Il prima e il dopo di un evento traumatico

Quando si subisce un trauma il rischio è che l’evento drammatico monopolizzi il passato e il domani del soggetto. Ecco dei consigli su come ripristinare un tempo esistenziale continuativo.

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Trauma. Qual è la definizione di questa parola? Molti la declinano come una “ferita”, io aggiungerei anche la parola “frattura”. Gli eventi traumatici hanno la capacità di dividere e fratturare la nostra vita nel giro di un secondo. L’evento semplicemente accade e tu, senza rendertene conto, rimani intrappolato dentro quella frattura temporale che divide il prima dal dopo.

Questa frattura psichica rischia di accompagnare la vita delle persone che hanno subìto un trauma e di spazzar via la possibilità di riuscire a riprendere la visione della propria vita in un arco cronologico unito. Come fare a ripristinare quella linea, a rinarrare la propria storia di vita, in maniera continuativa, senza alcun filo rotto? Per rispondere a questa domanda possiamo fare un parallelo con quello che si intende in medicina rispettivamente per “ferita” e per “frattura”, cosicché sia chiaro a tutti ciò che può accadere alla psiche. 

Solitamente una ferita, un taglio, sanguinano. Se invece immaginiamo una ferita con una frattura, ci saranno dei danni esterni visibili all’occhio, come il sangue, ma ci saranno anche dei danni interni non sempre visibili, per rilevare i quali occorrono altre strumentazioni. I traumi psichici funzionano esattamento allo stesso modo. Ci sono sintomi ben visibili, quelli che notano gli amici e i parenti, e poi ci sono gli altri, quelli che vede un esperto o che iniziate a percepire voi, ma che sono interni, più profondi. 

Il prima e il dopo di un evento traumatico

Quando accade un evento traumatico c’è il rischio che questo non rimanga solo un evento, ma diventi l’evento, come se fosse l’unico. Immediatamente dopo, il nostro cervello divide la nostra storia cronologica e autobiografica in due intervalli, appunto il prima e il dopo. Penso a me. Il 6 ottobre del 2011 ho avuto un incidente motociclistico. Il 7 ottobre apro gli occhi e mi dicono che mi sono fratturata la colonna: ero paralizzata dalla vita in giù, non sentivo e non muovevo niente. 

Questo ti costringe a mettere in discussione i tuoi valori, il tuo stile di vita, i tuoi desideri, le tue relazioni. Non ti riconosci più e nelle relazioni significa anche non riconoscere più gli altri. Come fare, quindi, a ricostruire la nostra storia senza interruzioni? La chiave è una parola: domani. Dopo eventi traumatici non riusciamo più a proiettarci nel futuro, perché il cambiamento, dopo essere stati costretti a subirlo, spaventa. 

Pertanto dobbiamo fare un allenamento mentale: iniziare a programmare il domani. Il “trucco” è proprio non andare troppo il là, non pensare tra un mese o un anno, ma semplicemente un giorno dopo. Vi accorgerete che, dopo qualche tempo, sarete di nuovo in grado di proiettarvi a un mese di distanza. Questo serve per ristrutturare la linea e aumentare la capacità psichica di rappresentare il dopo come un continuum di ciò che siete adesso. 

Per chi ha messo a rischio la propria vita durante eventi traumatici, pensare al futuro e programmare non è solo un allenamento per ristrutturare un continuum, ma è anche una lenta presa di coscienza durante la quale si comprende di essere vivi e si rinforza anche la speranza di esserlo in futuro. Potrebbe sembrare un argomento fuori tema, ma quando si parla di una persona che ha subìto grandi traumi la paura di morire è un punto cruciale che può fungere da ostacolo nella capacità di riprendere in mano la propria vita e proiettarsi verso il futuro.

Rimane da capire come riuscire a collegare anche il passato con il presente nel quale si vive. Questo è, a mio avviso, un percorso molto complesso. Il passato, rispetto al futuro, ha una componente in più: i ricordi. Per collegare la linea temporale occorre narrare e ripercorrere il passato. La difficoltà, in questo caso, si troverà in un unico punto preciso, che è quello che precede di poco l’evento traumatico. Quel momento va mnemonicamente recuperato perché è quello che possiamo definire l’“aggancio”.

Come possiamo farlo? Quegli attimi sono sicuramente molto delicati e personalmente consiglio di farlo durante una terapia. In ogni modo, nella vita quotidiana, ciò vuol dire avere il coraggio di ricordare e, se non si ricorda, farsi raccontare da chi ci era vicino e conosce gli avvenimenti. Questo è l’unico modo di far prendere forma e senso a quella sensazione di vuoto che solitamente rimane. Si tratta di un processo importante per il singolo, così come per i familiari coinvolti.

Questi attimi possono essere dilatati e ovattati per chi subisce il trauma, ma non ci dobbiamo dimenticare che il mondo è in realtà in continuo e incessante dinamismo, ed è proprio questo che la nostra mente ha dimenticato; ha eclissato un momento, come se fosse soltanto un fotogramma, ma in realtà era un video, era dinamico. 

A questo punto alcuni di voi si staranno chiedendo: e il presente? Semplice, il presente è adesso. Il presente è una scelta ed è la vita in ogni suo attimo. Il presente è una congiunzione tra queste due linee – il presente è una e. Passato e futuro.

Giulia Lamarca, psicologa, ama viaggiare e, insieme al marito Andrea, è una travel blogger. Insieme girano il mondo e lo raccontano attraverso il blog MyTravelsTheHardTruth.

Questo articolo è di Giulia Lamarca ed è presente nel numero 277 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto