Pietro Trabucchi

Non si cresce senza passare dalla sofferenza

Nello sport e nella vita bisogna imparare ad accettare anche disagi e sofferenze: solo così avremo modo di risolverli o almeno di farcene una ragione, anziché perdere tempo ed energie a maledirli.

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Il titolo di questo articolo potrebbe suonare blasfemo a molti. Perché va in senso del tutto opposto a una trappola cognitiva che oggi tante persone condividono. Per “trappola cognitiva” intendo una distorsione sistematica della realtà, che induce a comportamenti inefficaci. Anche se parecchie trappole cognitive hanno origini legate alla storia individuale dei soggetti, molte altre hanno invece radici culturali. Una delle più diffuse nella nostra società è l’aspettativa (divenuta ormai una pretesa) che sia possibile e doveroso sfuggire all’incontro con ogni forma di disagio. Anche minima.

Si parte dai semplici inconvenienti quotidiani, come piccoli fastidi, dolorini o un semplice mal di testa. Essi, nella nostra società, non sono più considerati inevitabili contrattempi che accompagnano bonariamente l’Homo Sapiens dall’alba dei tempi: diventano emergenze di cui occorre sbarazzarsi immediatamente, con urgenza, “in un momento”. Ecco allora il fiorire di prodotti farmaceutici la cui forza commerciale non sta nelle possibilità terapeutiche, ma nel fungere da “pronto soccorso emotivo”: nel senso di saper tacitare il senso di angoscia prodotta dal fastidio. Da parte loro, i messaggi televisivi ribadiscono la convinzione che storte, piccole slogature, semplici mal di schiena rappresentino i veri ostacoli sul cammino verso la felicità della nostra specie; felicità che, fortunatamente, è riacquistabile all’istante, a patto di utilizzare i prodotti reclamizzati.

Ma la lotta per evitare qualsiasi forma di disagio non si limita ai fastidi fisici o pseudo tali. Neanche le emozioni e gli stati d’animo “negativi” possono essere tollerati, neppure occasionalmente. Nella mentalità diffusa esiste l’aspettativa/pretesa che sia possibile cambiare all’istante stato d’animo, se questo contiene esperienze non gradevoli, alla stregua di come si cambia canale alla televisione. L’illusione dello “zapping emotivo” ci deruba di un aspetto molto positivo che, paradossalmente, le emozioni negative hanno.

Tristezza, senso di frustrazione, paura sono dette emozioni “negative”, a torto. Non le chiamerei “negative” (caso mai, “spiacevoli”), semplicemente perché posseggono un’utilità pari a quelle cosiddette “positive”: esse sono degli importanti segnali. Ci avvertono, ognuna a suo modo, che qualcosa non sta funzionando. 

Ci forniscono la motivazione – e spesso anche la spinta fisica – a muoverci per uscire da situazioni indesiderabili; o per trovare delle soluzioni ad esse. Dunque, le emozioni definite – forse un po’ frettolosamente – “negative” non vanno evitate o sostituite immediatamente con altre “più positive”: vanno ascoltate. E se eviteremo costantemente di farlo, le faremo diventare una modalità di segnale che si ripropone in maniera cronica.

Eppure, sapersi rapportare con la sofferenza, una competenza in via d’estinzione nella nostra cultura, è fondamentale nel mondo sportivo. Esiste un evidente conflitto tra ricerca di performance e beato proteggersi da ogni irrisorio disagio. Essere prestativi passa anche dal riuscire a dimenticare se stessi. Passa dall’esser capaci di non ascoltarsi in maniera eccessiva. Il dolore atletico, infatti, è una compagnia costante di chi ricerca la prestazione. La voce “dolore atletico” non deve trarre in inganno. Non parliamo infatti di una nuova categoria di sensazioni. Si tratta sempre di dolore: l’aggettivo “atletico” fa riferimento alle cause che lo producono, ovvero alla pratica sportiva. Il dolore atletico è un correlato dall’impegno prestativo stesso e ne rappresenta in molti casi un limite. S. Egan, in una rassegna pubblicata sul Canadian Journal of Sport Sciences, ha affermato che la capacità di tollerare alti livelli di “athletic pain” è una delle qualità fondamentali negli atleti di sport di resistenza. È strano, ma la trappola cognitiva rappresentata dall’illusione di poter sfuggire il disagio, invece di lavorare per riuscire ad accettarlo, attanaglia tutto, perfino la psicologia dello sport. Gran parte delle tecniche più popolari nel settore nasce sotto il segno di questa illusione: allenarsi a visualizzare se stessi mentre si taglia freschi e sorridenti il traguardo può essere rischioso, se ci fa dimenticare che probabilmente non arriveremo per nulla freschi e sorridenti. Tale dimenticanza avrà un prezzo salato, che si rischia di dover pagare senza sconti nel bel mezzo della gara. Tutte le tecniche finalizzate alla soppressione degli stati interni negativi (“Mi ripeto: ‘Sono forte e tutto va bene, sono forte e tutto va bene…’”) sono allo stesso modo illusorie se pretendono di difenderci dal contatto con la sofferenza. Non solo non tengono lontano la sofferenza, ma ci rendono ancora più vulnerabili nel momento in cui entriamo in contatto con essa.

Ma allora, qual è l’approccio giusto? Sono convinto che essere resilienti non significhi che una persona non sperimenti difficoltà o sofferenza. Anzi, è proprio il fatto di credere questo a rappresentare una trappola cognitiva che ci rende più deboli. Dunque, quando la sofferenza giunge, molti cadono nella trappola cognitiva del “non è giusto!” perché inconsapevolmente coltivavano l’aspettativa che “ciò non deve capitare” oppure che l’universo funzioni in modo intrinsecamente equo. Pensieri del genere sono in maniera evidente degli auto-sabotatori: aspettative destinate ad essere costantemente deluse dai fatti e quindi generatrici di frustrazione. Ciò vale anche per l’atleta che parte con l’aspettativa che la sofferenza stavolta sarà minore – forse solo perché si è allenato di più.

Questo approccio comporta il fatto che alla sofferenza causata dagli eventi reali si sommi quella derivante dalla non accettazione della situazione. A volte questa sofferenza aggiuntiva diventa altrettanto dolorosa di quella originaria. Al contrario, una delle caratteristiche mentali delle persone molto resilienti è il fatto di vedere il disagio come parte del gioco che si sta giocando: un certo livello di fatica o di sofferenza, un infortunio, una sconfitta, una delusione non sono senz’altro attraenti, ma li accetto lo stesso, poiché la non accettazione sarebbe peggio (un concetto che tanti non hanno ancora capito).

Nella nostra cultura, la parola “accettazione” ha una connotazione spesso negativa, in quanto viene associata al cedimento, alla debolezza o alla rassegnazione. “Accettare”, in questa accezione, significa invece evitare il vittimismo e la sofferenza aggiuntiva che esso comporta. “Accettare” non presuppone che la tua situazione ti piaccia; semplicemente vuol dire che hai compreso che infuriarti, maledire il genere umano, minacciare ritorsioni all’intero universo non cambia la tua situazione e crea solo un ulteriore prelievo dalle tue riserve metaboliche. E che quindi non ti resta che conservare tutta l’energia possibile per rimboccarti le maniche e metterti a lavorare per risolvere la situazione.

 

 

Questo articolo è di Pietro Trabucchi ed è presente nel numero 265 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui