Selfie

Il narcisismo digitale

Selfie significa autoscatto, ma semanticamente anche «piccolo sé», come ha proposto Pamela Rutledge, della Massachusetts School of Professional Psychology, dal momento che il dittongo “ie” rinvia al diminutivo connotandolo di affetto.

 

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La moda del selfie rappresenta una contagiosa modalità di comunicazione che richiama allo stesso tempo non solo l’arte dell’autoritratto ma anche l’affermazione narcisistica di sé, il tentativo di fermare un’identità fluida, «liquida» (per riprendere la fortunata espressione del sociologo Zygmunt Baumann). Selfie significa autoscatto, ma semanticamente anche «piccolo sé», come ha proposto Pamela Rutledge, della Massachusetts School of Professional Psychology, dal momento che il dittongo “ie” rinvia al diminutivo connotandolo di affetto.

CONDIVIDERE LA PROPRIA ESISTENZA

Evoluzione e rivoluzione del ritratto prima, della fotografia e dell’autoscatto poi, l’uso del selfie immette la foto in una dimensione del tutto inedita nella storia della fotografia, sia per la velocità e la condivisione, sia per la democratizzazione della tecnica del ritrarre, grazie alla facilità del suo riprodursi. Siamo qui ben lontani da quanto scrive Henri Cartier-Bresson che sostiene che fotografare significa «porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore». Mosso da uno spirito naïf, è un fenomeno tipico della cultura giovanile contemporanea e non ha nulla in comune con la tensione del fotografo, preso tra l’attimo fuggente e l’eternità di un momento colta nel suo apparire.  Se il clic del fotografo cattura il tempo, ne è il rumore, il touch del selfie lo scorre aleatoriamente, come il lancio dei dadi. Chi lo fa, non mira tanto a comprovare la propria esistenza, quanto a condividerla, ad entrare in un’arena mediatica altrimenti irraggiungibile, dove l’essenziale misconosce il contenuto per affermare il gesto di comunicare, nella consapevolezza che l’identità è relazionale, scomposta in un diario per immagini. Con i computer, i tablet, gli smartphone fino agli smartwatch, il mercato del digitale impone una serie continuamente nuova di schermi che hanno inconsapevolmente preso il posto della finestra, cornice da cui l’uomo osservava il mondo o nel suo riflesso guardava se stesso. E se nella pittura, secondo le parole di Leon Battista Alberti, il quadro era come «una finestra aperta sul mondo» e quindi il mondo era qualcosa di rappresentabile con maniacale veridicità e perfezione, oggi il quadrante dello schermo e del display non racchiude più il vero bensì l’apparenza, non la perfezione bensì l’approssimazione: è il dispositivo ottico e l’interfaccia più mimetica dei nostri quotidiani rapporti con il mondo e con noi stessi.

IL NARCISISMO COME CIFRA DELLA VITA QUOTIDIANA

Lo schermo, il display sembrano realizzare oggi quello che Nietzsche nel 1886 sosteneva a proposito dello specchio in Al di là del bene e del male, ovvero che lo strumento riflettente ha ridotto l’uomo a «strumento di misura, [...] un vaso dalle forme soffiate, sottili e volubili, [...] un uomo senza se stesso», anticipando così il musiliano “uomo senza qualità”.

Sebbene nel maggio 2013 il DsM-5, il sistema diagnostico più diffuso al mondo in campo psichiatrico, abbia depennato dalla nosografia il disturbo narcisistico di personalità, rimane la domanda sul motivo di tale esclusione, dal momento che un simile disturbo ha costituito un concetto fondamentale nella dottrina psicoanalitica, fin dalla prima formulazione di Freud (1905) del narcisismo quale «grande serbatoio da cui vengono inviati gli investimenti oggettuali e nel quale essi di nuovo vengono ritirati» e poi, nel saggio del 1914 Introduzione al narcisismo, secondo cui il narcisismo struttura la nostra vita quotidiana, dall’amore dei genitori per il proprio figlio all’amore sentimentale, fino alle preoccupazioni ipocondriache per la propria salute.

Certo, a parte l’ingerenza dell’industria farmaceutica e delle assicurazioni, non si può dimenticare il fatto che dalla clinica freudiana e dal modello psicoanalitico, prevalente fin negli anni Cinquanta, si sono susseguiti ampi mutamenti dei paradigmi scientifici, scoperte rivoluzionarie delle neuroscienze, evoluzioni sorprendenti in ambito psichiatrico come pure in campo genetico e neurobiologico.

Né d’altra parte può passare sotto silenzio il fatto che, come sostiene Christopher Lasch, nel corso degli anni il concetto di narcisismo ha assunto anche una dimensione sociale, riflettendo orientamenti e comportamenti quotidiani, e che la caduta delle grandi ideologie ha condotto a modelli di individualismo esasperato che hanno spinto o verso pratiche di autocoscienza o al culto del proprio corpo o alla liberazione sessuale. Il sociologo americano, in qualche modo, anticipa quello che si è poi affermato attraverso i social network, Facebook per esempio. In questo contesto prende forma il concetto di narcisismo patologico, costituito da un senso grandioso di sé e dal costante bisogno di conferma. Ne consegue necessariamente una vita emotiva particolarmente povera, superficiale; la paura angosciante di essere dimenticati ha spesso come deriva la depressione. Se, però, il narcisismo contemporaneo connota la vita quotidiana collettiva, viene meno la differenza tra normalità e patologia, essendo divenuto una costante del comportamento individuale generale. (CONTINUA SULLA RIVISTA...)

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Questo testo è tratto dall'articolo di Francesco Marchioro
presente nel numero 247 della rivista.
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