire a fare delle cose insieme: questo forse il significato “antropologico” che stava dietro all’iniziale moda dei ritrovi ognuno al balcone di casa sua per applaudire medici e paramedici o cantare canzoni. Ma per fare delle cose insieme, i media digitali possono essere un’opportunità o un problema.

Come ha sottolineato il Centro Studi di Facebook, i media digitali possono essere utilizzati in due modi completamente diversi (per un approfondimento si veda qui: http://tiny.cc/dbsilz). Attivamente, come strumento espressivo in grado di sostenere le relazioni e di facilitare l’attività comune. Oppure passivamente, per la ricerca e la condivisione di informazioni sui principali eventi o su quello che è successo alle altre persone presenti nella nostra rete. Gli effetti psicologici di queste due modalità di utilizzo dei social media sono opposti: se l’uso attivo dei social come strumenti espressivi e relazionali fa bene alle persone, l’utilizzo passivo ingenera ansia e depressione.

Apparentemente, la maggioranza di noi ha utilizzato i media digitali più per cercare o condividere informazioni, che per organizzare e/o realizzare attività comuni con altre persone. Infatti, le emozioni di paura e insicurezza che il Coronavirus ha suscitato spingono alla ricerca continua di informazioni. Ciò genera un effetto contagio: oltre a cercare le informazioni più allarmanti o i rimedi più improbabili, spesso si inizia a condividerli compulsivamente con la propria rete sociale. In tal modo, però, si costruisce una visione del mondo parziale e generalmente negativa, che oltre a far perdere un sacco di tempo – nei primi mesi del contagio, leggendo famelicamente le ultime notizie sul Coronavirus diventava impossibile riuscire a telelavorare o a studiare – può aumentare il senso di isolamento e provocare depressione. Non è un caso che per evitare gli effetti negativi della condivisione compulsiva di informazioni, dopo le prime settimane di quarantena WhatsApp abbia deciso di limitare la possibilità di condivisione di contenuti digitali impedendo di inviare più di cinque volte lo stesso messaggio ai propri contatti.

Tuttavia, i social media non sono solo un problema. Possono infatti essere utilizzati per coordinare e realizzare attività comuni. Un esempio positivo sono stati i flash-mob, che almeno all’inizio ci hanno permesso di sentirci parte di un gruppo più ampio. A caratterizzare i flash-mob è infatti il senso di identità sociale: partecipando, mi sento parte di una comunità che condivide con me lo stesso obiettivo – non arrendersi all’isolamento del Coronavirus, nel rispetto delle regole di distanza sociale – e riempie di contenuti la nostra memoria autobiografica.

TRE LEZIONI DA MEDITARE

Queste esperienze ci danno tre lezioni generali per sopravvivere ai tempi della realtà digitale.
In primo luogo, non avere più paura di utilizzare gli strumenti digitali per ottenere prodotti e servizi. Sicuramente lo smart working, lo smart learning e l’e-commerce sono esperienze che rimarranno e che, usate correttamente, possono integrare con efficacia le nostre pratiche quotidiane facendoci risparmiare un sacco di tempo.

Una seconda indicazione è quella di limitare l’utilizzo dei media digitali riguardo alla ricerca e alla condivisione delle informazioni. Per esempio, può essere opportuno farlo in specifici momenti della giornata – prima di pranzo o dopo cena – e, se possibile, provare a confrontarsi su quanto letto con le persone vicine a noi. 

L’ultima indicazione è quella di cercare di impiegare i social per fare insieme qualcosa. Non è necessario che sia qualcosa di significativo. Basta anche cantare insieme sul balcone una canzone a mezzogiorno per tornare a sentirsi parte di una comunità. Se volete, qui di seguito trovate una possibilità in questo senso: la fruizione in comune di un protocollo di auto-aiuto per superare il disagio psicologico generato dal Coronavirus.

RILASSARSI AL TEMPO DEL COVID

Il Coronavirus è un problema sanitario globale, ma anche un forte stress psicologico che mette a dura prova la nostra identità e le nostre relazioni. Tuttavia, la Tecnologia Positiva può darci una mano attraverso il sito www.covidfeelgood.com realizzato dai ricercatori dell’Istituto Auxologico italiano in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano, la società Become-Hub e una serie di università internazionali.

Sul sito si trova un protocollo di una settimana da seguire con un compagno, che richiede un impegno giornaliero di una ventina di minuti. Il protocollo associa alla fruizione di un’esperienza virtuale – “Il giardino segreto”, che simula la visita di un giardino zen di cui l’utente è l’unico visitatore – una serie di compiti che consentono di riflettere sulla propria identità e sulle proprie relazioni interpersonali. Come sottolineano i ricercatori che hanno creato l’esperienza, il suo obiettivo non è quello di risolvere complessi problemi di salute mentale, ma piuttosto quello di ridurre il peso di periodi d’isolamento sociale, di cui il lockdown è stato l’esempio più drastico, alleviando l’ansia e lo stress e migliorando le relazioni interpersonali.

 

Giuseppe Riva è ordinario di Psicologia della comunicazione all’Università Cattolica di Milano. Tra i suoi ultimi libri, Selfie. Narcisismo e identità (Il Mulino, 2016).

www.giusepperiva.com

 

Questo articolo è di Giuseppe Riva ed è presente nel numero 280 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto