Philip Zimbardo. Intervista di Davide Lo Presti

Philip Zimbardo, il famoso psicologo italo-americano, racconta le sue origini e ci spiega come si può vincere la sfida contro il tempo: basta dominarlo e non esserne sopraffatti.

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Professor Zimbardo, partiamo dal celebre esperimento carcerario di Stanford del 1971, dal quale emerge l’importanza dei ruoli nel determinare il comportamento delle persone. Secondo lei, in che modo ci lasciamo imprigionare, nella vita di tutti i giorni, dai ruoli e dalle aspettative nostre e altrui?

Lo scopo dell’esperimento, che ormai risale a quasi cinquant’anni fa, era dimostrare che il ruolo assunto in una determinata situazione finisce per diventare la nostra identità. Magari all’inizio recitiamo una parte, come degli attori su un palco, ma a un certo punto il pubblico se ne va e noi continuiamo a interpretare quel ruolo. Ci piace pensare che tutte le nostre azioni derivino dalla libera volontà e che sia la nostra personalità a determinarle, ma il risultato dell’esperimento mostra l’opposto: molti di noi sono influenzati, se non dominati, dalle circostanze.

Nel suo ultimo libro, Vivere e amare. Guarire dal passato, abbracciare il presente, creare il futuro ideale, lei parla della Time Perspective Therapy (Terapia della Prospettiva Temporale). Potrebbe spiegarci di cosa si tratta?

Circa dieci anni fa scrissi un libro che trattava il tema del paradosso temporale: fui il primo ricercatore a porre l’enfasi sul modo in cui la prospettiva temporale determina i nostri pensieri, le nostre sensazioni e le nostre azioni. È un paradosso perché la nostra concezione del tempo influenza tutto quello che facciamo, eppure non ne siamo coscienti, la mettiamo in pratica inconsapevolmente e automaticamente. Le principali prospettive temporali sono passato, presente e futuro, ma per ognuna di esse ho identificato due sottocategorie. Per esempio, ci sono persone che vivono con una prospettiva temporale che ho nominato «passato negativo»: i fallimenti, i rimpianti, le esperienze terribili vissute nel passato occupano sempre i loro pensieri e anche se si tratta di eventi accaduti molti anni prima, riaffiorano continuamente e finiscono per rovinare loro il presente. Altre persone, invece, hanno una visione del passato positiva, legata ai successi ottenuti o ai momenti felici trascorsi in famiglia o con gli amici. Queste sensazioni positive si irradiano nell’oggi, rendendolo più gioioso. Anche per quanto riguarda il presente, ci sono due modi di viverlo: si può avere una prospettiva temporale di tipo «presente edonistico» e quindi vivere al massimo e ricercare costantemente il piacere e la novità, ma anche annoiarsi facilmente; oppure si può avere una prospettiva di tipo «presente fatalista», caratterizzata dalla sfiducia e dalla convinzione che nessuna azione potrà realmente produrre un cambiamento nella realtà. Quest’ultima prospettiva è tipica delle persone povere o dei migranti… Infine, molti hanno una visione positiva del futuro, poiché quest’ultimo ci permette di avere obiettivi e fare progetti. Ho sviluppato così lo ZTPI (Zimbardo Time Perspective Inventory), uno strumento che adesso viene utilizzato in tutto il mondo da ricercatori e terapeuti e che serve per cogliere in quale modo si declinano le prospettive temporali dei clienti. In seguito, ho scritto Vivere e amare con Rosemary Sword, la mia collega di Maui. Il nostro lavoro tratta del modo in cui possiamo usare la prospettiva temporale per vivere e amare meglio.

Philip Zimbardo - Intervista di Davide Lo Presti

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In che modo le aspettative personali contribuiscono allo svolgersi del nostro destino, diventando “profezie che si autorealizzano”? 

Esiste una prospettiva temporale che ho denominato «futuro negativo» nella quale ci si sente ansiosi per un progetto che abbiamo o per un obiettivo che ci siamo posti… ci chiediamo se ce la faremo. Un esempio può essere quello di chi acquista dei titoli azionari e vive con ansia il fatto di non sapere se il loro valore salirà o scenderà. In effetti, nella risposta precedente non ho specificato che per alcune persone il futuro è colmo di ansia e preoccupazione. È il caso di certi genitori che si chiedono se i propri figli ce la faranno, se riusciranno a entrare al college o se otterranno un buon lavoro. La preoccupazione che alcuni hanno per il futuro, magari anche lontano, è talmente forte che finisce per intaccare il momento presente. È qui che troviamo la “profezia che si auto­realizza”: tutto inizia con un pensiero che si fa costante e invadente e che finisce col diventare realtà.

Parliamo della sua vita. Dal Bronx all’Università di Stanford è stata senz’altro «una strada tortuosa e lunga», come recita la canzone dei Beatles The long and winding road. Quali sono state per lei le sfide più difficili e che mentalità ha avuto per riuscire a realizzarsi personalmente?

La mia famiglia, a cavallo tra i due secoli, emigrò dalla Sicilia: il nonno dal quale ho ereditato il nome emigrò da Cammarata, in provincia di Agrigento, mentre la famiglia di mia nonna veniva da Agira, vicino Catania. Arrivarono in America più o meno nello stesso periodo e non appartenevano a una classe sociale abbiente: uno dei miei nonni era un bracciante, mentre l’altro, quello che si chiamava Philip, faceva il barbiere. Nessuno dei due frequentò le scuole superiori e neanche i miei genitori lo fecero. Mi pare che a quei tempi l’obbligo scolastico fosse fino ai 12 anni e i miei genitori non davano grande importanza all’educazione: si andava a scuola perché lo richiedeva la legge, ma appena possibile si smetteva e ci si metteva a lavorare. Ho dovuto proprio pregarli di mandarmi al college e mi fu concesso a condizione che andassi in uno gratui­to e che lavorassi la notte per mantenermi. Eravamo poveri, vivevamo in un ghetto del South Bronx ed era ovviamente molto dura, però io sapevo che l’unico modo per uscire dalla povertà era l’istruzione. L’alternativa, altrimenti, era la criminalità. Ho sempre cercato di spiegare ai miei genitori che l’istruzione era importante non solo perché permette di ottenere un buon lavoro, ma anche perché apre la mente a nuovi modi di pensare e vedere il mondo. Così, con questa forte visione, frequentai le scuole, poi il college e infine una scuola di specializzazione a Yale. Tornai poi nel Bronx e ottenni un lavoro all’Università di New York, dove prestai servizio per sette anni; insegnai anche alla Columbia University, per un anno. Poi, nel 1968, mi chiamarono da Stanford per dirmi che apprezzavano le ricerche che avevo fatto e le mie idee creative: intendevano farmi professore di ruolo perché ero un buon insegnante. Fu pazzesco, anche perché l’Università di New York allora non era di alto livello come adesso, quindi passai direttamente da una scuola ordinaria alla Stanford, la numero uno al mondo! Ecco, se fino a quel momento era stata una strada tortuosa, il passaggio da New York a Stanford fu un volo diretto, senza scali.

Prima di porle un’ultima domanda, vorrei ripagare un debito che ho nei suoi confronti. Infatti, nel mio libro La profezia che si autorealizza, dove parlo delle profezie che si autocompiono e del potere delle aspettative nel creare la realtà, traggo ispirazione completamente dal suo lavoro, dedicando un intero capitolo all’esperimento carcerario di Stanford e all’effetto Lucifero, soffermandomi in particolare sul potere dei ruoli e delle aspettative per definire l’identità e i comportamenti delle persone. C’è un verso in una canzone dei Rolling Stones, Sympathy for the Devil, che vorrei citare: «Ogni poliziotto è un criminale/ e tutti i peccatori sono santi». Quindi, ecco la mia ultima domanda: se i ruoli e le aspettative intrinseche a una situazione possono far emergere il criminale o il santo che è dentro di noi, come possiamo diventare la migliore versione di noi stessi, degli “eroi quotidiani”? Perché è proprio questa la sfida più dura! 

Sono felice di questa domanda, è un tema su cui pongo l’attenzione anche nell’ultimo capitolo del mio libro L’effetto Lucifero. Molti lettori non lo leggono nemmeno, quel capitolo, perché i precedenti quindici sono un concentrato di esempi legati alla manifestazione del male e ai vari esperimenti carcerari. Se però si ha la pazienza di andare fino in fondo, si vedrà che nel sedicesimo capitolo dico proprio che abbiamo visto quanto sia facile, per i buoni, diventare cattivi e venire corrotti dalla situazione e dal ruolo; ma possiamo invertire il processo, rendendo le persone ordinarie degli eroi? Gli eroi “classici” sono militari, martiri, oppure politici tipo Gandhi o Mandela. A noi invece interessano le persone comuni, ordinarie, che vogliamo rendere appunto degli “eroi quotidiani”. Nel sedicesimo capitolo lancio un’idea che in seguito ho deciso di mettere in pratica attraverso una fondazione no profit a Stanford chiamata The Heroic Imagination Project. Imagination perché sostengo che gli eroi nascono prima di tutto dall’immaginare di essere tali. In questo progetto alleniamo le persone ispirandole a darsi una nuova identità da eroi. Insegniamo loro ad essere spettatori attivi e non passivi, ad ampliare la propria mentalità, a trasformare il pregiudizio e la discriminazione in comprensione e accettazione della diversità. Le mie lezioni contengono cartoni animati, video… È vero che i giovani hanno tutti degli eroi, ma si tratta di supereroi, e quello che dico loro è: «Sapete, voi avete qualcosa che i supereroi vi invidiano: avete un cervello!». Sì, perché i supereroi non hanno un cervello proprio, indossano quello del disegnatore. Ma come usare bene e in modo saggio il cervello? Con le nostre lezioni istruiamo le persone ad essere “eroi d’azione”, a usare la testa per rendere il mondo migliore. Infatti la compassione non basta, per quanto sia una cosa bella, dato che significa sentire e comprendere la sofferenza degli altri. Ciò che produce un cambiamento, però, è l’azione. Quindi insegno a trasformare la compassione in azioni sociali. Per ora il programma risulta molto efficace e si è diffuso in 15 Paesi del mondo. Di recente sono stato a Napoli e ho anche visitato l’Università di Salerno, nella quale daranno vita al programma per vedere se funziona. In caso positivo, lo diffonderanno anche in altre zone d’Italia… Lo spero!

 

Philip George Zimbardo, professore emerito all’Università di Stanford, è uno psicologo statunitense noto a livello internazionale. Tra i suoi libri tradotti in italiano, La cura del tempo. Superare i disturbi post-traumatici con la nuova psicologia della Prospettiva Temporale (con R. e R. Sword, Giunti Psychometrics, 2019) e Vivere e amare. Guarire dal passato, abbracciare il presente, creare il futuro ideale (con R. Sword, Giunti Psychometrics, 2019).

Davide Lo Presti è psicologo e saggista, docente di psicologia, appassionato di divulgazione scientifica. Autore del libro “La profezia che si autorealizza. Il potere delle aspettative di creare la realtà.” 📖 https://amzn.to/2G2WG2H Cura su Psicologia contemporanea, insieme al direttore Luca Mazzucchelli, la rubrica “Libri per la mente”.

 

 

Questo articolo è di Davide Lo Presti ed è presente nel numero 277 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto