Suicidio assistito nelle malattie mentali: una proposta anacronistica

Gli psichiatri spesso si trovano ad affrontare pensieri di morte e persino tentati suicidi elaborati da loro pazienti: in essi devono saper cogliere il grido più o meno soffocato di un bisogno di cura.

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Il caso della ragazza olandese Noa ha scosso l’opinione pubblica sulla questione dei limiti entro i quali un malato terminale possa decidere di morire volontariamente. Si è parlato impropriamente di eutanasia: in effetti, si è trattato solo del rifiuto delle cure, di alimentarsi e idratarsi, e quindi di un lento suicidio senza assistenza da parte di una paziente che era già stata trattata senza consenso per oltre sei mesi in un reparto psichiatrico e che si era vista respingere la richiesta di eutanasia, legale. Rispetto ai casi mediatici di Welby e di DJ Fabio, e anche di Lucio Magri, la particolarità di questo caso è che si tratta di una giovane di 17 anni, quindi ancora minorenne, affetta da un disturbo mentale grave (un disturbo post-traumatico da abusi sessuali sfociato in anoressia e depressione), che, tuttavia, non può certamente essere considerata una malata terminale. (CONTINUA...)

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Questo articolo è di Liliana Dell'Osso, Riccardo Dalle Luche ed è presente nel numero 275 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto