Alessandro Attanà, Stefania Righi, Tessa Marzi

Capire le emozioni per vivere meglio

LE EMOZIONI SONO UNA PARTE FONDAMENTALE DELLA NOSTRA VITA. IMPARARE A ESSERNE MAGGIORMENTE CONSAPEVOLI CONSENTE DI RAGGIUNGERE UN EQUILIBRIO PSICOLOGICO MIGLIORE CON NOI STESSI E CON GLI ALTRI

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Le emozioni sono meccanismi adattivi indispensabili per la sopravvivenza e il benessere degli animali e degli esseri umani. Per sopravvivere e godere di buona salute è infatti fondamentale avere strumenti che ci consentono di riconoscere cosa è buono da mangiare rispetto a cosa è nocivo, identificare potenziali amici rispetto a potenziali nemici, evitare le situazioni di pericolo ecc. Tutte queste capacità sarebbero impossibili senza l’elaborazione emotiva degli stimoli! Le emozioni infatti guidano attivamente le nostre azioni e sono fondamentali per scegliere, valutare, determinare in maniera flessibile la miglior risposta comportamentale.

Ma cosa sono in realtà le emozioni? La ricerca psicologica ci dice che sono pattern organizzati e complessi di risposte fisiologiche (necessarie a preparare il corpo a una risposta comportamentale rapida), di espressività facciale (con un valore comunicativo e sociale di condivisione dell’esperienza con i nostri simili), di elaborazione cognitiva (ossia analisi razionale della situazione e del contesto) e di vissuto soggettivo emotivo. Gli studi di risonanza magnetica funzionale hanno mostrato che la sofisticata organizzazione delle emozioni si realizza attraverso l’attivazione di un esteso network (il sistema limbico di cui fanno parte strutture come l’amigdala, l’ippocampo, il talamo ecc.) che si interconnette con vaste porzioni della corteccia cerebrale. Da un lato, la corteccia sensoriale elabora gli stimoli emotivamente importanti provenienti dal mondo esterno e ci consente di sperimentare a livello enterocettivo le variazioni fisiologiche (a opera del sistema nervoso autonomo) che avvengono nel nostro corpo quando proviamo un’emozione. Dall’altro lato ampie regioni della corteccia prefrontale interpretano cognitivamente gli stimoli e le informazioni contestuali per orientare e coordinare le nostre azioni (figura qui sotto).

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Sono numerosi gli studi neurofisiologici che hanno dato negli ultimi anni spunti fondamentali per lo sviluppo di teorie che spiegano i diversi aspetti dell’esperienza emotiva. Per esempio, la teoria dimensionale delle emozioni di Russel (o “modello circomplesso”, 2003; vedi Demaree et al., 2005) sostiene che la vasta gamma delle esperienze emotive può essere sintetizzata nella combinazione lineare di due dimensioni, la valenza e l’arousal, che variano ciascuna secondo un continuum. La valenza corrisponderebbe alla dimensione piacevolezza-spiacevolezza soggettiva (dalla valenza positiva alla valenza negativa) del vissuto emotivo, mentre l’arousal rifletterebbe il grado di intensità della risposta emotiva e quindi il livello di attivazione fisiologica (da un arousal alto a un arousal basso). Per fare un esempio, la tristezza e la rabbia sarebbero entrambe due esperienze spiacevoli, quindi a valenza negativa, ma si differenzierebbero tra loro per il livello di arousal, laddove la tristezza è uno stato emotivo meno attivante rispetto alla rabbia. Tale teoria è stata sviluppata proprio a partire da studi di neuroimmagine che mostrano l’esistenza di due sistemi neurali indipendenti. Un sistema classificherebbe le emozioni secondo un continuum di piacevolezza-sgradevolezza (valenza), e un sistema differente rileverebbe l’intensità in termini di attivazione fisiologica e arousal. Riprendendo il nostro esempio, la tristezza e la rabbia attiverebbero in modo simile le strutture neurali che riconoscono la valenza negativa, ma in modo parzialmente differente le strutture cerebrali coinvolte nella rilevazione dell’arousal. Però la valenza e l’arousal non sarebbero gli unici aspetti cardine dell’elaborazione emotiva. Infatti una caratteristica fondamentale delle emozioni è il loro ruolo adattivo nella preparazione della risposta comportamentale. In tal senso il “modello avvicinamento-evitamento” di Davidson (2000; vedi anche Demaree et al., 2005) sottolinea che alcune emozioni come la rabbia, la felicità o la sorpresa sarebbero accomunate da una spinta motivazionale di avvicinamento all’oggetto che le ha prodotte. Per contro emozioni come la paura, il disgusto o la tristezza condividerebbero tra loro una spinta all’evitamento dell’oggetto e/o della situazione stimolo che le ha innescate. Al livello neurofisiologico queste diverse spinte motivazionali si rifletterebbero in una differente attivazione dei due emisferi cerebrali. Lo studio di Davidson e del suo gruppo (2000) dimostra infatti che le persone più soggette a vissuti di paura, tristezza e senso di colpa, e quindi più propense a comportamenti di chiusura ed evitamento degli stimoli, mostrano una maggiore attivazione elettrofisiologica nelle regioni anteriori frontali di destra. Per contro, le persone più ottimiste, entusiaste, reattive agli stimoli e socievoli, e quindi maggiormente predisposte a risposte di avvicinamento, mostrano una maggiore attivazione elettroencefalografica nelle regioni anteriori frontali di sinistra (a riposo). Quest’ultima tipologia di persone, riferisce tipicamente un maggior livello di benessere psicologico probabilmente proprio in relazione alla capacità di apertura verso le esperienze e l’interazione sociale.

A PSICOTERAPIA IL RICONOSCIMENTO DELLE EMOZIONI E L’INTERAZIONE SOCIALE

Un aspetto rilevante delle emozioni nella nostra specie è proprio la loro importanza per l’interazione sociale. Noi esseri umani nasciamo infatti più immaturi di altri animali e abbiamo bisogno per sopravvivere di un altro individuo che si prenda cura di noi. Questa caratteristica ci rende, per necessità, estremamente sociali, e per questa ragione il cervello umano è molto ben equipaggiato di tante strutture e circuiti neurali che consentono di riconoscere in modo sofisticato ed efficiente le espressioni facciali degli altri. Sappiamo da numerosi studi che esistono differenze nel modo in cui il nostro cervello identifica i volti con espressione emotiva rispetto a quelli con espressione neutra. Questo perché la natura “emotiva” degli stimoli costituisce un “segnale speciale” per il cervello. Indica infatti la necessità di prestare maggiore attenzione a quello stimolo che ha una rilevanza particolare in termini di sopravvivenza e adattamento all’ambiente, oltreché, nel caso dei volti, nei termini di comprensione degli stati mentali dei nostri simili. Per esempio, uno studio del nostro gruppo ha mostrato che i volti impauriti sono riconosciuti e memorizzati meglio rispetto ai volti neutri proprio perché segnalano la possibile presenza di un pericolo e quindi la necessità di organizzare prontamente una risposta comportamentale di fuga (Righi et al., 2012). Ma anche i volti sorridenti vengono elaborati e memorizzati meglio rispetto ai volti neutri, probabilmente perché un’espressione positiva segnala un potenziale amico o pattern e quindi qualcuno che può esserci di aiuto e con cui vale quindi la pena interagire. La migliore elaborazione dei volti a contenuto emotivo rispetto ai volti con espressione neutra è stata confermata da moltissimi studi e sta alla base anche della nostra capacità di interagire adeguatamente con gli altri perché siamo in grado di comprenderne lo stato mentale. Tale capacità viene definita empatia, ossia la capacità di sentire cosa sente l’altra persona, immedesimarsi nel suo vissuto. Questo meccanismo di comprensione profonda dell’altro si realizza proprio perché la nostra mente è capace infatti di simulare quello che sta succedendo nella mente dell’altra persona, attivando le stesse aree. Per esempio, se osserviamo una persona che prova dolore, riconosciamo la sua espressione facciale e il nostro sistema interno attiva in maniera attenuata le nostre aree cerebrali del dolore (per esempio l’insula) per darci una rappresentazione interna dello stato mentale dell’altro. Tale capacità, che è fondamentale nella vita sociale perché ci consente di entrare in sintonia con lo stato emotivo altrui, non è ugualmente sviluppata in tutte le persone. Esistono infatti differenze individuali nelle capacità empatiche fino ad arrivare a una condizione di incapacità di sintonizzarsi sui sentimenti e vissuti altrui, come anche di percepire consapevolmente i propri vissuti emotivi, che viene definita “alessitimia”. Gli studi sui soggetti alessitimici mostrano che queste persone hanno una risposta neurale ridotta a livello di sistema limbico in varie strutture, tra cui l’amigdala che è fondamentale nell’identificazione delle emozioni. In altri studi è emersa anche un’attivazione a livello della corteccia frontale di destra (Gavazzi et al., 2017).

EMOZIONE E COGNIZIONE: CHI INFLUENZA CHI?

Il rapporto tra emozione e cognizione può essere visto come un’interazione circolare in cui gli aspetti cognitivi (per esempio l’attenzione, la memoria e il ragionamento che ci consentono di interpretare le situazioni) influenzano le emozioni e sono a loro volta influenzati dalle emozioni stesse. Un aspetto importante nell’interazione tra cognizione ed emozioni riguarda il fenomeno per cui gli stati emotivi possono influenzare l’elaborazione cognitiva. È osservazione comune che uno stato di agitazione emotiva possa compromettere la capacità di prestare attenzione, memorizzare adeguatamente e ragionare. Ma gli effetti dell’emozione sui processi cognitivi, e in particolare sull’attenzione, sono anche più sottili e spesso si realizzano al di fuori della consapevolezza. Le emozioni negative (soprattutto la paura) restringono il nostro focus attentivo (attentional narrowing) aiutandoci magari ad analizzare meglio alcuni aspetti legati alla pericolosità o negatività, ma impedendoci di cogliere la totalità delle situazioni. Questo implica anche un peggioramento della memoria per i dettagli non emotivi degli eventi e una minore creatività nella risoluzione dei problemi. Inoltre, le emozioni negative possono produrre alterazioni nella nostra capacità di memorizzare volontariamente le informazioni (Marzi et al., 2014). Al contrario le emozioni positive come la felicità producono un ampliamento dell’attenzione (attentional broadening) aumentando la creatività e la capacità di memorizzare informazioni. Per esempio, riconosco meglio un volto sorridente se l’ho memorizzato in un contesto positivo (Righi et al., 2015).

L’altro aspetto rilevante, nell’interazione tra cognizione ed emozioni, riguarda l’effetto modulatorio che la cognizione ha sulle emozioni, legato proprio agli aspetti interpretativi e ben descritto dalla “teoria dell’emozione costruita” della psicologa Lisa Barrett-Feldman (2004). Secondo questa autrice le emozioni sono costruzioni del mondo basate su una concettualizzazione emotiva che abbiamo appreso e memorizzato nel corso della vita in base alle nostre esperienze pregresse. Questi concetti emotivi costituirebbero una vera e propria mappa cognitiva che verrebbe usata per interpretare e predire i vissuti soggettivi che si attivano nell’interazione con l’ambiente. A livello fisiologico infatti le emozioni sono molto simili tra loro in termini di attivazione. La rabbia e la paura per esempio producono entrambe un’attivazione simile sia del sistema nervoso autonomo simpatico sia dell’amigdala, che è una struttura sottocorticale fondamentale per l’elaborazione degli stimoli emotivi. Come facciamo quindi a riconoscere un vissuto interno di rabbia da uno di paura?

La nostra mente distinguerebbe i due vissuti in relazione sia a come il cervello interpreta e classifica le sensazioni che riceve dal corpo (enterocezione) sia a come interpreta l’input sensoriale che riceve dall’ambiente. Un corollario molto interessante di tale teoria è che il benessere psicofisico ed emotivo è maggiore se abbiamo un ampio repertorio di concettualizzazioni e sfumature emotive a nostra disposizione tra cui scegliere (“granularità emotiva”) per comprendere quale emozione stiamo provando, qual è la situazione contestuale e quali sono le emozioni che provano gli altri. Questo implica l’importanza di raffinare la nostra consapevolezza emotiva perché è soltanto attraverso di essa che possiamo realmente orientare in modo consapevole e presente il nostro comportamento. Non si tratta di esercitare un controllo sulle emozioni, al contrario si tratta di conoscerle in profondità, prenderci confidenza e accettarle per ottenere una più efficace regolazione delle emozioni stesse. Studi neuroscientifici mostrano che uno strumento estremamente utile a tal fine è la pratica della mindfulness (Tang et al. 2015). Tale pratica, che si basa sull’ampliamento della consapevolezza corporea, emotiva e mentale del momento presente modula e trasforma l’attivazione delle regioni deputate alle emozioni (amigdala, insula, ecc.), alle risposte del sistema nervoso autonomo (incrementando l’attivazione del sistema parasimpatico, che ci fa rilassare e stare in equilibrio) e delle regioni prefrontali che coordinano l’attività emotivo-cognitiva (Gross, 2014). Alcuni studi di neuroimmagine (Tang et al., 2015) hanno mostrato come dopo sole 8 settimane di pratiche di mindfulness, basata sulla riduzione dello stress, nei cervelli dei partecipanti avvenivano delle rimodulazioni a livello delle connessioni cerebrali per effetto di fenomeni di neuroplasticità (cambiamenti neurali dovuti a stimolazione). In questi cambiamenti si rafforzano le connessioni neurali tra strutture prefrontali e amigdala facendo ottenere un maggior controllo e una più efficace regolazione delle emozioni. L’aspetto che emerge in generale dagli studi condotti sulle pratiche di meditazione (inclusi gli studi sui monaci) è che il cervello dopo un intenso allenamento può cambiare, può rimodellarsi, dimostra la sua plasticità (come un muscolo quando ci alleniamo). Possiamo, dunque, imparare a essere maggiormente consapevoli e meno in balia delle nostre emozioni, positive o negative che siano, per vivere meglio, in un equilibrio psicologico migliore con gli altri e noi stessi.

Tessa Marzi, PhD in Psicologia cognitiva, è ricercatrice e docente di Psicologia generale presso l’Università degli Studi di Firenze. Le sue pubblicazioni internazionali si concentrano sullo studio della relazione mente-cervello in riferimento ai processi cognitivi ed emotivi.

Stefania Righi, docente di Regolazione dei processi cognitivi e metacognitivi presso l’Università degli Studi di Firenze, è autrice di numerose pubblicazioni scientifiche internazionali. I suoi interessi riguardano i rapporti tra cognizione ed emozioni.

Alessandro Attanà, psicologo e psicoterapeuta in formazione, è responsabile dell’Area Psicologica Comunità Amore e Libertà Onlus (Impruneta, FI). Opera nell’ambito dellindividuale e di gruppo nelle comunità terapeutiche psichiatriche.


Bibliografia

Barrett-Feldmann L. (2018), How emotions are made. The secret life of the brain, Mariner Books, New York.
Demaree H. A., Everhart D. E., Youngstrom E. A., Harrison D. W. (2005), «Brain lateralization of emotional processing: Historical roots and a future incorporating “dominance”», Behavioral and Cognitive Neuroscience Reviews, 4 (1), 3-20.
Gavazzi G., Orsolini S., Rossi A., Bianchi A., Bartolini E., Nicolai E., Soricelli A., Aiello M., Diciotti S., Viggiano M. P., Mascalchi M. (2017), «Alexithymic trait is associated with right IFG and pre-SMA activation in non-emotional response inhibition in healthy subjects», Neuroscience Letter, 658, 150-154.
Gross J. J. (2014), «Emotion regulation: Conceptual and empirical foundations». In Handbook of emotion regulation, 2nd ed., The Guilford Press, New York, pp. 3-20.
Marzi T., Regina A., Righi S. (2014), «Emotions shape memory suppression in trait anxiety», Frontiers in Psychology,
3 (4), 1001.
Righi S., Gronchi G., Marzi T., Rebai M., Viggiano M. P. (2015), «You are that smiling guy I met at the party! Socially positive signals foster memory for identities and contexts», Acta Psychologica, 159, 1-7.
Righi S., Marzi T., Toscani M., Baldassi S., Ottonello S., Viggiano M. P. (2012), «Fearful expressions enhance recognition memory: Electrophysiological evidence», Acta Psychologica, 139, 7-18.
Tang Y., Hölzel B., Posner M. (2015), «The neuroscience of mindfulness meditation», Nature Reviews Neuroscience, 16 (4), 213-225.

Questo articolo è di Alessandro Attanà, Stefania Righi, Tessa Marzi ed è presente nel numero 286 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui