Un'estetica dell'addio

In parecchi casi coloro che abbandonano un social dopo averlo frequentato magari per molto tempo, lo fanno con una certa ostilità, come rinnegando quell’agorà virtuale alla quale tanto hanno contribuito. Salvo poi farvi ritorno più o meno con la coda tra le gambe.

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All’utente dei social di lunga pezza capita di confrontarsi con il nuovo genere letterario e psicologico di Facebook che è il messaggio di commiato. Succede, cioè, che a un certo punto arrivi in bacheca un comunicato solenne in cui viene reso noto il desiderio di lasciare il social. Ne scrivo volentieri qui perché questo messaggio di commiato sta acquistando una sorta di canone estetico ed emotivo che dà diversi spunti di riflessione.

Il messaggio di commiato ha infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, accenti di aspro rimprovero con ricadute di moralismo savonarolesco. Il minimo sindacale dello slancio retorico è “Non vi rendete conto che c’è una vita fuori di qui!” (sottotesto – a volte mica tanto sotto: “Pavidi debosciati, schiavi del sistema”). Ma sono molto frequenti anche altri tonanti richiami alla morale e al giusto evidentemente preclusi dal mondo social, spessissimo vissuto come irto di attaccabrighe, campo minato di conflitti, luogo dove la comunicazione vera è interdetta. I prati non sono mai così verdi e l’umanità più piacevole come nei messaggi di commiato su Facebook, dove la comunicazione scritta cade in disgrazia e rivela i suoi aspetti più deteriori: «Sono stanco di interloquire con degli infingardi e malmostosi!» ha scritto di recente un mio contatto. «Esco da qui! Facebook è pieno di aggressivi esibizionisti!». 

In generale la chiosa – la cui intensità è variabile – spesso suona: “Chi mi ama mi segua, chi vuole sapere di me mi scriverà per mail, mi contatterà per telefono, magari ci vedremo proprio di persona!” (sottotesto, anche qui alle volte non tanto sotto: “Fetenti, la verità è che mi piace mi piace mi piace, ma qui i rapporti son labili, a voi di me non importa niente… non mi amate come mammà, come il mio fratellino, come il mio migliore amichetto”).

Non tutti i messaggi di commiato hanno questi accenti aspri, ma la variazione stilistica non è casuale. Lo psicologo che si trova a leggerli non può fare a meno di seguire la sua deformazione professionale e metterli in relazione con lo stile di comunicazione e le abitudini della persona che li ha scritti. A frequenza alta di discussioni, a numeri alti di status giornalieri, a media consistente di polemiche aizzate o subite, corrispondono descrizioni con tinte più fosche della Rete e dipartite più rabbiose e punitive.

Persone invece con un uso moderato della Rete, che per esempio vi dedicano tempi relativi e che hanno dinamiche relazionali meno accidentate, potranno ugualmente decidere di uscirne trovando beneficio, ma senza che ciò sia espresso colpevolizzando gli amici che vi rimangono. 

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Questo articolo è di Zauberei ed è presente nel numero 268 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto