Morire di fame per uno stupro. Il caso Noa

Il suicidio della diciassettenne olandese Noa Pothoven ha suscitato una vasta eco: la sua agonia è stata partecipata passo passo sui social e ha riattivato una serie di questioni etiche, giuridiche, socio-assistenziali. Com’è possibile un comportamento così sconcertante in una graziosa ragazza nel fiore degli anni? Alla luce delle informazioni apparse sui giornali cerchiamo di darne una spiegazione.

 

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L’ANORESSIA
Le diagnosi psicopatologiche riportate dalla stampa e avvalorate dal libro autobiografico di Noa (Vincere o imparare del 2018, che ha pure avuto un premio) puntano ad anoressia, depressione e autolesionismo. In particolare la depressione deriverebbe dalle sequele psicologiche di abusi sessuali, subiti a 11 e 12 anni da parte di coetanei, e dallo stupro a 14 anni subito da parte di due adulti. Si è altresì ipotizzato un disturbo da stress post-traumatico, che segue ad eventi particolarmente scioccanti vissuti dal soggetto. Basandosi sui dati biografici noti e correlandoli alle nozioni generali di psicopatologia, sembra piuttosto prevalere un quadro anoressico, esacerbato dalle violenze subite. Mi spiego.

Anzitutto va rilevato il tipo di morte insolito per casi di depressione, nei quali è più probabile il suicidio realizzato in maniera rapida, come gettarsi dall’alto o in un corso d’acqua, avvelenarsi, tagliarsi le arterie (più rari nel genere femminile sono l’impiccagione o l’uso di armi). Invece il suicidio per inedia prevede l’ininterrotto perdurare del proposito e la sopportazione di una lunga sofferenza fisica, nonché la resistenza alle pressioni psicologiche dell’ambiente familiare. Si suppone dunque nel soggetto un’insolita, ferrea forza dell’Io di persistere contro sé stesso e contro il mondo. Sono caratteristiche che si attagliano alla personalità anoressica.

Ulteriore indizio è l’ambiguo definirsi di Noa «una guerriera». Questo tratto di personalità con connotazione di genere più maschile che femminile, a contropartita di una femminilità anche esasperata, si ritrova in tante anoressiche. Solo che la guerra è rivolta contro di sé con scarse manifestazioni di rabbia all’esterno, nonostante ve ne sarebbe ben di che. Prevale piuttosto una rassegnata, sofferta dolcezza, ravvisabile in ciò che Noa comunica nel suo ultimo post su Instagram: «Dopo anni di battaglie il combattimento è finito… si è deciso che sarò lasciata andare, perché la mia sofferenza è insopportabile… Sopravvivo, e nemmeno quello. Respiro ancora, ma non sono più viva. Sono ben curata , ottengo il sollievo dal dolore e sono con la mia famiglia tutto il giorno» (riportato in Mariani, 2019). Conclude con un «Amore da Noa», cui segue una faccina che manda baci.

Noa, lasciandosi morire, ha vinto paradossalmente la sua guerra contro la malattia, invero una guerra contro un corpo divenuto per lei inaccettabile. E a un prezzo psicologico alto, quello della scissione tra mente e corpo, altro tratto tipico dell’anoressia: l’Io pensante e desiderante – “Io non voglio vivere, io non voglio questo corpo” – si impone sul corpo. Si muore di anoressia anche senza precedenti di violenza sessuale: sono casi sconcertanti in cui il desiderio vince su un bisogno fisico primario, quale il cibo. Peraltro questi casi raccontano di un’antropologia dualistica: il corpo e la mente sono percepiti come cose separate, la mente sopravanza il corpo nel senso che si afferma al di là del corpo. Come in ogni grande psicopatologia, insegna la psichiatria fenomenologica, anche nell’anoressia vi è un’implicita benché discutibile filosofia (Cattorini, 2016).

L’assetto anoressico di personalità certo precede il trauma delle violenze sessuali subite da Noa: le basi di quell’assetto si costituiscono, al pari di tutte le curvature psicopatologiche dell’esistenza, nel corso dell’infanzia. In genere si fa risalire detto assetto a dinamiche intrafamiliari disfunzionali (scuola sistemica) o a rapporti disturbati nella relazione con la figura materna (tradizione psicoanalitica). È quest’ultima che dà cibo, e può darlo con “amore” o anche senza, è essa che per prima rispecchia al piccolo/a, nell’accudimento che presta loro, una certa immagine di lui/lei e del loro corpo. Ma non conoscendo la storia infantile di Noa né le sue relazioni con i familiari, non sappiamo quanto le tesi generali sulla psicogenesi dell’anoressia vi trovino conferma.

IL TRAUMA E LA DEPRESSIONE
Prevalendo il quadro anoressico, è da chiedersi se le violenze sessuali subite da Noa svolgano solo un ruolo secondario nella sua storia patologica, contraddicendo la sua affermazione che i disturbi si sono manifestati in conseguenza dei traumi subiti (il che di per sé non vorrebbe dire che ne siano la causa principale). Comunque qual è il rapporto tra l’assetto anoressico, da una parte, e la depressione, oppure il disturbo post-traumatico, dall’altra?

Va ricordato anzitutto che patogeno non è tanto l’evento in sé, nella sua oggettiva gravità, quanto le condizioni in cui il soggetto lo subisce: il contesto biografico, il grado di maturità ed esperienza di vita al momento. A posteriori, poi, è causalmente rilevante come il soggetto interpreti l’evento nel contesto della propria esistenza, e soprattutto come riesca a far fronte alla lacerazione che ogni trauma provoca nel continuo della propria vita. A riprova del carattere soggettivo della reazione traumatica, non tutti sviluppano in seguito la medesima patologia.

Nel caso di Noa, per poter parlare di disturbo da stress post-traumatico, occorrerebbe sapere se i suoi disturbi ne ricalchino i sintomi tipici: ricorrenti incubi notturni, improvvisi flashback che riportano all’evento, difficoltà di concentrazione, un continuo latente stato di allerta; o se piuttosto non prevalga un generale stato depressivo per le gravi umiliazioni patite. E anche in questo caso occorrerebbe sapere se ci sono i sintomi tipici della depressione. In mancanza di più precisi dati sintomatologici, si possono anche qui fare alcune ipotesi legate all’età di Noa e al contesto culturale.

La violenza sessuale e in particolare lo stupro costituiscono un’offesa gravissima all’integrità della propria immagine psico-corporea. E ciò maggiormente in età puberale e adolescenziale, quando il corpo è oggetto di sano (se mantenuto entro certi limiti) investimento narcisistico e il rapporto con l’altro sesso è vissuto con curiosità e al contempo timore. Più grave, poi, è il trauma qualora non ci fossero ancora stati contatti sessuali, ma si fosse cominciato a pensarvi e a sognarli. Violenza sessuale e stupro vengono dunque a infrangere brutalmente l’immagine di sé nell’adolescente, quanto più essa era investita narcisisticamente e quanto più idealizzate erano le relazioni sentimentali. Oltre all’offesa al corpo, la violenza sessuale comporta sul piano prettamente psicologico un’offesa all’Io e all’amor proprio, per l’umiliazione di aver dovuto sottostare impotenti alla prepotenza altrui. Il trauma conseguente alla violenza psicologica si è notato che a volte prevale sul trauma conseguente alla mera violazione fisica, specie nelle donne avanti con gli anni e nelle prostitute che abbiano subito stupri.

Ebbene, in Noa è verosimile che l’assetto anoressico di personalità si sia diabolicamente congiunto con i suddetti fattori patogeni correlati alla violenza sessuale. Nell’adolescente anoressica è fortemente connessa al disturbo un’immagine idealizzata del corpo, un corpo vergineo e immacolato, che fa resistenza ad accettare la trasformazione in corpo di donna con i connessi cambiamenti fisiologici e psico-comportamentali. Piuttosto, quest’adolescente vorrebbe sempre un corpo di fanciulla, il corpo che ingrassa è sinonimo di gravidanza, le mestruazioni censurate, e infine le relazioni sessuali sono più temute che desiderate, se non respinte. Si può dunque immaginare quanto maggiori siano nell’anoressica le reazioni traumatiche alla violenza sessuale rispetto a quelle che si manifestano entro un diverso assetto di personalità. A questo va aggiunta, ricordando ancora la notevole forza dell’Io riscontrabile in tante anoressiche come Noa, la considerazione di quanto bruciante dev’esser pure l’offesa all’amor proprio per aver subito il volere altrui, e in un campo così intimo. Quanto più si sente «guerriera», tanto più è per lei scottante il senso di impotenza a fronte della prepotenza maschile, sentendosi trattata «come uno straccio» (secondo l’espressione ricorrente in donne violentate). Dunque, una duplice vergogna agli occhi di sé e ai supposti occhi degli altri: una combinazione che peraltro concorre a spiegare la difficoltà a denunciare l’abuso subito, e a volte anche solo a parlarne ad altri, come accaduto alla stessa Noa (Tebano, 2019).

Infine, nella congiunzione di fattori negativi in cui deve esser incappata Noa, non è da trascurare il contesto sociale e culturale: nei nostri Paesi occidentali viene additato un corpo femminile da indossatrice, sogno di tante adolescenti, e inoltre proclamata la parità di genere, tuttavia palesemente tradita. Infine, a differenza di quanto accade in alcuni Paesi non occidentali o in particolari sottoculture, non vi è consuetudine nel proprio ambiente familiare – per fortuna – con gravi fenomeni di violenza. (Dove maggiore è la consuetudine, sembrano esservi minori conseguenze psicopatologiche) (Fornaro, 2016).

OLTRE L’ESITO SUICIDARIO?
Anche riconosciuti i fattori che possono aver reso più drammatica la violenza subita da Noa, è da chiedersi come abbia potuto persistere negli anni l’effetto mortifero e come il trauma non abbia trovato esito diverso dal suicidio. Prescindendo dall’inadeguatezza del sistema sanitario olandese, variamente denunciata, cerco ancora di individuare le plausibili dinamiche intrapsichiche.

È lecito ipotizzare una fissazione, cioè un particolare irrigidimento su un’immagine perfezionistica di sé e del proprio corpo, ma ormai violati in modo irreparabile. Afferma Noa: «Mi sento sporca, dal mio corpo non se ne va più la sensazione di quello choc» (cit. in Tortello, 2019). Questa impressione di irreparabilità, del resto comune a tanti quadri di depressione, incatena la persona a un passato immodificabile, che essa vorrebbe giammai esistito. Il che compromette nella stessa giovane la possibilità di guardare a una nuova fase di vita, ricca di opportunità positive: persa ogni speranza in un futuro svincolato dalla sporca immagine di sé, tutto sembra compromesso. Quando ci sono queste tenaci fissazioni, a poco servono le parole di conforto e di incoraggiamento di genitori, amici, terapeuti. La forza dell’Io e delle proprie convinzioni, a volte spinta fino alla testardaggine – se si potesse parlare di libera volontà –, rema contro, e affidarsi ad altre persone pur benevole diventa difficile («Avete un bel dirmi che…, ma sono io violata, non voi»).

Le sensazioni di irreparabilità si accompagnano poi a strani sensi di vergogna, non solo per come gli altri possono vedermi e giudicarmi dacché è venuta a nudo un’intimità violata, ma anche per l’impressione di essere stata/o in qualche modo collusiva/o con la trasgressione sessuale. Quest’ultima sorprendente reazione, che troviamo specialmente nelle persone più giovani che hanno subito abusi sessuali, aggrava il senso di vergogna aggiungendovi un non meno immotivato senso di colpa (Van der Kolk, 2014). Sono reazioni che segnalano dinamiche psichiche non facilmente spiegabili: in un confuso universo di colpa e di autolesionismo, la vittima viene a confondersi con il carnefice, quasi si identificasse con lui in uno sdoppiamento di sé, per sentirsi meno vittima. In questi conturbanti universi è difficile districare sé dall’altro e proiettare fuori di sé l’aggressività patita.

In effetti, un esito alternativo agli impulsi suicidi potrebbe essere il rivolgere all’esterno tale aggressività, facendosi, nella fattispecie della violenza sessuale, un’accanita pasionaria del femminismo estremo. Evidentemente, non è stato il caso di Noa: con ricorrente dinamica più femminile che maschile, la nostra guerriera ha rivolto l’aggressività su di sé; non diversamente, sotto questo profilo, dalle tante donne che si sono tolte la vita durante lo stupro o subito dopo, per l’impossibilità di far fronte efficacemente all’aggressore o alla vergogna. L’estroflessione dell’aggressività subita può certo salvare dall’aggressività autolesionistica.

A proposito di aggressività eterodiretta, non ci sono solo le forme maligne, violente, ma anche quelle sublimate e socialmente trasformate: l’energia che un’aggressività anche reattiva comporta è volta a fini altamente apprezzabili. Alludo, per esempio, ad attività di sostegno e di assistenza a chi ha subito analoga violenza. Ma dopo una ferita così grande, come quella di Noa, occorre una grande forza d’animo, che consenta di accettare, grazie anche all’aiuto psicoterapeutico, una diversa e meno perfezionistica immagine di sé e anche una sorta di tolleranza verso il violentatore, ormai visto come un «poveretto», un «immaturo» o qualcosa del genere. Inoltre, per riuscire a volgere in positivo il male subito – a beneficio anzitutto della pacificazione con sé – occorre uno spirito generoso, di cui non tutti sono dotati. Chissà se la giovane Noa avrebbe potuto accedere a simili pensieri, naturalmente dopo essere riuscita nell’ardua impresa di metabolizzare dentro di sé la sua drammatica vicenda, piuttosto che volerla espellere come se non dovesse essere mai accaduta.

Mauro Fornaro, già ordinario di Psicologia dinamica presso l’Università di Chieti-Pescara, psicologo e psicoterapeuta di orientamento psicoanalitico, ha pubblicato oltre un centinaio, tra volumi e articoli, principalmente su temi di storia ed epistemologia della psicologia e della psicoanalisi.


 

FOTO CREDIT: @winnenofleren

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Cattorini P. (2016), Mangiare solo pensieri. Etica dell'anoressia, Dehoniane, Bologna.

Fornaro M. (2016), «Quando le parole non bastano. Traumi psicologici e cura», Psicologia contemporanea, 258, 64-69.

Mariani A. (2019), «Orrore in Olanda, eutanasia su una ragazzina di 17 anni», L'Avvenire, 5 giugno, p. 16.

Tebano E. (2019), «“Si è spenta davanti a noi”. Il fratello e la sorella sempre accanto al suo letto», Corriere della Sera, 6 giugno, p. 13.

Tortello L. (2019), «Morta dopo aver smesso di mangiare e bere. “La mia Noa aveva una ferita inguaribile”», La Stampa, 6 giugno, p. 10.

Van der Kolk B. (2014), Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell'elaborazione delle memorie traumatiche (trad. it.), Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015.