Trasgressione e avanguardia

Dalla metà dell’Ottocento ad oggi, una panoramica sulle più importanti trasgressioni dell’arte figurativa, dove a cambiare è proprio l’estetica
della proposta rappresentativa.

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Il concetto di trasgressione accompagna da sempre la storia delle arti visive come veicolo di trasformazione per la nozione di opera d’arte e di evoluzione della creatività artistica. Trasgressione nel suo significato letterale di “andare oltre”, ma anche in quello traslato di “andare contro” tramite la violazione di un canone artistico, il sovvertimento di una regola stilistica, la rottura di un codice linguistico. 

LA BANALITÀ DEL QUOTIDIANO

Se l’arte del Novecento, dai movimenti dell’avanguardia storica fino all’estetica postmodernista, trova nella pratica trasgressiva di segni e significati una delle proprie caratteristiche intrinseche, non mancano tuttavia continui esempi attraverso i secoli che testimoniano un’endogena tensione dell’arte a porsi un continuo superamento di convenzioni e tradizioni, alla ricerca di nuovi segni o significati in grado di esprimere lo sviluppo di una ricerca di innovazione culturale, spesso in stretta aderenza alla storia sociale e politica.

Caravaggio aveva utilizzato una prostituta come modella per la sua Morte della Vergine, Michelangelo arriva al “non finito” come pratica della sua idea di scultura. Come ha scritto Nathalie Heinich nel suo Le triple jeu de l’art contemporain, è stata tuttavia l’arte moderna ad aver iniziato quel processo di decostruzione delle regole che ha condotto all’impiego della trasgressione come paradigma di trasformazione, che con la nozione di “avanguardia” ha avuto una sua ideologica esaltazione nell’arte del Novecento. 

Figura esemplare di questo processo è quella di Gustave Courbet, artista che ha fatto della negazione libertaria e sovversiva di codici e tradizioni la propria cifra stilistica e, allo stesso tempo, un approccio ideologico aderente agli sviluppi politici e sociali della Francia tra i moti del 1848 e la rivoluzione mancata del 1870. Nel 1866 Courbet dipinge L’origine du monde, ritratto di una vulva femminile, con un primo piano crudo e diretto, in una prospettiva seduttiva e potente.

La scelta provocatoria del soggetto, tuttavia, non costituisce la più profonda trasgressione dell’opera. Sono la pittura diretta e il crudo realismo della pennellata dell’artista francese ad “andare contro”. Già nel 1849 Courbet aveva dipinto due tra le sue opere più celebri: Les casseurs de pierres e Un enterrement à Ornans. La provocazione qui passava ancora una volta dalla scelta del soggetto: due spaccapietre e un comune funerale di provincia. Courbet ritrae le due scene in formati monumentali che, secondo le convenzioni, dovevano essere riservati alla grande pittura di storia. L’artista mette al centro della pittura di storia persone comuni, attaccando una visione eroica dell’uomo e una della morte che avevano trovato la loro esaltazione nel Romanticismo.

La triviale banalità del quotidiano diviene degna di rappresentazione. Ma la trasgressione più profonda passa dalla tecnica e dallo stile della pittura courbetiana. Le sue figure sono “troppo vere”, “troppo reali”. Il colore è carico e materico. I due spaccapietre sono ritratti di spalle. La monumentalizzazione di personaggi provinciali che partecipano al rito avviene intorno al vuoto nero della fossa della bara. L’artista celebra la realtà in quanto tale, andando contro i canoni di una bellezza compiacente o, all’opposto, trionfante. 

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Questo articolo è di Riccardo Lami ed è presente nel numero 271 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto