Accontentarsi di ciò che conta

In mezzo a tante profezie sul dopo-pandemia – il mondo necessariamente cambierà o rimarrà pressoché uguale a prima? – vi è una certezza da raccogliere: si vive autenticamente solo insieme agli altri.

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La nostra civiltà è stata, e ancora è, attraversata da un cataclisma non tanto e non solo per il fatto che molte persone hanno sofferto per un virus terribile e che tante per questo virus sono morte, ma anche perché l’impatto col Covid-19 ha messo in crisi la nostra pretesa invulnerabilità, ma anche parecchie altre certezze e gerarchie di valori. Di sicuro avrai già letto altrove le innumerevoli “litanie” dei danni che la pandemia ha portato, sta portando e continuerà a portare globalmente, ma vorrei egualmente ricordartele attraverso le inaspettate parole di qualche mese fa di monsignor Derio, vescovo di Pinerolo: «In questi giorni si è acceso un dibattito sulle messe: aprire o aspettare ancora? In realtà la vita di tutti ci sta dicendo di pensare a cose più urgenti: il dolore di chi ha perso un famigliare, senza neppure poterlo salutare; l’angoscia di chi ha perso il lavoro e fatica ad arrivare a fine mese; il peso di chi ha tenuta chiusa un’attività per tutto questo tempo e non sa come e se riaprirà; i ragazzi e i giovani che non hanno potuto seguire lezioni regolari a scuola; i genitori che devono con fatica prendersi cura dei figli rimasti a casa tutto il giorno; la ripresa economica con un impoverimento generale […] Queste sono questioni che mi porto nel cuore». 

Le parole del vescovo, che ho letto nelle settimane di isolamento forzato, mi hanno colpito da più punti di vista: potrei sembrare di parte, in quanto sacerdote, ma in realtà mi hanno colpito proprio perché capaci di meravigliare anche un cattolico! Monsignor Derio è rimasto in condizioni assai gravi per il contagio del Covid-19: un’occasione per lui della meravigliosa ricostruzione di una gerarchia di valori al centro della quale ha posto l’essere umano

LA CRISI E IL BIVIO: UMANI O DISUMANI?

Nei mass media, nei social, nell’editoria, in molte trasmissioni i titoli che notiamo sono di questo tenore: «Il mondo che sarà. Il futuro dopo il virus», «Il futuro che sogniamo dopo il Coronavirus», «Che mondo sarà dopo che tutto questo sarà passato?». È chiaro a tanti, sia pure non a tutti, che il modello di vita precedente è stato messo profondamente in crisi, ma gli esiti previsti di tale crisi dividono i maître-à-penser su posizioni spesso diametralmente opposte: chi pensa che tutto cambierà e chi pensa che tutto resterà come prima, anzi forse peggiorerà! Il cantautore Francesco Guccini ha dichiarato durante una trasmissione radiofonica che «non saremo migliori. È nella natura umana dimenticarsi presto delle tragedie passate, per riprendere la vita di sempre».

Per il teologo della liberazione Leonardo Boff, invece, «dopo il Coronavirus non sarà più possibile continuare il progetto del capitalismo come modo di produzione, né del neoliberismo come la sua espressione politica». Lo scrittore Michel Houellebecq ha dichiarato ai giornali: «Non credo mezzo secondo alle dichiarazioni del tipo “niente sarà più come prima”. Al contrario, tutto resterà esattamente uguale», se appunto non peggiorerà. Mentre il regista cinematografico David Lynch in un’intervista ha sostenuto che, al contrario, «saremo tutti più spirituali e gentili».

Ambedue i fronti, però, mi pare che incappino in un “vizio” di prospettiva, come se qualcosa debba succedere o non succedere inesorabilmente. Quanto può succedere, invece, a me sembra molto più interessante, perfino più avvincente rispetto alle rasserenanti profezie, alquanto diffuse, delle “magnifiche sorti e progressive” che si realizzeranno ineluttabilmente, dopo la pandemia. Siamo in un momento di grande verità e libertà, non andrà né in un modo né in un altro, siamo semplicemente a un bivio e saremo noi, liberi umani, a scegliere quale direzione prendere: se più umani o più disumani.

Si tratta di una grande occasione di esercitare efficacemente il primato della coscienza, ma su una cosa saremo vincolati: la soluzione verso una più alta umanità sarà possibile se presa assieme, perché, come già diceva don Milani da quel monte Giovi sulle cui pendici si trova la chiesetta dove per lungo tempo io ho celebrato la messa domenicale, «sortirne tutti assieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia». 

«Ci siamo trovati sulla stessa barca e ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo. Siamo chiamati a remare insieme». Queste le parole che papa Francesco ha fatto echeggiare in piena pandemia sul sagrato deserto di San Pietro e che sono risuonate in tutto il mondo affinché prendessimo coscienza che la profonda crisi di cui questa pandemia è latrice può donare all’umanità dei valori preziosi, a partire dalla solidarietà.

Il filosofo sloveno Slavoj Žižek, conosciuto per i suoi richiami al pensiero di Jacques Lacan, oltre che al pensiero marxista, autodefinitosi un «ateo cristiano», riflette su come «una sospensione della socialità è qualche volta il solo accesso all’alterità, un modo per sentire vicine tutte le persone isolate sulla Terra». Nelle sue riflessioni, la pandemia attuale ha portato un innalzamento dei livelli di solidarietà: «Non mi riferisco ad un’idealizzata solidarietà tra le persone: al contrario, la crisi attuale dimostra chiaramente come la solidarietà e la cooperazione globali siano nell’interesse della sopravvivenza di tutti e di ciascuno di noi, come esse siano la sola scelta razionale ed egoistica da fare» (Žižek, 2020). 

SCEGLIERE IL SENSO NELLE VICENDE ESISTENZIALI

«Essere uomo vuol dire rivolgersi verso qualcosa che sta oltre sé stesso, che è diverso da sé stesso, qualcosa o qualcuno: un significato da realizzare o una persona da amare». Il pensiero dello psichiatra austriaco Frankl, fondatore della logoterapia, ci mostra che il bisogno di scegliere un “significato” è universale nell’essere umano: esso dona senso, scopo, valore personale nella vita. Questa ricerca accompagna tutte le fasi del ciclo vitale di una persona ed emerge in modo preminente nelle situazioni critiche. Il significato può essere mantenuto, ritrovato e rinforzato, ma è soprattutto attraverso la libera scelta che esercitiamo un potere sugli eventi, determinando così una migliore qualità del tempo di vita.

Frankl in un’esperienza estrema di crisi, quale è stata per lui la prigionia in un lager nazista, testimonia il prevalere della libertà interiore su quella esteriore: «Diventa schiavo degli influssi del mondo del lager, nello sviluppo del suo carattere, solo l’individuo che s’è già lasciato cadere prima spiritualmente e umanamente; ma si lasciava cadere solo chi non aveva più un sostegno interiore». Frankl, con la sua testimonianza di vita e il suo lavoro di terapeuta, ci ricorda che tutti possiamo “scegliere” un senso che ci salvi nei momenti difficili. «Tutto può essere tolto a un uomo, ad eccezione di una cosa: l’ultima delle libertà umane: poter scegliere il proprio atteggiamento in ogni determinata situazione, anche se solo per pochi secondi». 

In fin dei conti, la crisi è anche un dono, capace di restituire la libertà che la routine e l’inesorabilità della vita quotidiana ci hanno rapito. La crisi, come esprime il significato letterale della parola greca, è fondamentalmente una “scelta”: la stessa pandemia, quindi, non è stata solo portatrice di morte e sofferenza, è anche portatrice di un dono, ci rimette nella condizione di essere protagonisti del nostro futuro. Una civiltà senza crisi è una civiltà morente, che ha abdicato al suo diritto/dovere di scegliere, di decidere. 

Diceva Albert Einstein che «L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla».

Epitteto, filosofo amato e citato anche da molti antichi pensatori cristiani, asseriva, e testimoniava con la propria vita, che i fatti non sono di per sé positivi o negativi, ma siamo noi a poter decidere il senso in cui interpretarli. Egli non solo sosteneva che sta a noi interpretarli, ma che dobbiamo anche avere fiducia che, scegliendo la lettura positiva dei fatti, saremo più vicini alla verità, ché dietro le nostre vicende si nasconde un’amorevole mano divina.

Quale sarà l’oggetto della scelta in tempo di pandemia, quali le due direzioni del bivio? Secondo papa Francesco, dopo la tempesta sarà necessario scegliere tra «una revisione dei propri punti di riferimento sociali, economici e culturali, oppure piegarsi al dio Denaro e cadere nel suo sepolcro». Una terza via non è data: o veramente umani o precipitare nella disumanità, giacché «quando non serviamo il Signore Dio, serviamo il Signore Denaro».

 

ACCOGLIERE LA SFIDA

Nel descrivere il dibattito tra ottimisti e pessimisti sul post-pandemia, abbiamo omesso una terza categoria “silenziosa”: coloro che non vedono l’ora di tornare al mondo di prima. Sarà forse una dolorosa scoperta realizzare che così non sarà. Forti ancora una volta le parole del vescovo di Pinerolo: «La questione serissima è: “Non è una parentesi!”. Vorrei che l’epidemia finisse domani mattina e la crisi economica domani sera. Ma non sarà così. In ogni caso questo periodo di pandemia e di crisi non è una semplice parentesi. Molti pensano: “Questa parentesi si è aperta a inizio marzo, si chiuderà e torneremo alla società e alla Chiesa di prima”. No. È una bestemmia, un’ingenuità, una follia. Questo tempo parla, ci parla. Questo tempo urla. Ci suggerisce di cambiare. La società che ci sta alle spalle non era “la migliore delle società possibili”».

In fin dei conti, il mondo che troppi sperano riappaia magicamente era lo stesso che fino a pochi mesi fa veniva criticato e deplorato. Forse, quindi, non è tanto quel mondo ad essere desiderato, ma il torpore, ad esso connesso, di una vita che non ti pone interrogativi, in cui tutto è programmato e la crisi, con la libertà alla quale è collegata, non ha spazio! Una società robotico-informatica popolata da individui senza illusioni e senza sogni. Ciò che purtroppo dobbiamo constatare è che la tentazione del torpore è sempre forte, e non possiamo illuderci di avere occasioni infinite per uscirne. Il teologo Boff invita a prendere al volo l’occasione di «vedere la Terra in modo diverso e poter sentire con il cuore la nostra appartenenza ad essa e al Grande Universo […] È urgente e il tempo è poco, non possiamo fare troppo tardi». 

Teoria della gestione del terrore

La Terror Management Theory (teoria della gestione del terrore) ci mostra, a partire da numerosi studi empirici, che il senso di appartenenza e di condivisione di valori culturali e spirituali è un importante fattore di protezione rispetto alla Death Anxiety, ossia all’ansia e alla paura legate alla morte. Le ricerche mettono in luce che la solidità di una cultura di riferimento e il potersi riconoscere quali membri di valore all’interno di essa sono elementi fondamentali nella gestione dell’angoscia ingenerata dal confronto con la propria o altrui mortalità.

LA MORTE CI SVELA I VALORI ESSENZIALI

Da anni mi occupo di accompagnare i morenti e le persone con una malattia invalidante che minaccia la vita. Mai come in questo periodo ho visto irrompere il tema della finitudine e della morte a livello sociale. Forse proprio in questo contesto possono essere utili gli studi in ambito tanatologico che dimostrano come di fronte alla prospettiva concreta della propria mortalità – è il caso della pandemia – i valori delle persone cambino. Diverse ricerche scientifiche pongono l’accento sull’importanza dei valori personali e del senso dell’esistenza durante il percorso di cura che si approssima alla morte di una persona, in cui vengono rafforzati i valori legati alla spiritualità, alla solidarietà e all’altruismo.

Lo psicoterapeuta Martin Fegg, docente e ricercatore dell’Università di Monaco, nel 2008 ha effettuato un interessante studio su come cambia la gerarchia dei valori quando una persona scopre di avere una malattia grave. Egli ha somministrato un questionario a 20 000 persone in tutto il mondo, di culture e religioni diverse. Fegg si proponeva di indagare una serie di valori che potessero essere considerati fondamentali e che accomunassero le diverse culture: i risultati hanno confermato che nell’approssimarsi della morte la persona scopre ed esperisce l’importanza del rapporto con l’altro. Nelle persone con malattia in fase terminale sottoposte al test, indipendentemente dalla religione e dal tipo di malattia è stato osservato un evidente spostamento della gerarchia dei valori nella direzione dell’altruismo. E quei dati andavano in direzione opposta a quello che era rilevato nella popolazione “sana”!

Il dato da tener presente è in che modo questo cambiamento di valori incide sulla qualità di vita delle persone. In sintonia con quanto mostrato da vari studi, la qualità della vita nella sua fase terminale non dipende esclusivamente dall’autonomia fisica; al contrario, lo studio evidenzia come il cambiamento nella gerarchia dei valori di fronte alla minaccia della morte abbia portato le persone coinvolte nella ricerca a comprendere che ciò che contava davvero nella vita andava ben oltre gli aspetti fisico-materiali della propria esistenza (si veda il box a fianco). Lo spostamento delle priorità verso l’altruismo rappresenta un passo “al di là di sé stessi” che apre il cuore a una dimensione di umanità che trascende l’individuo.

MI ACCONTENTO DI CIÒ CHE CONTA

Papa Francesco ci sollecita ancora da quel famoso sagrato divenuto per qualche tempo il centro del mondo: «Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri». 

Ognuno può trovare la propria rotta, verso l’Assoluto o verso gli altri, ma per ognuno deve trattarsi di scegliere qualcosa di trascendente, che ci superi. L’isolamento ci ha dato la possibilità di scoprire uno dei misteri della vita: si vive per l’altro e/o per l’Altro. Ancora il vescovo Derio, alla domanda del giornalista su quali sensazioni avesse provato nell’avere sfiorato la morte per Covid-19, ha risposto con parole efficaci: «Come se tutto stesse evaporando. Tutte le cose, tutti i ruoli, tutto. Sa cosa restava? La fiducia in Dio e le relazioni costruite. Ecco, io ero fatto solo di queste due cose. Erano due cose salde, erano me».

La sete frenetica di relazione attraverso i supporti telematici, durante l’isolamento, ha dimostrato definitivamente che una vita vera non può esistere senza relazioni, che esse non sono un optional secondario, bensì la vita stessa. Molto spesso ci si accorge che qualcosa è prezioso quando ne siamo privati – l’abitudine getta un velo sugli occhi –, e sono proprio gli occhi l’organo essenziale della relazione in tempi in cui non ci si può toccare. Siamo costretti ad “accontentarci” dell’essenziale, scoprendo che quel “guardare e non toccare” che ci hanno ripetuto all’infinito sin da piccoli potrebbe forse essere una rivelazione, potrebbe farci scoprire uno dei valori più grandi nella relazione: approcciarsi all’altro come a qualcosa di sacro, che solo gli occhi possono raggiungere. Il
poeta Gibran ci insegna che «L’anima è la nostra dimora; i nostri occhi sono le sue finestre». L’isolamento, la morte, la pandemia ci hanno costretti a tornare all’essenziale anche nelle relazioni, e accontentandoci di quanto ci è permesso scopriamo che è ben più di quanto ci permettevamo prima. Accontentarsi, in fin dei conti, significa essere contenti, ma questo non potrà mai succedere finché non avremo imparato a conoscere i nostri desideri, perché sono quelli che ci fanno vivere sempre proiettati lontano dal presente, tra aspettative e delusioni.

Proiettati verso un futuro immaginario, perdiamo anche la bellezza delle relazioni di amore che abbiamo costruito. Accontentarsi anche solo di respirare, stante che a molti il Coronavirus ha rubato perfino il respiro, e acquisire consapevolezza che quando respiriamo condividiamo la stessa aria con le persone amate. Non so cosa ci attenderà dopo la pandemia, ma so che fin da ora posso respirare assieme e nutrirmi con gli occhi dell’amore delle persone che ho vicino a me. E di questo sono molto contento.

Guidalberto Bormolini, monaco e antropologo impegnato nel dialogo interreligioso, è docente nel master End Life dell’Università di Padova e presidente di Tutto è Vita Onlus.

Riferimenti bibliografici

Bormolini G., Manera S., Testoni I. (2020), Morire durante la pandemia. Nuove “normalità” e antiche incertezze, EMP, Padova.
Frankl V. (2007), Uno psicologo nei lager (trad. it.), Edizioni Ares, Milano.
Guigoni A., Ferrari R. (a cura di, 2020), Pandemia 2020. La vita quotidiana in Italia con il Covid-19, M&J Publishing House, s.l.
Žižek S. (2020), Pandemic! Covid-19 shakes the world, OrBooks, New York-London.

 

Questo articolo è di Guidalberto Bormolini ed è presente nel numero 280 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto