Imparare dai figli

I nostri figli, oggi, hanno molto da insegnarci 
su un’abilità digitale 
che può aprir loro strade per noi inimmaginabili.

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In questa epoca sono accaduti due avvenimenti che hanno ribaltato completamente il rapporto tra genitori e figli, una congiuntura psico-socio-culturale che probabilmente non si ripeterà per qualche altro secolo. Il primo cambiamento delle relazioni tra figli e genitori è avvenuto lentamente ma in modo inesorabile: fino a due sole generazioni fa erano i figli a dover ricercare l’amore dei genitori, mentre oggi è l’esatto contrario. Attenzione, sto generalizzando – c’è sempre stato chi ha messo al centro della propria vita i figli –, tuttavia oggi è una tendenza comune e a tratti corretta. Quando vediamo le rappresentazioni della Madonna con il bambino Gesù nelle nostre chiese ciò che notiamo immediatamente è il fatto che la Madonna non guarda suo figlio. Al contrario, se prendiamo una rappresentazione simile dei nostri tempi sicuramente vedremo una madre in contatto oculare con il proprio bambino. Perché questa differenza? Perché fino a pochi secoli fa la mortalità infantile era altissima, per cui si cercava di fare più figli possibile e si sapeva che non tutti sarebbero diventati adulti. Di conseguenza, le madri avevano un certo distacco dai neonati, cosa che sembra assurda alla luce delle nostre teorie moderne sull’attaccamento, eppure per millenni siamo cresciuti in questo modo.

Purtroppo non avendo figli non posso dirvelo di prima mano, ma è ciò che ho nettamente notato negli ultimi anni nel mio studio: un incremento di richieste, da parte dei genitori, di tecniche, modalità, insegnamenti per essere dei caregiver migliori. Se a ciò aggiungiamo il fatto che nelle moderne società tendiamo a fare pochi figli (è una tendenza di tutti i Paesi ricchi, non solo dell’Italia e del suo primato di vecchiaia), possiamo capire perché siamo passati dal cercare di non affezionarci alla prole per timore di perderla a un attaccamento a tratti morboso. Al punto tale che non è raro vedere famiglie completamente messe sotto scacco dal figlio.

Imparare dai figli

Apparentemente siamo passati da un estremo all’altro, ma in realtà credo che si tratti di una tendenza che ha avuto il suo tempo per instaurarsi. A tale fenomeno sociologico dobbiamo aggiungerne un altro, di portata squisitamente psicologica e antropologica: il fatto che per la prima volta nella storia sono i figli a insegnare cose importantissime ai genitori. Ovviamente faccio riferimento alla rivoluzione digitale, e al fatto che i ragazzi oggi sono molto più bravi dei loro genitori a muoversi per i contesti digitali in continua espansione. Sono congiunture che si sono verificate anche in altri periodi: quando la prosperità cresceva e aumentavano pure le libertà individuali, per poi restringersi nei periodi di guerra, di certo i primi a saper leggere erano quelli di una generazione successiva alla generazione di coloro che erano ancora analfabeti. E tuttavia tali cambiamenti erano lenti rispetto a quelli a cui stiamo assistendo oggi, e per la prima volta tuo figlio sa, sempre più rapidamente, molte più cose di te sul mondo che verrà, anche se tu fai fatica ad ammetterlo.

Qualche mese fa è tornato nel mio studio un giovane ragazzo che avevo aiutato qualche anno prima. Entra e mi dice: «Dottore, io ora sto bene e sto anche per laurearmi. È successa una cosa strana mentre studiavo: giocando con i miei amici online, sono diventato talmente bravo che oggi mi pagano per farlo. Non mi pagano per giocare, ma per spiegare le mie strategie di gioco, e sto pensando di farne un lavoretto. Però i miei genitori non solo non mi credono, ma pensano che stia perdendo tempo. Cosa posso fare?». Mettiamoci per qualche istante nei panni dei genitori di Mattia (nome di fantasia), i quali vedono il figlio in procinto di laurearsi, privo di grandi aspirazioni, ma che ha scoperto una cosa della quale essi, i suoi caregiver, sono assolutamente all’oscuro. Faccio la mia seduta con Mattia, ovviamente non gli do consigli o ragione sulla sua nuova passione, ma lo accolgo dicendogli che so bene quanto sia diventato grande il mercato degli esports (campionati di videogames).

Il giorno seguente arriva puntuale la chiamata della madre, che preoccupata mi obietta: «Dottore, ma io pensavo che lei facesse desistere Mattia da questa assurdità di voler giocare invece di lavorare!». Al che chiedo alla signora, che conosco ormai da tempo, se sa che il mercato degli esports è uno dei più grandi sul pianeta e che nel 2019 ha superato per fatturato l’industria degli sport tradizionali.

Sì, hai capito bene: chi gioca ai videogiochi muove più persone e più denaro del tuo calciatore preferito di sempre! Cosa penseresti se a tuo figlio proponessero di diventare un allenatore di calcio, di pallacanestro o di pallavolo?

Quindi, non si tratta solo del fatto che i nostri figli sono più bravi di noi nell’utilizzo del digitale, ma del fatto che tale competenza li porta a conoscere nuovi mondi – mondi reali, fatti di soldi veri e di aziende vere – dei quali noi di solito siamo completamente all’oscuro. I genitori di oggi inoltre sono doppiamente in crisi, da questo punto di vista, perché un po’ sanno utilizzare il digitale e credono che sia ancora tutto formato 1.0, vivono convinti che il fatto di aver usato il DOS li renda più competenti dei loro figli con Tik Tok. In realtà, sono due mondi diversi, di epoche diverse che si affacciano entrambe verso un futuro in rapido cambiamento che i figli sanno interpretare meglio dei padri, e questa è una caratteristica del nostro tempo che mette a dura prova la genitorialità.

Alla fine non ho convinto i genitori di Mattia che giocare con i video­games è una “nuova rivoluzione”; mi sono solo limitato a mostrar loro che si tratta di un’area di sviluppo reale non solo per chi gioca ai videogames, ma soprattutto per il mercato che sta loro intorno. Mattia non è un ragazzo stupido; il suo intento non è diventare un giocatore professionista, ma approfondire bene il mercato e pensare a un qualche prodotto che sia adatto a chi gioca con i videogiochi.

Alla luce di tutto ciò, credo che i miei colleghi che si occupano di genitorialità abbiano un sacco di lavoro davanti a sé. Non lo dico con il sorriso di chi si sfrega le mani e pensa «Che bello, più lavoro per la psicologia!», lo dico con l’espressione di chi è convinto che sia la società stessa a costringerci ad abbracciare sempre di più la psicologia. Infatti, una delle cose che Mattia mi ha chiesto è stata se gli potevo consigliare libri sulla motivazione e la gestione delle emozioni nello sport – «Sa, sono cose molto richieste nel campo dei videogames».

Gennaro Romagnoli, psicologo e psicoterapeuta, è autore di “Psinel”, il podcast di psicologia e crescita personale più ascoltato in Italia. Si occupa di divulgazione online dal 2007.

Questo articolo è di Gennaro Romagnoli ed è presente nel numero 280 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto