Luca Mazzucchelli intervista Kelly McGonigal

La psicologa americana tradotta in tutto il mondo, Italia compresa, dopo gli aspetti positivi dello stress e le potenzialità della forza di volontà si è occupata della gioia di muoversi: di quando, cioè, muovendo il corpo rinforziamo il credo in noi stessi e il senso di connessione con gli altri e con l’ambiente.

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 Kelly, dopo il successo internazionale dei tuoi best seller La forza di volontà e Il lato positivo dello stress, oggi ci presenti il tuo nuovo libro: La gioia di muoversi. Che cosa intendi con questo titolo? 

In tutto il mondo, le persone più attive fisicamente sono quelle che esperiscono più frequentemente emozioni positive e che sono più soddisfatte della propria vita e delle proprie relazioni. Ciò si ritrova senza differenze in termini demografici: c’è un qualcosa riguardo all’essere fisicamente attivi che realmente riesce a supportare la felicità delle persone. Quando parlo di «gioia di muoversi», quindi, parlo proprio della gioia data dal muovere il corpo. Muoversi consente agli individui di accedere ai propri istinti naturali, e questi istinti ci permettono di sopravvivere, di prosperare e di connetterci agli altri.

 Esistono esercizi specifici per sperimentare questa gioia? 

No, non si devono sollevare obbligatoriamente pesi per provare speranza, non bisogna fare yoga per trovare chiarezza mentale. È il solo fatto di muovere il corpo che basta. Il nostro cervello si è evoluto per prosperare quando viviamo attivamente la vita attraverso il corpo. Infatti, con «gioia di muoversi» intendo proprio tutto ciò che deriva dal movimento: quella sorta di euforia neurochimica che proviamo dopo aver fatto dell’attività fisica, l’aumento del battito cardiaco, i respiri affannosi, l’uso dei nostri muscoli, fino ad arrivare a tutti quei modi in cui il movimento ci aiuta a prendere consapevolezza di chi siamo.

 Come facciamo a trovare questa gioia di muoverci? 

Non bisogna essere atleti professionisti. Nel mio libro racconto di persone che, per motivi diversi, si sono trovate ad affrontare sfide con il proprio corpo. Il punto non è avere un fisico particolarmente atletico o in salute, ma quello, qualsiasi corpo tu abbia, di muoverlo in modalità che per te siano in grado di costruire significato o piacere, o che ti permettano di entrare in connessione con le persone a cui tieni, o di portarti in un “posto” che sia in grado di ispirarti. Si tratta veramente di trovare il proprio percorso.

 Quanto è importante fare esercizio all’aperto? 

L’impatto che ha sulla mente fare esercizio all’aperto è simile a quello della meditazione; anzi, la pace mentale che si esperisce è più immediata. Infatti nella meditazione, che ovviamente si propone un obiettivo più alto, spesso si arriva a questa esperienza dopo diverso tempo. A molte persone fare una passeggiata all’aperto, nuotare in acque naturali o danzare dà l’impressione di essere connessi alla vita, calma la mente e allevia stress e ansia in modi davvero potenti.

 Tu da cosa trai maggiormente ispirazione per fare attività fisica? 

Ancor più che nella natura, io trovo ispirazione nella musica. Muoversi con la musica aumenta le gioie naturali del movimento, per esempio incrementando la naturale euforia neurochimica generata dall’esercizio fisico; quindi, se ti muovi con la musica, avrai un’esplosione maggiore di dopamina, adrenalina ed endorfine. La musica può anche cambiare il significato che attribuisci all’allenamento. Per esempio, se vai a fare una passeggiata, una corsa o sollevi i pesi mentre ascolti una canzone che parla dell’essere resistenti e forti, penserai: «Questo/a sono io che divento sempre più resistente e coraggioso/a». In più, la musica offre un bellissimo modo di muoversi insieme agli altri, creando legami e un senso di appartenenza e di comunità.

 Nel tuo libro parli di come il movimento possa fungere da antidoto a tre epidemie moderne: l’ansia, la depressione e la solitudine. Come possiamo sfruttare questa potenzialità? 

La prima cosa che possiamo fare è fidarci del fatto che non c’è una quantità di movimento troppo piccola o un movimento troppo leggero da essere insufficienti a sortire gli effetti benefici di cui stiamo parlando. La ricerca è molto chiara in proposito: devi fare movimenti che siano appropriati al tuo corpo. Insomma, se per te è stancante anche solo fare un giro dell’isolato, di sicuro non andrai a fare la maratona domani, ma anche un piccolo movimento potrà iniziare a migliorare la tua condizione.

 Hai qualche suggerimento per chi è alle prime armi? 

La prima cosa è fidarsi del processo. Se non puoi nemmeno immaginare di andare a fare una lunga corsa, allora prendi una canzone che ti ispira, o che ti conforta, o che ti dà energia, ascoltala e muoviti in qualsiasi modo essa ti stimoli, che sia fare esercizi di stretching o movimenti basati sulla forza, oppure ballare con i tuoi figli. Ecco, questo vale come “medicina”: basta qualche minuto con una canzone che ti piace e muoverti in modi che ti aiutino a sentirti vivo nel momento presente. Se poi vuoi utilizzare il movimento come una medicina più potente, alcune ricerche hanno mostrato che una certa dose di esercizio fisico è in grado di modificare la struttura e le funzioni del cervello e agisce come anti-ansia e anti-depressivo, oltre ad aumentare la tua resilienza e perfino la tua sensibilità riguardo al piacere e alla gioia. L’ideale sarebbe farne almeno 20-30 minuti al giorno, di questo esercizio. Quando senti che il cuore va più veloce, che ti sta richiedendo un certo sforzo, che non è una cosa che potresti fare per sempre, ecco, quella è la giusta intensità in grado di generare cambiamenti nel cervello che funzionino come antidoti all’ansia, alla depressione e alla solitudine.

 Mi ha colpito molto quando nel tuo libro dici che il movimento può tirar fuori la versione migliore di noi. Puoi spiegarci questa idea? 

Certo. Ti racconto una mia esperienza personale. Quando il Covid, l’anno scorso, ha colpito la California e tutto si è bloccato, non ho potuto tenere i miei corsi di esercizio di gruppo, le lezioni in università sono state spostate online, i viaggi che avevo programmato sono stati cancellati e non ho potuto vedere la mia famiglia. Mi sono sentita veramente “depotenziata”. Mi sembrava di non avere il controllo di nulla, ho sperimentato una sorta di paura e ansia, una paralisi… Insomma, quella non ero io. Allora ho comprato un sacco da boxe e ho iniziato a tirare di boxe quasi tutti i giorni. C’era qualcosa nel tirare pugni, nel calciare, che mi ha fatto sentire potente. Questo è stato enormemente utile per me in un momento in cui altrimenti avrei potuto assecondare, in risposta a ciò che stava succedendo, il mio peggior istinto di ritirata e disperazione. Invece, mi sono sentita coraggiosa e combattiva.

 Le storie che hai raccolto nel tuo libro pensi che ti abbiano aiutata? 

Sì, ho preso ispirazione dai miei esempi… per la boxe mi sono ispirata proprio a una storia del mio libro. Nello specifico, a una donna che, dopo essersi trovata paralizzata e su una sedia a rotelle all’inizio della sua età adulta, non ha comunque voluto darsi per vinta e ha iniziato a fare boxe. Uno dei motivi per cui ho scritto questo libro è che quando chiedevo alle persone di parlarmi del loro rapporto con il movimento, esse si rivelavano innamorate delle diverse forme di movimento che avevano individuato come a loro confacenti, erano consapevoli e avevano fatto pace con questioni per loro veramente difficili. Penso alla donna – della quale pure ho scritto – che soffriva per la perdita di un figlio, o all’uomo che lottava con una grave depressione da tutta la vita e che ha trovato nella corsa della cosiddetta ultra-maratona una fantastica metafora per non arrendersi ai suoi impulsi più oscuri, ma imparare a fare un passo alla volta e andare avanti.

 In che modo l’esercizio fisico può renderci più coraggiosi? 

È una questione di “narrazione”. Spesso le persone, grazie al movimento, scoprono di essere capaci di fare più di quanto pensavano. Può trattarsi di sollevare qualcosa a livello fisico, per esempio un peso enormemente “intimidatorio”, e percepire così la propria forza. Oppure pensiamo alle persone che hanno imparato a percorrere lunghe distanze camminando, correndo o nuotando e che fanno quelle esperienze con le cellule del loro corpo che pare stiano loro dicendo: «Fermati, non puoi continuare!», mentre poi reagiscono attingendo alle loro motivazioni più profonde o sentendosi connesse a qualcosa di più grande di loro e in tal senso realizzano di poter resistere. In tanti mi hanno detto che, una volta che hanno scoperto di riuscire a vincere sfide da un punto di vista fisico, si sono sentiti coraggiosi anche in altri ruoli, obiettivi e occasioni cui tenevano molto.

 Quale ruolo ha il movimento nella relazione tra mente e corpo? 

Sono assai affascinata da come il movimento fisico sia in grado di cambiare la nostra chimica in modalità sorprendenti. Per fare un esempio semplice, la maggior parte delle persone che ha svolto esercizio fisico ha sofferto a causa dell’acido lattico, che è un prodotto metabolico dovuto alla contrazione dei muscoli. Tutti accusano l’acido lattico di provocare sensazioni di fatica e dolore muscolare, ma ciò che adesso i ricercatori sanno è che esso serve anche a ridurre l’ansia e ad aumentare il coraggio, così come il desiderio di esplorare e la resilienza psicologica. È meraviglioso pensare che ogniqualvolta che ci esercitiamo stiamo
creando un bio-prodotto metabolico in grado di renderci coraggiosi e di alleviare l’ansia. Tutte le volte che sperimentiamo un senso di fatica dopo un allenamento particolarmente intenso e sentiamo le nostre gambe stanche, possiamo dirci: «Il fatto di accusare stanchezza alle gambe stanche è la prova che ho appena reso il mio cervello più coraggioso».

 Ci sono movimenti particolari che vale la pena mettere in atto? 

Ci sono alcuni movimenti che ci fanno esprimere e provare gioia naturalmente. Il “rimbalzare” è uno di questi. Ci rende felici! Non vale solo per i bambini, ma a qualsiasi età. Se facciamo attenzione alle nostre esperienze dirette, noteremo che ci sono diversi tipi di movimenti che ci fanno stare bene o sentire forti.

 Nel tuo libro parli del fatto che il movimento può essere un’attività benefica anche in concomitanza di grandi disastri che riguardino intere comunità, come uragani e attacchi terroristici. La stessa cosa può essere valida anche per la pandemia globale che stiamo vivendo? 

Ci sono molte evidenze scientifiche a dimostrazione del fatto che muovere il nostro corpo è uno dei fattori protettivi e benefici cui possiamo ricorrere per sostenere la nostra salute mentale anche in un periodo come questo. Altre ricerche dimostrano che ogni tipo di attività fisica è stata benefica per persone che si stavano riprendendo da cataclismi naturali. Io l’ho notato anche durante il Covid. Quando un anno fa abbiamo dovuto chiudere tutto e non ho potuto più insegnare in presenza, ho iniziato a fare esercizi in video per i miei corsi e ho raccolto vari feedback. Le persone mi hanno detto che quello era l’unico momento della giornata in cui riuscivano a sorridere e a sentirsi connesse con gli altri. Quando poi abbiamo ripreso in presenza ho ricevuto un’e-mail da una corsista che confessava che dopo la prima lezione stava impazzendo di gioia.

 Cosa succede quando ci muoviamo con altre persone? 

Muoversi con altre persone non ci aiuta solo a cambiare la nostra biochimica e a sperimentare un senso di appartenenza: ci fa provare anche l’effetto psicologico noto come “we-agency”, una sorta di potenziamento, di sentimento di speranza. La we-agency è stata osservata da vari antropologi e storici che hanno cercato di spiegare come mai tanti militari abbiano sfruttato la marcia, gli esercizi sincronizzati, rituali o danze – insomma, azioni in movimento – con l’obiettivo di suscitare un senso maggiore di coraggio e solidarietà all’interno delle comunità, e anche come mai alle persone piaccia tanto fare camminate o gare benefiche. Muoversi insieme fa sentire che un cambiamento positivo nel mondo è possibile, o fa credere – in riferimento a problemi propri – che si possa cambiare, imboccando una direzione positiva. Inoltre, uno studio che cito nel libro ha mostrato che quando due coniugi si allenano insieme riportano maggiori sentimenti di benessere e una migliore qualità relazionale per tutto il resto del giorno, incluso il sentirsi più amati e supportati dal partner.

 Come riesci a bilanciare tante attività così impegnative e di primo piano, come le tue, con la vita famigliare e la passione per l’esercizio fisico? 

Per me il movimento è sempre stato una priorità, anche se non è l’argomento per cui sono più conosciuta, né quello che attira di più l’attenzione od ottiene più riconoscimento. Io insegno esercizi di gruppo da vent’anni e ho sempre detto a chiunque me l’abbia chiesto che insegnare esercizi di gruppo è la cosa più importante che faccio. È come se tutto ciò che compio, compreso lo scrivere libri, fosse al servizio di una vita significativa nel quotidiano che mi permetta di condividere il movimento con le persone. Voglio assicurarmi ogni giorno di fare cose che mi consentano di connettermi alle persone a cui tengo e che ritengo abbiano una reale possibilità di dare speranza a qualcun altro. 

 Il tuo lavoro è davvero di ispirazione per tutti: quali sono i tuoi modelli e i tuoi mentori? 

Sicuramente, la scrittrice Natalie Goldberg. Leggendo i suoi libri sentivo di voler essere così: una persona capace di parlare della vita quotidiana e di invitare la gente a condividere la propria esperienza in modalità capaci di far vedere il buono che c’è nell’umanità e di dare la sensazione di essere sintonizzati gli uni agli altri. Poi James Gross, mio supervisore accademico e famoso psicologo delle emozioni, che più che insegnarmi a fare ricerca mi ha trasmesso la sua passione per l’insegnamento. Ha sviluppato una sua strategia per fare un mentoring agli studenti, in grado di comprendere chi siano e cosa possano offrire al mondo. Allo stesso modo Barry Moore, coreo­grafo con il quale ho avuto la possibilità di studiare e lavorare, cercava di trovare cosa rendesse unico e speciale ogni bambino e gli dava la possibilità di mostrarlo. Insomma, mi sono state e mi sono di ispirazione le persone realmente interessate a ciò che gli altri hanno da dispensare al mondo e che concedono loro un’occasione per farlo restando sé stesse. 

 Un’ultima domanda: se tu avessi la macchina del tempo e potessi tornare indietro di quindici anni con le consapevolezze e le conoscenze che possiedi oggi, cosa diresti alla Kelly di allora?  

Nel 2005 era ormai circa un anno che avevo finito il dottorato e a maggio del 2006 ho ricevuto il messaggio sulla segreteria telefonica dal mio supervisore, che mi ha cambiato la vita. Ricordo che diceva: «C’è qualcosa di cui vorrei parlarti, Kelly». Ho avuto l’intui­zione che mi stesse per offrire un lavoro che dovevo accettare; l’ho proprio percepito anche a livello fisico. Quando prendo una decisione giusta per me, infatti, provo una sensazione che posso descrivere come se qualcuno stesse pescando e con l’amo trovasse il mio cuore e mi tirasse su per davvero! Adesso so che quando provo quella sensazione mi devo fidare. Quindi, ciò che direi alla Kelly del 2005 è: «Tranquilla, so che magari non sei sicura di cosa farai nella tua vita, ma riceverai una telefonata e avrai un’intuizione, e potrai fidarti di quell’intuizione e delle altre intuizioni che avrai». Il lavoro consisteva nel ritornare a Stanford per una posizione full-time in facoltà, sviluppare un corso di introduzione alla psicologia e supportare chi lo avrebbe insegnato. Questo lavoro è stato ciò che mi ha portata a scrivere il mio primo libro di psicologia, La forza di volontà.

Kelly McGonigal è psicologa della salute e insegna all’Università di Stanford. Tra i suoi best seller, Giunti Psychometrics ha tradotto: La gioia di muoversi (2021), La forza di volontà (2019) e Il lato positivo dello stress (2018).

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Questo articolo è di Luca Mazzucchelli ed è presente nel numero 284 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui