Recensione Lucky. Un film di John Carroll Lynch

Un uomo che a 90 anni sa attendere serenamente la morte. Forse è anche per questo che gli si confà il nome che ha sempre avuto: Lucky, cioè fortunato.

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A 90 anni passati, Lu­cky – Harry Dean Stanton, nell’ultimo film della sua vita – è tanto magro e fragile che il suo corpo è svuotato. Non c’è niente che non vada, non è malato. Christian (Ed Begley Jr.), suo medico e amico, non ha dubbi e non gli lascia speranze. Non ci sono esami che ti debba far fare, né cure che ti possa prescrivere, gli dice. Sei solo vecchio, e lo diventi sempre di più. Non “lo diventerai”, ma “lo diventi”. In questo presente, nel suo accadere ora, senza scampo, c’è il senso di Lucky (Usa, 2017, 88’), apologo gentile sul vivere e il morire.

All’inizio del film di John Carroll Lynch, una testuggine attraversa lo schermo sullo sfondo brullo di arbusti bruciati dal sole. Siamo da qualche parte nel Texas, al confine con il Messico. Sotto il peso del suo guscio, l’animale cammina lento e risoluto, da destra a sinistra, fuggendo verso una meta che si direbbe posta alla fine del tempo.

Lucky comincia le sue giornate con un rituale meticoloso, costrui­­to in lunghi anni. Appena sveglio, accenna a qualche esercizio fisico, tanto volenteroso quanto patetico, e intanto ascolta vecchie musiche mariachi. A una soprattutto è affezionato, Con el tiempo y un ganchito. Ed è il tempo che pesa su di lui, proprio come il guscio su una testuggine. Ne è tanto gravato che si mette l’orologio da polso a metà avambraccio, e poi lo nasconde sotto la manica della camicia, quasi per tenerne lontano lo scorrere. Alla fine, si aggiusta il grande cappello bianco da cowboy, e anche lui lento e risoluto affronta la vita che sta al di là della porta, nel piccolo paese in cui è invecchiato.

 

Il cinquantacinquenne John Carroll Lynch e gli sceneggiatori Logan Sparks e Drago Sumonja, quarantenni, raccontano con tenerezza il cuore dolorante e orgoglioso del loro protagonista. Stanno dalla sua parte. Non lo giudicano né lo commiserano. Lucky è un realista, ed è fiero di esserlo. Quello che deve accadere accadrà, senza scampo, e senza che ci sia spazio per illusioni. Ecco il guscio che gli pesa sulle spalle. Ogni giorno ripete questa sua saggezza amara agli amici che hanno la pazienza di ascoltarlo. L’amicizia, gli dicono, è essenziale per l’anima. Ma l’anima non esiste, risponde lui, con un sogghigno che non riesce ad essere un sorriso.

Da qualche foto ingiallita, persa qua e là nella casa vuota e silenziosa, emerge il suo volto di tanti anni fa. Era forte, allora. Lo era come ogni giovane uomo. A 20 anni è andato a combattere nel Pacifico e ne è tornato vivo. Per questo lo chiamano Lucky, “fortunato”. Non si è mai sposato, ma ha avuto le sue donne, per quanto senza figli di cui sia informato. E ora, giorno dopo giorno, sera dopo sera, sempre senza sorridere, appoggia i gomiti al solito angolo del bancone di un bar. Per lo più è muto, tranne che per poche battute, intelligenti e sarcastiche. Non lontano, incupito, c’è anche Howard (il regista David Lynch). È sua la testuggine in fuga che ha aperto il film. Non ero il suo padrone, eravamo amici – precisa –, eppure mi ha abbandonato. Con l’aiuto di un avvocato, ora vorrebbe lasciarle in eredità tutto quello che ha. Nell’universo ci sono cose più grandi di noi uomini, spiega a Lucky e agli altri. Le testuggini sono tra queste cose: portano con pazienza il peso del loro guscio anche per duecento anni, pur sapendo che sarà la loro tomba.

Torniamo dunque allo scorrere del tempo, al suo accadere ora, in un presente il cui cammino non si può interrompere. Lucky ne sente l’angoscia. È vecchio, e sa che lo sta diventando sempre di più. Non ha scampo, come direbbe ogni testuggine passabilmente realista. Ma Lucky non è una testuggine. È un essere umano, per sua sfortuna. A differenza delle testuggini, gli esseri umani si scoraggiano, talvolta anche i più coraggiosi. E si disperano, talvolta anche i più realisti, per quanto da sempre abbiano curato di non illudersi.

Da ragazzo, un gioco gli aveva preso la mano e gli era capitato di uccidere un tordo. Ancora oggi ci pensa. E ancora soffre il silenzio devastante gettato sul mondo da quella piccola morte. Fra giorni o fra anni quel silenzio sarà il suo. Ho paura, confida a una nuova amica (Yvonne Huff), e lei ne accoglie in sé la paura e ne addolcisce l’anima, come se l’anima esistesse. Se non si è una testuggine, se non si ha la fortuna di vivere chiusi e protetti in un guscio, è opportuno affidarsi ad altri. Magari a un gruppo di messicani in festa, cantando per loro e con loro Volver, volver – tornare, tornare –, con dolce sensualità mariachi.

E poi? Poi conviene sorridere, come qualcuno racconta di aver visto fare a una bambina, nel massacro della guerra, in un’isola giapponese, nel 1943. Non era coraggio, il suo. Era di più. Se quanto deve accadere accadrà, si può scegliere tra la disperazione e il sarcasmo. Oppure si può andare incontro con un sorriso a quel che non potrà non essere. Questo decide Lucky, ora più saggio e risoluto della testuggine di Howard, il cui cammino chiude il film, tornando, da sinistra a destra dello schermo, verso la casa del suo amico.

 

Roberto Escobar, filosofo politico e critico cinematografico, insegna Filosofia politica e Analisi del linguaggio politico presso l’Università degli Studi di Milano e scrive per Il Sole 24 Ore.

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Questo articolo è di Roberto Escobar ed è presente nel numero 271 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto