Nuove e vecchie relazioni terapeutiche

Una carrellata storica sul modo di intendere la relazione professionista/paziente da parte dei principali indirizzi di psicoterapia. Tra la difesa delle rispettive forme di emotività e la pretesa che il terapeuta non abbia alcun coinvolgimento personale.

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La relazione terapeutica, ovvero quell’incontro tra soggetti orientato allo scopo di alleviare la sofferenza o di superare disagi psicologici e non solo, è uno degli argomenti essenziali della psicologia. Dapprima essa veniva studiata nella sua applicazione alle dimensioni cliniche della cura dell’individuo e tutt’al più delle coppie e delle famiglie, poi, in virtù di studi che hanno dimostrato quanto una buona relazione possa influenzare pure il rendimento lavorativo e la performance individuale e di un team, questo tema è divenuto importante anche al di fuori dello stretto ambito terapeutico. Del resto, è ormai assodato e comprovato da numerose ricerche empiriche che la relazione tra individui sia la componente fondamentale dei processi di cambiamento e apprendimento, fattore ineludibile da tenere in grande considerazione per chi voglia occuparsi di qualunque forma di terapia.

UN’INTERAZIONE NON STANDARDIZZABILE

È proprio per questa sua prerogativa che la relazione terapeutica è stata attentamente studiata da tutte le diverse prospettive teoriche applicative della psicoterapia, le quali, in nome delle loro differenti posizioni e diversi linguaggi, ne danno rappresentazioni e indicazioni operative talvolta anche agli antipodi (Nardone e Salvini, 2013).

Si pensi, per esempio, all’“essere con” esistenziale di Binswanger e, al contrario, alla fredda direttività tecnica di Skinner, oppure all’empatia rogersiana rispetto al distacco freudiano, o ancora al coinvolgimento esperienziale di Whitaker messo a confronto con l’analisi razionale di Ellis. Questi solo alcuni esempi di come differenti modalità di interpretare il ruolo di psicoterapeuta conducano, sulla base dei rispettivi presupposti teorici, a considerare la relazione terapeutica da punti di vista talora così diversi da lasciare sgomento chiunque volesse trovare, all’interno di tale settore applicativo, una coerenza e congruenza, se non teorica, almeno operativa.

Ma mai dobbiamo dimenticare che, come ammoniva Einstein, «sono le nostre teorie a determinare le nostre osservazioni», e non viceversa, e che paradossalmente sono proprio gli studiosi e gli scienziati puri i soggetti più resistenti a cambiare le loro opinioni e i loro metodi (Nardone, 2017). Pertanto, non deve stupirci che, anche in questo caso, ci siano ben pochi accordi generali su come gestire la relazione terapeutica, mentre tutti concordiamo sulla sua fondamentale influenza rispetto agli esiti di una terapia.

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Questo articolo è di Giorgio Nardone ed è presente nel numero 268 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto