L’arte di comunicare efficacemente: un viaggio che dura da centinaia di anni

L’importanza della comunicazione nella costruzione delle relazioni è fondamentale e agisce a vari livelli. Quali sono i suoi elementi essenziali e in che modo gli scambi non verbali si intrecciano con le parole?

comunicare efficacemente.png

Lo studio della comunicazione umana ha avuto sempre un posto d’onore all’interno della psicologia, sia perché la comunicazione è lo strumento attraverso il quale si realizza il processo terapeutico, sia perché l’essere umano in quanto “essere in relazione” viene influenzato dalle parole, dal linguaggio e dalla comunicazione che intrattiene con sé e con gli altri.

LA COMUNICAZIONE COME RELAZIONE

L’interesse verso il linguaggio e la comunicazione ha accompagnato l’uomo nei secoli. Lo storico del XIII secolo Salimbene de Adam narra di un esperimento bizzarro e illuminante, se pur drammatico nei suoi effetti, condotto per volere dall’imperatore Federico II di Svevia al fine di rispondere a un antico quesito, ovvero se la lingua umana originaria fosse il frigio, l’egiziano oppure l’ebraico. Federico II diede ordine di accudire un gruppo di neonati con tutte le attenzioni, ma nell’assoluto silenzio, ovvero senza rivolgere loro nessuna parola ed evitando l’uso del linguaggio durante l’interazione. Ciò, nelle intenzioni dell’imperatore, avrebbe permesso di far emergere la lingua originaria, ovvero come naturalmente i bambini avrebbero parlato senza nessuna influenza esterna. L’esperimento purtroppo si concluse in modo drammatico con la morte dei neonati, deprivati del contatto e dell’interazione.

La conferma sperimentale dell’importanza della comunicazione, intesa come relazione e contatto fra le persone, venne data dallo studio di René Spitz sui bambini “ospedalizzati”. Questi osservò, infatti, come i neonati che, vivendo in orfanotrofio in grandi camerate, venivano nutriti ma avevano pochissime possibilità di interazione con il caregiver, sviluppassero sintomi depressivi, con effetti negativi sullo sviluppo fisico, cognitivo ed emotivo.

Se è stata da subito evidente l’importanza dell’interazione comunicativa per lo sviluppo umano e la promozione del benessere psicofisico dell’individuo, le teorie che hanno cercato di spiegarne il funzionamento hanno posto l’attenzione su aspetti decisamente diversi.

Le teorie classiche erano per lo più centrate sulla trasmissione del contenuto fra emittente e ricevente, all’interno di una logica che potremmo definire di tipo meccanicistico in cui venivano considerate separatamente le varie componenti del processo comunicativo: l’emittente, ovvero chi trasmetteva il messaggio, poi il messaggio, rappresentato dal contenuto, e infine il ricevente, ovvero colui che riceveva il messaggio (Shannon e Weaver, 1949). A questo processo si aggiungeva il canale attraverso cui il messaggio veniva trasmesso, considerato elemento di influenza della correttezza e della capacità di comprensione del messaggio stesso. Fu con Morris (1938) che si iniziarono a prendere in considerazione i diversi livelli logici di cui si compone la comunicazione: la sintassi, che si occupa di come l’informazione viene trasmessa; la semantica, interessata allo studio del significato, e infine la pragmatica che pone l’attenzione sugli effetti che la comunicazione ha sul comportamento.

Dobbiamo aspettare però gli anni Cinquanta perché il modello meccanico di comunicazione di Shannon e Weaver venga messo in discussione, grazie a un importante studio portato avanti dalla Scuola di Palo Alto. In realtà non si trattava di una vera e propria scuola, ma piuttosto di un gruppo di studiosi messi insieme da Gregory Bateson provenienti da ambiti e discipline diverse, che posero le basi per lo sviluppo di un modello interazionista della comunicazione. Non si possono non citare le eminenti figure di von Neumann, Kurt Lewin, McCollough, Wiener e von Bertalanffy e gli allora giovani Heinz von Foerster e Margaret Mead.

Gregory Bateson, poi, fu a capo del team di ricerca del progetto “Comunicazione e schizofrenia”, team di cui facevano parte nomi illustri come Jay Haley, John Weakland, William Fry e D. D. Jackson che Bateson incontrò casualmente a una conferenza, ma di cui conosceva bene i lavori. Il grande antropologo è stato uno fra i più importanti studiosi dell’epoca, per gli studi di antropologia, comunicazione e psicologia. È interessante notare come la figura dello studioso abbia subito una sorta di processo di alterazione, come ha avuto modo di evidenziare la figlia Mary Catherine Bateson in «Come è nato ‘Angels Fear’»: «L’immagine che molti serbano di mio padre come personaggio molteplice, dalle innumerevoli sfaccettature, mi diverte sempre molto. Mi chiedono spesso: “Di quale Bateson si parla? Del Bateson dell’antropologia? o di quello del doppio vincolo?”, come se Gregory avesse sviluppato idee di ogni sorta che non hanno nulla a che vedere tra loro. A costo di deludere queste persone, mi sembra al contrario che mio padre abbia avuto nella sua vita solo alcune idee, ben poco numerose» (Bateson, 1992). Bateson, studioso dell’informazione, evidenziò come in ogni comunicazione sia­no presenti sia elementi di oggettività sia aspetti di tipo relazionale e come, nel momento in cui questi entrano in conflitto, possano crearsi situazioni difficili da gestire (Watzlawick, 1997).

Prendiamo il caso in cui vostra moglie vi chieda se il vestito le sta bene: se effettivamente pensate che le stia bene potrete rispondere di sì con sicurezza; nel caso contrario, a livello oggettivo dovreste rispondere «no», mentre a livello relazionale, per non ferirla, dovreste invece rispondere «sì». Ma i problemi non finiscono qui: anche se rispondete “sì” con sincerità dovreste essere comunque in grado di rispondere alle successive richieste di rassicurazioni.

«Ne sei sicuro?».

«Sì».

«Ma proprio sicuro?».

«Sì».

«Ma proprio, proprio sicuro?».

Come la comunicazione ci può far costruire relazioni edificanti o intrappolarci in labirinti da cui non possiamo uscire, in cui “comunque fai, sbagli”, è ben espresso dalla teoria del doppio legame, in cui la persona è intrappolata all’interno di una comunicazione paradossale o contraddittoria, per cui a un livello comunicativo (per esempio verbale) riceve un messaggio, mentre a livello non verbale ne riceve un altro. Come nel classico esempio della madre che chiede al figlio di abbracciarla, ma contemporaneamente sta a braccia conserte sottraendosi all’abbraccio. Se il figlio segue il messaggio verbale si trova bloccato dal non verbale; se decide di rispondere coerentemente al non verbale, allontanandosi, può essere criticato dalla madre perché si rifiuta di abbracciarla. In questi casi la risposta che si può osservare è di tipo patologico, come evidenziato dagli studi del gruppo di Bateson sulla schizofrenia.

Con l’arrivo di Paul Watzlawick nel gruppo di Palo Alto venne sviluppata quella che può essere considerata la pietra miliare degli studi sulla comunicazione. I lavori dello studioso portarono, infatti, alla pubblicazione del testo di riferimento per chiunque voglia occuparsi di comunicazione e dei suoi effetti pragmatici. Ci riferiamo al libro Pragmatica della comunicazione umana, che presenta per la prima volta i 5 assiomi della comunicazione che disvelano i principi attraverso i quali la comunicazione con gli altri e con sé stessi ha la capacità di costruire realtà, definire relazioni, modificare la percezione e orientare le scelte. La cosa forse più sorprendente è che il testo sia al tempo stesso un manuale per gli esperti del settore, frutto di un sistematico e rigoroso processo di ricerca, e un punto di riferimento utile, se non indispensabile, per ogni individuo che voglia comprendere come la comunicazione costruisce e definisce le relazioni, giocando un ruolo determinante all’interno della vita di ognuno di noi.

NON SI PUÒ NON COMUNICARE

Addentriamoci adesso in un viaggio tra gli assiomi della comunicazione per scoprire l’effetto e la rilevanza che la comunicazione gioca sempre, e a volte in modo inaspettato, nella nostra vita.

Immaginiamo di salire su un vagone di un treno o di essere in attesa nella sala di aspetto di un medico: guardandoci intorno noteremo persone con la testa china sul proprio cellulare. Senza volerci addentrare nell’analisi del rapporto fra uomo e tecnologia o nei problemi dell’iperconnessione, possiamo con sicurezza affermare che queste persone ci stanno comunicando qualcosa: ci stanno dicendo che non sono interessate a comunicare con noi e che preferiscono fare altro.

Il primo assioma della comunicazione, così illuminante nella sua semplicità quanto potente nei suoi effetti, è proprio questo: non si può non comunicare. Anche quando pensiamo di non comunicare in realtà stiamo dicendo che non siamo interessati a comunicare.

Nonostante le persone sembrino interessate particolarmente al contenuto di ciò che viene detto, occorre sempre considerare che ogni atto comunicativo ha in sé un aspetto di relazione. In altri termini ciò che diciamo cambia di significato in base al modo in cui lo diciamo. Ciò è molto evidente durante le discussioni all’interno di una coppia: quando marito e moglie litigano, raramente questo ha a che vedere con la cosa in sé, molto più spesso ha a che vedere con la relazione stessa. Quando si discute, si discute della relazione, di come vogliamo essere considerati e di come ci sentiamo davvero visti. Altrimenti per quale motivo le coppie dovrebbero discutere per il dentifricio non chiuso bene o per le scarpe lasciate in giro? Se traduciamo il contenuto in relazione, ovvero prendiamo in considerazione la metacomunicazione, vediamo come quella sul dentifricio non chiuso sia in realtà una discussione sulla relazione in cui lei non si sente considerata a sufficienza: «Ti ho detto mille volte questa cosa, lo sai che mi dà fastidio… continui a farla, questo significa che non mi consideri abbastanza», mentre per lui è la dimostrazione del fatto che la compagna si lamenta di ogni piccola cosa, avendo da ridire su tutto; «Non ti va mai bene nulla, vuoi comandare su tutto…».

ORDINE DEGLI SCAMBI E ASPETTI NON VERBALI

Ancora più illuminante per le coppie è il terzo assioma della comunicazione, che ci porta nel mondo della percezione e della costruzione della realtà in base a come «punteggiamo» gli eventi, ovvero in base all’ordine che diamo agli scambi comunicativi. Facendo riferimento al famoso esperimento di condizionamento di Pavlov in cui il cane viene condizionato ad avere la risposta di salivazione al suono di un campanello, prima associato al cibo, possiamo vedere come il cane punteggi diversamente gli eventi e si congratuli con sé stesso per aver condizionato lo sperimentatore a portargli il cibo ogniqualvolta inizia a salivare. Chi ha condizionato chi? Dipende da come punteggiamo la sequenza degli eventi. Nelle relazioni e nelle interazioni comunicative non ci sono mai una causa iniziale e un effetto, ma cause ed effetti retroagiscono continuamente divenendo l’una causa dell’altro e viceversa. Di nuovo nelle relazioni di coppia questo succede molto sovente. Immaginiamo la seguente interazione. Lei: «Non proponi mai nulla da fare, te ne stai sempre per conto tuo»; lui; «Non propongo nulla perché sembra che ci sia sempre qualcosa di sbagliato in quello che dico»; lei: «Insisto e mi lamento perché non sembri interessato a proporre qualcosa»... così potremmo andare avanti all’infinito, e di fatto, spesso, le coppie vanno avanti all’infinito.

Le cose si complicano ulteriormente quando iniziamo a considerare che la nostra comunicazione è solo in piccola parte digitale o numerica, ovvero collegata al contenuto, mentre è per lo più analogica, ovvero rilevante rispetto al modo in cui il contenuto viene trasmesso. La parte non verbale o paraverbale (come il tono e la prosodia) costituisce una parte significativa e in alcuni casi predominante, come evidenziato dagli studi pionieristici di Albert Mehrabian che nel suo testo Nonverbal communication (1971) ha evidenziato come in alcune circostanze la comunicazione verbale arrivi a influire solo per il 7% nel processo comunicativo.

Diviene, pertanto, fondamentale comprendere come la comunicazione richieda un’attenzione sia agli aspetti di contenuto che agli aspetti analogici, verbali e non verbali che, congiuntamente, consentono di costruire il senso e il significato. Le parole sono importanti, come diceva il protagonista del film Palombella rossa di Nanni Moretti – «Le parole sono importanti, chi parla male pensa male… bisogna trovare le parole giuste» –, e occorre trovare il modo giusto per esprimere le parole giuste.

La relazione fra verbale e non verbale ha trovato, come vedremo, uno sviluppo ulteriore e un’attenzione costante nei lavori che sono proseguiti, a partire dagli anni Ottanta, presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo fondato da Paul Watzlawick e Giorgio Nardone.

COMPLEMENTARITÀ E SIMMETRIA

Terminiamo il nostro breve viaggio tra gli assiomi della comunicazione umana parlando dell’ultimo assioma, forse fra i più conosciuti. Ogni comunicazione può essere o complementare o simmetrica, e ciò dipende dal tipo di relazione che contraddistingue le due persone coinvolte: se paritaria o basata sull’uguaglianza, o viceversa fondata sulla differenza gerarchica e di potere.

Le relazioni simmetriche sono quelle dove due persone hanno lo stesso status, come due colleghi di lavoro, due compagni di classe, o marito e moglie. Le relazioni complementari sono basate sulle differenze: medico-paziente; insegnante-studente… L’adeguatezza della comunicazione non è assoluta, ma dipende dal tipo di relazione entro cui questa si realizza. Lo scontro genitori-figli è un esempio abbastanza lampante di come il figlio cerchi di utilizzare una comunicazione simmetrica all’interno di una relazione che dovrebbe essere complementare, o che fino a quel momento è stata complementare. Di nuovo le liti e le discussioni non hanno a che fare tanto con il contenuto, ma con la relazione. Si discute della gerarchia e del potere all’interno della relazione, non della cosa in sé, che una volta può essere l’orario di rientro e un’altra il tenere in ordine la camera.

Quando comunichiamo dovremmo iniziare a prestare attenzione ai vari aspetti per poterli gestire e non subire. Ovviamente questo richiede una sana consapevolezza, o un’educata incoscienza (Nardone e Bartoli, 2019) per non bloccarci come il millepiedi della storiella che cammina tranquillo con tutti i suoi mille piedi fino a che non incontra una formica che gli chiede come riesca a camminare coordinando tutti quei piedi, cosa che sembra molto difficile. Il millepiedi non ci aveva mai pensato fino a quel momento, ma ritenendo l’osservazione giusta inizia a riflettere su come muove tutti i piedi insieme e dal quel momento non riesce più a camminare.

Lo studio degli effetti pragmatici della comunicazione e il suo utilizzo per la risoluzione di problemi sono stati portati avanti a partire dagli anni Ottanta dal Centro di Terapia Strategica di Arezzo in cui Giorgio Nardone, prima con Paul Watzlawick e poi in collaborazione con numerosi esponenti della terapia breve e sistemica, avvalendosi di un team di ricerca internazionale, ha contribuito allo sviluppo della conoscenza in questo particolare ambito.

Si è, infatti, osservato come la comunicazione sia lo strumento attraverso il quale accompagnare la tecnica di intervento, in quanto non esiste buona tecnica senza un buon modo di comunicarla. L’effetto del nostro agire, anche all’interno del contesto terapeutico, risente da quanto siamo in grado di costruire, attraverso un’adeguata comunicazione, la giusta relazione e da quanto il linguaggio che utilizziamo sostiene e amplifica gli effetti dell’intervento. Numerosi negli anni sono stati gli studi sul ruolo della comunicazione, non solo in ambito clinico, ma anche in contesti aziendali (Nardone, 2000) o interazionali in generale (Nardone, 2013). Lo studio e la ricerca sistematica hanno condotto alla formulazione di una struttura comunicativa: il dialogo strategico (Nardone e Salvini, 2010), che rappresenta un’avanzata metodologia di uso del linguaggio e della comunicazione verbale e non verbale per produrre gli effetti desiderati.

Se la sua applicazione tecnica richiede un’adeguata formazione e un costante addestramento, i suoi principi di base costituiscono un utile punto di riferimento per superare le trappole nascoste nelle pieghe della comunicazione che intratteniamo con gli altri, ma anche con noi stessi. Interagiamo, infatti, costantemente con noi, con gli altri e con il mondo e mentre lo facciamo utilizziamo un certo linguaggio che a sua volta ci utilizza. Come diceva Wittgenstein, le parole sono pallottole che richiedono di essere maneggiate con cura.

 

Giorgio Nardone, fondatore, insieme a Paul Watzlawick, del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, è internazionalmente riconosciuto sia per la sua creatività che per il suo rigore metodologico.

Moira Chiodini, psicologa e psicoterapeuta, e docente presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo, è responsabile dello studio clinico affiliato di Firenze, dove svolge attività di psicoterapia e consulenza.


Bibliografia

Bateson M. C. (1992), «Come è nato ‘Angels Fear’», Aut Aut, 251, 5.
Mehrabian A. (1971), «Nonverbal communication». In Nebraska symposium on motivation, Nebraska U. P., Lincoln.
Morris C. W. (1938), «Foundations of the theory of signs». In International encyclopedia of unified science, Chicago University Press, Chicago, pp. 1-59.
Nardone G. (2013), Cambiare occhi toccare il cuore, Ponte alle Grazie, Milano.
Nardone G. (2000), La terapia dell’azienda malata. Problem solving strategico per organizzazioni, Ponte alle Grazie, Milano.
Nardone G., Balbi E. (2012), Solcare il mare all’insaputa del cielo. Lezioni sul cambiamento terapeutico e le logiche non ordinarie, Ponte alle Grazie, Milano.
Nardone G., Bartoli S. (2019), Oltre sé stessi. Scienza e arte della performance, Ponte alle Grazie, Milano.
Nardone G., Salvini A. (2010), Il dialogo strategico, Ponte alle Grazie, Milano.
Shannon C. E., Weaver W. (1949), The mathematical theory of communication, University of Illinois Press, Urbana.
Watzlawick P. (1997), Istruzioni per rendersi infelici (trad. it.), Feltrinelli, Milano.
Watzlawick P., Beavin J. H., Jackson D. D. (1971), Pragmatica della comunicazione umana (trad. it.), Astrolabio, Roma.

 

 

 

Questo articolo è di Giorgio Nardone, Moira Chiodini ed è presente nel numero 285 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui